Confartigianato Varese: “Questa manovra finanziaria gestisce l’esistente, non prepara al futuro”

Secondo il presidente Paolo Rolandi, si tratta di una manovra prudente e senza una vera politica industriale. Positivi alcuni segnali su fisco e incentivi, ma mancano scelte strutturali su investimenti, formazione e sostegno alle piccole imprese che sono l’ossatura della manifattura italiana

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Il commento di Paolo Rolandi presidente di Confartigianato imprese Varese alla manovra finanziaria varata dal Governo Meloni. Ciò che chiede l’associazione di viale Milano, è una direzione precisa in un momento di transizione che manifesta criticità di sistema: la perdita di molte imprese del manifatturiero e dei relativi posti di lavoro, difficoltà delle aziende a trovare personale qualificato, la contrazione consistente del mercati di sbocco delle imprese italiane, a partire dal principale, quello tedesco.

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La Legge di Bilancio 2026 è una manovra di ordinaria amministrazione in un momento che richiederebbe scelte straordinarie. Con 21,6 miliardi di interventi annui nel triennio e un deficit che scende al 2,8% del Pil, il Governo ha scelto la prudenza. Lo comprendiamo. Ma prudenza non può significare rinuncia a indicare una direzione. Per chi, come noi, rappresenta migliaia di imprese artigiane, manifatturiere e di servizi, il giudizio è netto: questa manovra gestisce l’esistente, non prepara il futuro. Manca una politica industriale per il Paese. I numeri parlano chiaro. La manifattura italiana ha perso 60mila imprese e 320mila posti di lavoro. Il 49,4% delle aziende non riesce a trovare personale qualificato, con punte del 66,9% nel comparto manifatturiero. La Germania, nostro primo mercato di sbocco, arretra del 2,7%. L’export verso Francia e Germania è in calo. In questo scenario, servirebbero interventi strutturali e di lungo respiro. Invece, ci troviamo di fronte a proroghe annuali, soglie che escludono le piccole imprese, strumenti complessi che scoraggiano anziché incentivare.

QUELLO CHE C’È DI BUONO

Riconosciamo alcuni segnali positivi. La riduzione dell’aliquota Irpef al 33% per il secondo scaglione alleggerisce il carico fiscale su imprenditori individuali e ceto medio produttivo. La detassazione dei rinnovi contrattuali al 5% e il rafforzamento degli incentivi sui premi di risultato — ora all’1% con tetto a cinquemila euro — premiano la contrattazione di secondo livello e la produttività: è la direzione giusta, quella che come Confartigianato chiediamo da tempo. Bene il rifinanziamento della Nuova Sabatini, strumento concreto per chi deve rinnovare macchinari e attrezzature. Bene la proroga delle detrazioni edilizie al 50% per le abitazioni principali e le misure per l’occupazione femminile, che finalmente includono anche le lavoratrici autonome.

QUELLO CHE MANCA

Ma è su ciò che manca che dobbiamo essere chiari. L’Italia ha bisogno di una politica industriale che sostenga chi produce, chi investe, chi forma le persone. Servono incentivi stabili e programmabili, non proroghe che impediscono alle imprese di pianificare. Servono strumenti accessibili, non soglie minime – come i 200mila euro del credito d’imposta Zes – che tagliano fuori chi costituisce l’ossatura del sistema produttivo. Il ritorno dell’iperammortamento è un passo avanti, ma la scelta di tornare alla maggiorazione delle quote di ammortamento anziché al credito d’imposta penalizza chi è in fase di investimento e non genera ancora utili. L’eliminazione della maggiorazione per gli investimenti green è un arretramento incomprensibile, proprio mentre l’Europa accelera sulla transizione ecologica e le imprese chiedono certezze per investire. L’abolizione della rateizzazione delle plusvalenze colpisce chi cede beni d’impresa – spesso per ricambio generazionale o ristrutturazione aziendale – costringendo a pagare tutto e subito, con salti di scaglione Irpef che possono vanificare anni di lavoro. La nuova ritenuta dell’1% sui pagamenti B2B, a regime dal 2029, aggiunge burocrazia e sottrae liquidità: l’opposto di ciò che serve a imprese già sotto pressione. Soprattutto, manca un intervento serio sulla formazione e sull’apprendistato professionalizzante. Se quasi un’impresa su due non trova le competenze di cui ha bisogno, non possiamo continuare a ignorare il problema. La formazione non è un costo: è l’investimento più urgente per la competitività del sistema. Eppure questa manovra non dà risposte.

QUELLO CHE CHIEDIAMO

Come Confartigianato Varese rappresentiamo un tessuto produttivo che è il cuore dell’economia del territorio: imprese artigiane, piccole aziende manifatturiere, imprese di servizi. Non siamo un mondo residuale da accompagnare. Siamo i primi formatori di giovani, i custodi di competenze che il mercato richiede, il motore di filiere che tengono insieme qualità, prossimità e innovazione. Chiediamo alla politica di cambiare prospettiva. Servono incentivi che durino almeno un triennio, per permettere alle imprese di programmare. Serve semplificazione vera, non annunci. Serve una fiscalità che premi chi investe, assume e forma. Serve riconoscere che senza le piccole imprese industriali e artigiane non c’è manifattura italiana. Questa manovra è un punto di partenza, non un traguardo. Continueremo a lavorare, con le imprese e per le imprese, perché le prossime scelte siano finalmente all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.

Paolo Rolandi
presidente di Confartigianato imprese Varese

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Pubblicato il 01 Gennaio 2026
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