Malnate, l’italo-venezuelano Francesco Campanella: “Così il regime di Maduro usava la legge come arma”

Nella sua lettera, il rappresentante italo-venezuelano ripercorre le tappe della repressione in corso e critica chi, anche in Italia, difende il governo di Maduro

nicolas maduro venezuela

La lettera aperta dell’attivista Francesco Campanella, giunta in redazione, prende le mosse da una vicenda di risonanza internazionale legata alla detenzione in Venezuela dell’operatore umanitario italiano Alberto Trentini. Il testo non è solo una testimonianza personale, ma si inserisce anche nel dibattito politico locale che ha visto il Consiglio comunale di Malnate approvare, nel novembre 2024, una mozione a sostegno del popolo venezuelano e della difesa dei diritti umani, condivisa dai rappresentanti dell’assemblea civica malnatese. Campanella punta il dito contro un potere che in Venezuela ha trasformato la sofferenza in metodo di governo e la paura in strumento di controllo. Quel potere ha un nome: Nicolás Maduro, vertice di uno Stato che non protegge i cittadini ma li schiaccia.


Il testo della lettera

Trentini, Maduro ed io
Siamo tre persone molto diverse, ma legate da una stessa colpa che pesa su un solo responsabile: un potere che da oltre ventidue anni opprime il Venezuela e ne divora il futuro. Un potere che ha trasformato la sofferenza in metodo di governo e la paura in strumento di controllo. Quel potere ha un nome: Nicolás Maduro, successore imposto del defunto Hugo Chávez, fino a sabato 3 gennaio 2026, vertice di uno Stato che non protegge i cittadini ma li schiaccia.
È sotto questo potere che, il 15 novembre 2024, Alberto Trentini è stato arrestato e rinchiuso in una prigione venezuelana senza accuse, senza giudice, senza difesa. Isolato, cancellato dalla vita civile, ridotto a un corpo da nascondere. Non un processo, non un atto legale, non una spiegazione. Nulla. Una violenza istituzionalizzata che offende non solo lui, ma qualunque coscienza democratica.

Qual è stato il suo “crimine”? Essere una persona perbene. Essere andato in Venezuela, il 17 ottobre 2024, come cooperante dell’organizzazione Humanity & Inclusion, per lavorare accanto alle persone con disabilità, cioè a chi soffre due volte: per la propria condizione e per l’abbandono di uno Stato che non tutela nessuno. Alberto sapeva dove stava andando. Sapeva che il Venezuela è un Paese devastato, impoverito, umiliato. Eppure è andato lo stesso. Perché c’è chi sceglie la comodità e chi sceglie l’umanità. E proprio per questo, per un regime fondato sulla disumanizzazione, è diventato un bersaglio.

Un potere che vive di oppressione non può tollerare chi allevia il dolore. Chi aiuta è un nemico. Chi ricorda che la dignità umana esiste è una minaccia. E se quell’uomo è anche cittadino di un Paese libero e democratico, allora diventa un ostaggio utile, una pedina, una leva. Perché questo potere non ha esitato a sequestrare un’intera nazione e non esita a sequestrare le persone per intimidire, ricattare, condizionare. Oggi in Venezuela quasi mille esseri umani sono privati illegalmente della libertà. Il principio dell’habeas corpus, fondamento di ogni civiltà giuridica, è calpestato ogni giorno, nonostante sia scritto anche nella Costituzione venezuelana. Le decisioni dell’ONU e dell’Organizzazione degli Stati Americani vengono trattate come carta straccia. Qui la legge non è giustizia: è arma.

Ma c’è qualcosa che ferisce ancora di più. Mentre Alberto Trentini è rinchiuso in una cella, mentre famiglie intere vivono nell’angoscia, in Italia ci sono connazionali che scendono in piazza a favore di Maduro. Lo fanno pubblicamente, sventolando bandiere, celebrando un potere che imprigiona, tortura, umilia. Lo fanno dimenticando — o scegliendo di dimenticare — che quello stesso potere tiene in ostaggio cittadini italiani. Dimenticano Alberto Trentini. Dimenticano altri italiani nati in Venezuela e tanti venezuelani che marciscono nelle carceri senza processo, senza diritti, senza dignità. Questo non è solo errore politico: è cecità morale. È l’ideologia che soffoca l’umanità. È la propaganda che vince sulla compassione.

Ed è qui che entro in causa io. Non come osservatore, ma come testimone. Sono un cittadino italo- venezuelano, nato in Italia e vissuto in Venezuela dal 1960 al 2004. Lì ho studiato, lavorato, fondato una famiglia. Lì sono stato costretto a capire cosa significa non poter contare su un tribunale imparziale. Nel 2004 ho dovuto lasciare tutto perché perseguitato politicamente. Ma non sono stato un passante: ho rappresentato istituzioni e realtà italo-venezuelane, ho portato il nome dell’Italia con dignità, ho lavorato per costruire ponti tra due Paesi. Per questo oggi non posso tacere. Per questo mi sento coinvolto come cittadino italiano e come persona che conosce quel sistema dall’interno.

Vedere italiani applaudire chi opprime non è solo doloroso: è intollerabile. È un tradimento dei valori su cui si fonda la nostra Repubblica. Il silenzio, qui, non è prudenza. È complicità. E la storia ci insegna che ogni volta che le coscienze tacciono, l’ingiustizia avanza. Come ammoniva Manzoni, un popolo può sempre essere ricacciato indietro, verso i dolori antichi, quando smarrisce il senso del giusto e dell’umano. Sta a noi decidere da che parte stare. Perché non scegliere è già una scelta.

Francesco Campanella

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Pubblicato il 09 Gennaio 2026
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