Epifanie
di Abramo Vane
Il primo giorno di scuola noi bambini riempivamo pagine di aste, e la settimana dopo lettere dell’alfabeto, una alla volta, prima le vocali, e poi le consonanti, e fra queste lettere c’era una naturale attrazione, e anzi erano nate con un destino condiviso… e le vocali cercavano le consonanti, le consonanti cercavano le vocali, le une e le altre si amavano a prima vista, si univano e formavano parole, e le parole, a loro volta, si cercavano per dare un senso a questa vita. In seconda elementare scrivevamo pensierini su un quaderno a righe, e un giorno di quelli la maestra disse di parlare della nostra famiglia, e io scrissi subito che mia mamma era bella, non mi venne di dire che era brava e buona, che cucinava bene ed era ammirata dalle altre mamme del quartiere, dissi che era bella e basta, e poi aggiunsi i miei fratelli, anche loro erano belli, e la mia sorellina, e di papà non scrissi che era forte e mi sollevava con una mano sola.
La maestra lesse la mia paginetta a tutta la classe, e in quel momento lei sulla cattedra la vedevo illuminata da un cono di luce, mi sembrava Caterina Valente, la cantate della TV di quegli anni, che quando era in scena attorniata dai ballerini aveva sempre un faro esclusivo, solo per lei… e nell’intervallo i compagni mi davano pacche sulle spalle, io ero il loro capitano, e tutto questo grazie a quel mio pensierino.
Alle superiori lessi le Epifanie di Joyce, e per il grande Jimmy la bellezza era un fiore che nasce, vive e muore, lui sosteneva che l’immortalità, non appassendo, diventa noiosa, non esprime nulla, expresses nothing, immortelles, e il suo pensiero allargò d’incanto la visione che aveva svelato la mia natura. La verità, fra le tante strade che ci sono, io l’avrei ricercata nella bellezza, e altrimenti non poteva essere, così come le consonanti sul mio quaderno a righe avevano cercato le vocali per diventare parole.
Racconto di Abramo Vane (www.ilcavedio.org)
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