L’arteterapia di Marta Scamarcia, nell’atelier dove emerge quello che ci teniamo dentro
L’arte come linguaggio alternativo alle parole: piccoli gruppi, silenzio e libera scelta dei materiali per far emergere emozioni profonde e rielaborare esperienze anche dolorose
A Varese c’è un’infermiera che ha scelto di affiancare alla medicina tradizionale un’altra forma di cura: l’arte. È la storia di Marta Scamarcia, ospite di Radio Materia, che dopo anni in corsia ha intrapreso un percorso triennale alla scuola Artea di Milano per diventare arteterapeuta, trasformando la passione per il fare creativo in uno strumento professionale di ascolto e accompagnamento.
Nel suo racconto emerge con chiarezza un punto: l’arteterapia non è un semplice corso d’arte. È un percorso strutturato, con una formazione specifica, un codice deontologico e un lavoro spesso svolto in équipe con medici, psicologi ed educatori. Ma soprattutto ha un obiettivo diverso: non insegnare una tecnica, bensì accompagnare la persona in un processo di esplorazione interiore.
Non conta l’opera, ma il processo
«Nell’arteterapia non c’è giudizio, non ci sono voti e non c’è performance» – Marta Scamarcia, arteterapeuta -. L’attenzione non è rivolta al risultato estetico, ma a ciò che accade mentre si crea.
In un corso d’arte tradizionale si impara a usare una tecnica, magari con un tema o un compito assegnato. Nell’atelier di arteterapia, invece, ogni partecipante sceglie liberamente i materiali – argilla, collage, acquerelli, acrilici, pastelli – seguendo il proprio stato d’animo. L’oggetto creato diventa un mediatore: attraverso di esso possono emergere vissuti profondi, emozioni e “nodi” interiori difficili da esprimere a parole.
L’atelier: uno spazio protetto
Il setting è un elemento centrale. L’atelier è uno spazio sicuro, accogliente e protetto. Non ci sono musiche di sottofondo né interferenze esterne: il silenzio aiuta la concentrazione e favorisce l’ascolto di sé.
Le sedute di gruppo coinvolgono solitamente piccoli numeri, da tre a dieci persone, per permettere la costruzione di un clima di fiducia. Una parte importante dell’incontro è dedicata al silenzio creativo: ciascuno lavora al proprio elaborato, mentre l’arteterapeuta osserva, accompagna e sostiene il processo.
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I benefici psicologici
L’arteterapia non promette “cure miracolose”, ma offre un’azione trasformativa. Aiuta a rallentare, a ritagliarsi uno spazio personale lontano dalla frenesia quotidiana, a dare forma a emozioni complesse.
Tra i benefici più significativi ci sono la maggiore consapevolezza di sé, la possibilità di rielaborare traumi o esperienze dolorose, la riduzione dello stress, il rafforzamento dell’autostima.
Marta racconta, ad esempio, di una donna che è riuscita a rielaborare un trauma personale attraverso la creazione di una bambola di stoffa. Un gesto semplice, ma carico di significato, che ha permesso di dare corpo e forma a un vissuto rimasto a lungo bloccato.
Dalla corsia all’atelier
L’esperienza da infermiera rappresenta per Marta un valore aggiunto. La familiarità con la sofferenza, l’ascolto dei pazienti, la capacità di lavorare in équipe e di leggere situazioni complesse sono competenze che oggi arricchiscono il suo lavoro in atelier.
«L’arte diventa uno strumento complementare alla medicina, non la sostituisce» – conclude Marta -. La sua doppia formazione le consente di muoversi con consapevolezza anche in contesti socio-sanitari, come centri diurni, hospice, case di riposo o consultori.
L’arteterapia, sottolinea, non è rivolta solo a chi vive un disagio conclamato. Può essere un percorso aperto a chiunque senta il bisogno di fermarsi, di dedicarsi uno spazio di crescita e di evoluzione personale.
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