L’eredità di un intellettuale contro il potere, Pasolini 50 anni dopo la sua morte

A Varese una serata dedicata al pensiero profetico e complesso di un intellettuale che parla ancora al nostro presente

Varie Italia

Pier Paolo Pasolini aveva la legge morale dentro di sé, ma non era un moralista. Aveva il cielo stellato sopra di sé, ma non era un baciapile. È stato l’ultimo grande intellettuale italiano perché sapeva stare nella contraddizione, come solo ci sanno stare i veri intellettuali. Pasolini non era organico a nulla, se non al mondo degli ultimi ed è stato ucciso perché aveva il coraggio di dire ciò che sapeva anche senza avere le prove*, lasciando un patrimonio immenso di bellezza e verità che, a mezzo secolo dalla sua morte, parla ancora a tutti noi.
E proprio per esplorare questa eredità complessa e potente, a Villa Recalcati a Varese si è tenuta una serata commemorativa che, attraverso le analisi del giurista Giuseppe Battarino e del critico cinematografico Matteo Inzaghi, gli interventi del poeta Dino Azzalin (moderatore dell’incontro), della regista Serena Nardi e degli artisti Gaetano Blaiotta ed Elena Danelli, ha restituito la figura di un pensatore la cui voce risuona oggi con un’urgenza quasi profetica.

L’ANIMA POLITICA DI PASOLINI

Comprendere il pensiero politico di Pier Paolo Pasolini è un esercizio fondamentale per decifrare non solo il suo tempo, ma anche il nostro. La sua analisi, sempre radicalmente anti-semplificatoria, è stata spesso oggetto di fraintendimenti deliberati, volti a neutralizzarne la portata critica. Come ha spiegato Giuseppe Battarino, la sua figura di intellettuale scomodo emerge con forza dalla rilettura della celebre poesia del ’68, “Il Pci ai giovani”. La sua decontestualizzazione fu un atto “doppiamente proditorio”: un testo complesso, destinato a una rivista letteraria di nicchia come Nuovi Argomenti, fu prelevato e dato in pasto al consumo di massa dal settimanale L’Espresso per appiattirne il pensiero a fini politici. L’estrapolazione del verso «Io simpatizzavo coi poliziotti» fu, infatti, una complessa metafora sociale, non una difesa del manganello. In quei poliziotti, Pasolini vedeva i «figli di poveri», costretti dalla necessità «a essere servi», contrapposti a studenti che, pur animati da buone intenzioni, peccavano di una «sola coscienza dei diritti individuali» e di una «sola aspirazione alla vittoria, al potere».
Quei giovani avevano lo stesso «occhio cattivo» dei loro padri. Il suo non era un attacco al movimento, ma un richiamo da militante a una prospettiva più ampia.
Questa critica all’individualismo cieco, ha spiegato Battarino, riflette una visione centrale nel pensiero pasoliniano: il suo amore per l’idea di « una comunità di individui che rinunciano a qualche cosa di sé destinandosi a un’impresa collettiva», la stessa filigrana dei principi fondamentali della Costituzione italiana.
Questa stessa urgenza di decodificare il potere e dare voce all’umanità degli ultimi lo spinse a cercare un linguaggio nuovo.

