Ashraff30, da Dakar a Parabiago: il reggae come voce dei diritti umani

Dall’esperienza lavorativa nel settore degli imballaggi all’attivismo musicale contro il razzismo e le guerre: l’identità plurale di un artista che si definisce “ambasciatore dei diritti umani”

ashraff 30

Da Dakar a Parabiago, passando per palchi, fabbriche e studi di registrazione: è il viaggio umano e artistico di Ashraff30, musicista senegalese trapiantato in Italia dal 2005. Intervistato da Orlando Mastrillo per la rubrica di Radio Materia Chi l’avrebbe mai detto, l’artista ha raccontato il suo percorso di vita, intrecciando le tappe professionali con una profonda vocazione sociale espressa attraverso la musica reggae.

Il lavoro, la musica, il ponte tra due mondi

Oggi Ashraf 30 – questo il suo nome d’arte – lavora da diciotto anni nel settore dell’imballaggio industriale. Ma accanto a questa carriera ha costruito un profilo artistico solido, iniziato giovanissimo a Dakar nella scena hip hop e maturato poi in Italia con la band Kayamama. Parallelamente, ha acquisito competenze logistiche che lo hanno portato anche a lavorare nell’ufficio export di Malpensa per le “Dangerous Goods”. Un bagaglio che ha saputo reinvestire in Africa, avviando un’attività imprenditoriale legata ai servizi per la sicurezza degli imballaggi. «Ho sempre voluto costruire un ponte tra l’Italia e il mio Paese – racconta – per me l’identità non è una scelta, è un’eredità da portare avanti».

Dall’hip hop al reggae: un’evoluzione artistica e personale

Ashraf ha cominciato a fare musica nel 1993, a soli 13 anni. L’hip hop di Dakar è stato la sua prima scuola. Poi, con l’arrivo in Italia, le radici africane si sono unite a nuove influenze, e il reggae è diventato il suo linguaggio espressivo.

La svolta è arrivata nel 2013, quando ha fondato la band Kaya Mama con il batterista Marco Gnocchi, registrando il primo album negli studi di Ligabue a Firenze. Più tardi, ha scelto la via solista per garantire continuità alla sua musica, senza le incertezze di un gruppo. Da qui nasce Ashraf 30: un nome che unisce la nobiltà d’animo (Ashraf) all’anno simbolico dei suoi trent’anni, quando è diventato padre e ha dato vita al nuovo progetto artistico. I suoi dischi  raccontano un’identità in cammino, che non ha mai smesso di dialogare con le proprie origini.

Il reggae come strumento politico

Per Ashraff, il reggae non è solo musica. È uno strumento di denuncia, di memoria e di speranza. «Non posso cantare senza parlare dell’essere umano. La mia musica è il mio impegno», spiega durante l’intervista.

Brani come Palestine in my soul raccontano il dramma dei conflitti e delle ingiustizie, mentre Dierideuf– “grazie” in wolof – è un inno alla gratitudine e al rispetto delle radici. Con testi in wolof, francese e inglese, Ashraff si definisce «cittadino del mondo» ma tiene viva la lingua madre per rivendicare dignità culturale. (trovate la sua musica qui)

Il suo messaggio è chiaro: non esiste pace senza giustizia. Il reggae diventa così una bussola etica, capace di orientare chi ascolta verso una visione più umana e inclusiva della realtà.

Parabiago come casa, l’Africa come radice

A Parabiago, Ashraff ha trovato la sua casa. Qui ha messo su famiglia e qui continua a coltivare la sua musica. Ma non dimentica da dove viene: «Mi sento come un albero – dice – con i rami in Europa e le radici ben piantate nella terra africana. Senza radici non si cresce, senza giustizia non c’è futuro».

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Orlando Mastrillo
orlando.mastrillo@varesenews.it

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Pubblicato il 10 Gennaio 2026
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