“Lui non paga da anni e io lavoro fino a notte per le mie figlie”: la denuncia di una madre di Busto Arsizio
Una professionista costretta a indebitarsi per far fronte all’assenza di sostegno economico dell’ex compagno: “La giustizia è lenta e lascia sole le vittime di violenza economica”
Ha 42 anni, vive a Busto Arsizio e ha un lavoro, attiva nel tempo libero anche nel suo Comune per le Pari Opportunità. È una donna che non si arrende, eppure oggi si trova a dover gridare la sua stanchezza e la sua rabbia per una situazione che definisce senza mezzi termini “una forma di violenza economica e psicologica”.
Madre single di due figlie, oggi adolescenti di 15 e 18 anni, da tempo mantiene da sola la famiglia dopo l’abbandono del padre, un uomo benestante che ha scelto di trasferirsi all’estero e non versa alcun contributo economico per le figlie. “Ho presentato querela – racconta – ma i tempi della giustizia sono lunghissimi: le indagini possono durare fino a 18 mesi. Nel frattempo io devo far fronte a tutto da sola”.
Una situazione che, spiega, l’ha costretta ad accendere due finanziamenti pur di sostenere le spese legali e garantire alle figlie una vita dignitosa. «Lavoro anche tre o quattro impieghi contemporaneamente – dice – per non far mancare nulla alle mie ragazze. Ma è inaccettabile che chi denuncia debba anticipare tutto, mentre chi commette un reato resta libero per anni».
Il riferimento è all’articolo 570 bis del codice penale, che punisce la violazione degli obblighi di assistenza familiare, ma che nei fatti, denuncia la donna, resta spesso lettera morta. «Il sistema – spiega – finisce per penalizzare le vittime. Il gratuito patrocinio è riservato solo a chi ha redditi molto bassi, escludendo tante madri lavoratrici che guadagnano qualcosa ma non abbastanza per vivere serenamente. È un paradosso che grida giustizia».
La sua voce, in vista della Settimana contro la violenza sulle donne, vuole accendere i riflettori su un tema spesso invisibile: quello della violenza economica, che insieme a quella psicologica rappresenta l’anticamera di tante tragedie familiari. «Dietro i femminicidi – conclude – ci sono quasi sempre storie di isolamento, di ricatto economico e di assenza di tutela. Se davvero vogliamo fermare la violenza, dobbiamo partire da qui».
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