Ingiusta detenzione per Stefano Binda, la Corte si riserva
C’è ancora da attendere per sapere quale decisione prenderanno i giudici di Milano a fronte del risarcimento di oltre 300 mila euro

I tempi sono quelli della giustizia, cioè biblici: sul piatto però c’è un’ingiusta detenzione patita da un cittadino italiano dichiarato innocente con sentenza passata in giudicato, cioè definitiva dopo l’arresto e il regime di custodia cautelare in carcere per oltre tre anni, seguiti da successiva assoluzione appunto in Appello e poi in Cassazione.
È la vicenda nota di Stefano Binda, accusato dopo trent’anni dell’omicidio di Lidia Macchi e oggi uomo libero che si dedica ai carcerati e ai loro diritti, per l’appunto. Ma pende ancora un procedimento che vede la richiesta dei suoi legali di un equo indennizzo (non tecnicamente un risarcimento) che lo Stato deve nei casi in cui si è appurato che un cittadino ha passato in carcere del tempo da innocente (cioè che l’arresto e la successiva detenzione erano privi di fondamento).
La procedura, attivata all’indomani della Cassazione era sul binario del riconoscimento dell’indennizzo ma la Procura generale ha impugnato la decisione dei giudici di Milano rimandando sempre all’Appello la decisione, che oggi, 21 giugno, è stata oggetto di un’udienza della durata di pochi minuti nella quale gli stessi giudici non hanno deciso, riservandosi, prendendo cioè tempo per rivalutare il caso.
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