IL CINEMA DI PASOLINI

Quella di Pasolini era una sfida estetica e politica al potere culturale dominante, condotta attraverso il cinema. Era la ricerca di una”bellezza morale”. Per Pasolini, il passaggio al cinema nel 1961 non fu un cambio di carriera, ma una necessità espressiva, ha spiegato Matteo Inzaghi. Fu un atto di protesta contro il rischio di essere incasellato e la ricerca di un linguaggio più “popolare” per portare in scena le «altre lingue», i dialetti delle borgate romane.
La sua immersione nel mezzo fu totale e istintiva, non accademica. «Arrivato sul set di Accattone e non avendo la più pallida idea di come si girasse un film – ha raccontato Inzaghi –  dovette chiedere al suo giovane aiuto regista, un certo Bernardo Bertolucci, che tipo di ottica usare».
Il suo, fin da subito, fu un “cinema di borgata” per dare un volto a quei «figli di poveri» che aveva già raccontato nei suoi versi, trovando nella realtà degli ultimi quella che lui chiamava, appunto, «la bellezza morale». Non un ideale astratto, ma la verità concreta scolpita nei volti, nelle lingue e nelle lotte degli emarginati.
Secondo Inzaghi, questa visione emerge con una potenza sconvolgente nei suoi primi capolavori. In Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), le figure dei protagonisti sono creature ai margini, ma cariche di un valore metaforico universale.
L’immagine del figlio di Mamma Roma (Anna Magnani), morto su un letto di contenzione in una posa inequivocabilmente cristologica, che niente ha a che fare con il Cristo del Mantegna, è l’emblema della sua ricerca. «Pasolini – ha sottolineato Inzaghi – vuole trovare l’essenza della cristianità non nelle gerarchie ecclesiastiche, ma nel dolore degli ultimi».
Nell’episodio La Ricotta (1963), la provocazione si fa ancora più esplicita. Il protagonista non è Cristo, ma Stracci, una comparsa poverissima che interpreta uno dei ladroni e muore di indigestione sulla croce. La reazione del potere, incarnato dal regista interpretato da Orson Welles, è di un congedo cinico: «Povero Stracci. È davvero crepato. Beh, del resto non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo». Per questo film, ha ricordato Inzaghi, Pasolini subì uno dei suoi 33 processi, accusato di vilipendio alla religione.

IL MESSAGGIO EVANGELICO

Con Il Vangelo secondo Matteo (1964), questa ricerca raggiunge il suo apice. Girato tra i sassi di Matera, con un anarchico spagnolo non-attore nel ruolo di Gesù, il film trasforma il testo sacro in una storia universale degli oppressi contro il potere. L’opera, definita dall’Osservatore Romano «il film su Gesù più bello di tutti i tempi», dimostra come Pasolini si scontrasse con la Chiesa-istituzione, non con la bellezza del messaggio evangelico.
La stessa lucidità con cui seppe raccontare il sacro negli ultimi e la brutalità nel potere lo portò a prefigurare, con sconcertante anticipo, le derive della società a venire.

LA FORZA PROFETICA DI PASOLINI

La grandezza di Pasolini risiede nella sua capacità di essere “profetico”, non perché prevedesse il futuro, ma perché sapeva diagnosticare le patologie del presente destinate a esplodere. La sua analisi non era limitata al suo tempo, ma coglieva la “drammatica mutazione antropologica” che il neocapitalismo e la società dei consumi stavano producendo.
La sua attualità, emersa con forza dagli interventi della serata, è sconcertante. Già nel 1965, dialogando con i lettori su Vie Nuove, anticipò di trent’anni la crisi dei partiti italiani. Previde la fine della “comune fede politica” e l’ascesa di un “liberalismo milanese” (Berlusconi) e di un “laburismo” (Veltroni) come sbocco di un sistema politico svuotato di sentimento.  La sua descrizione dei giovani di Valle Giulia, «paurosi, incerti, disperati eppure prepotenti, ricattatori e sicuri» è, secondo Battarino, un ritratto perfetto dei «compulsivi del web» di oggi, di quella piazza individualistica dove l’obiettivo non è una proposta collettiva, ma l’esibizione di sé.
Questo pessimismo crescente, la sensazione che il Potere stesse vincendo in modo definitivo, trova la sua rappresentazione più cupa e disturbante nel suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Come ha sottolineato Inzaghi, Salò è la messa in scena della vittoria totale della violenza, dell’annientamento dei corpi.
L’analisi di Inzaghi culmina in un’immagine emblematica del cinismo del Potere. Durante il massacro finale, i torturatori osservano da un terrazzo. Uno di loro usa un binocolo, ma a un certo punto lo ribalta, rimpicciolendo l’immagine per allontanare da sé l’orrore che ha orchestrato. È il presagio del buio che avvolgeva Pasolini poco prima di essere assassinato.
Molti oggi si chiedono cosa direbbe Pasolini del nostro mondo. La risposta, come ha concluso Giuseppe Battarino, è tanto semplice quanto potente: non c’è bisogno di chiederlo. «Ce lo ha già detto».

*Pier Paolo Pasolini, “Scritti Corsari” , Milano, Garzanti, 1975, pag 89

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

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Pubblicato il 03 Novembre 2025
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