Sallusti arriva sul palco di Gallarate: “Porto in scena la mia storia, parlo di libertà e giustizia. Anche del popolo ucraino”

Abbiamo intervistato il direttore in occasione dell’arrivo del suo spettacolo teatrale a Gallarate. L’appuntamento è per il 7 marzo al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate con lo spettacolo “Pre-giudicato”

sallusti

Nel quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, Alessandro Sallusti torna su un tema che in questi anni lo ha distinto anche all’interno di una parte del mondo conservatore: la difesa senza ambiguità del popolo ucraino.

«La mia posizione è sempre stata chiara: la libertà di un popolo non ha prezzo. Un popolo che rifiuta di essere invaso da un altro Stato sta difendendo un principio fondamentale», afferma. «Noi discutiamo di leader, di equilibri geopolitici, di costi economici. Ma la domanda è semplice: il popolo ucraino vuole restare libero? Mi pare evidente di sì. E questo dovrebbe bastare».

Abbiamo intervistato il direttore in occasione dell’arrivo del suo spettacolo teatrale a Gallarate. L’appuntamento è per il 7 marzo al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate. Prodotto da AD Management, lo spettacolo “Pre-giudicato” si presenta come un racconto diretto, senza filtri, che prende le mosse anche dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto il direttore negli anni.

Direttore, perché il teatro?

«Era un po’ che ci giravo attorno. Sentivo il bisogno di nuovi stimoli e di una forma di comunicazione diversa. Ho visto alcuni colleghi cimentarsi con il teatro e ne sono rimasto incuriosito. In televisione parli davanti a milioni di persone, ma non sai mai davvero che effetto fanno le tue parole. In teatro il pubblico è lì, davanti a te. Vedi le reazioni, respiri l’attenzione, percepisci anche il dissenso. È un’esperienza molto più intensa».

“Pre-giudicato” è un titolo forte. Perché questa scelta?

«Perché io sono, dal punto di vista giudiziario, un pregiudicato: sono stato condannato e arrestato. Ma mi considero anche un “pre-giudicato” in un altro senso. Chi esprime un pensiero conservatore o liberale, fuori dal cosiddetto pensiero dominante, viene spesso etichettato prima ancora di essere ascoltato. Se lavori in un certo giornale sei un servo, se lavori in un altro sei un eroe. Nel monologo parlo proprio di questo: della libertà di espressione e della difficoltà di far passare un punto di vista che non coincide con quello ritenuto giusto per definizione. La verità, del resto, non è un monolite: è sempre un punto di vista».

Nel suo racconto entrano anche le vicende giudiziarie che l’hanno coinvolta.

«Sì, lo spettacolo si apre con le immagini del mio arresto. Non è un’autodifesa, ma un fatto della mia vita che ha segnato il mio percorso. Sono stato graziato e risarcito per ingiusta detenzione. Anche per questo sono oggi portavoce del Comitato nazionale per il Sì al referendum sulla giustizia. Ho vissuto sulla mia pelle certe dinamiche. E credo che il sistema abbia bisogno di essere riformato».

Come sta andando la campagna referendaria, è una battaglia difficile?

«Non ho mai pensato fosse una sfida vinta in partenza. Il punto non è solo convincere gli italiani della bontà della riforma, ma convincerli ad andare a votare. Si tratta di far capire l’importanza di questo passaggio: riformare la giustizia significa dimostrare che il Paese è ancora capace di cambiare. Se passa l’idea che nulla possa essere modificato, allora il problema diventa più grande della singola legge».

Venendo a lei direttore, dopo cinquant’anni di carta stampata ha scelto anche una nuova avventura editoriale digitale: “Politico Quotidiano”. Come mai?

«Ho preso atto che i lettori non stanno più andando verso la carta. Allora bisogna fare in modo che sia la “montagna” ad andare da Maometto. Raggiungere l’opinione pubblica attraverso gli strumenti che essa sceglie è una necessità, non una moda. Non sono un neofita, ma sto prendendo le misure. Era però un passaggio inevitabile, se si vuole continuare a incidere nel dibattito pubblico».

Nel monologo il tema centrale è la libertà. Un concetto che lei richiama spesso anche parlando di Ucraina e ad onor del vero la sua è una voce che da destra non ha mai ceduto su questo punto e sulla difesa del popolo ucraino, come mai?

«La mia posizione sull’Ucraina è sempre stata chiara. La libertà di un popolo non ha prezzo. Un popolo che rifiuta di essere invaso da un altro Stato sta difendendo un principio fondamentale. Noi discutiamo di leader, di equilibri politici, di costi economici. Ma la domanda è semplice: il popolo ucraino vuole restare libero? Mi pare evidente di sì. E questo dovrebbe bastare. Mettersi a fare i conti solo sui soldi, sulla bolletta sì, può avere una sua logica, ma è un ragionamento cinico. Se fosse stato fatto così in passato, forse non avremmo mai riconquistato la nostra libertà e saremmo sotto il nazismo».

Anche a destra non tutti condividono questa linea

«Ne parlai con Giorgia Meloni. Le dissi: sai che sull’Ucraina non tutti gli italiani la pensano come te nel sostenere il popolo ucraino. Lei mi rispose: “Ricordati che io non sono un follower, sono un leader. La mia ambizione è convincere gli italiani e il mio partito che di fronte alla libertà non si scherza”». E io sono d’accordo.

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Tomaso Bassani
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Pubblicato il 24 Febbraio 2026
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