Giustizia e separazione delle carriere. A Materia “il duello” politico tra Alfieri e Pellicini
Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno nel referendum confermativo sulla riforma costituzionale che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Confronto serrato tra il senatore del Pd Alessandro Alfieri, sostenitore del No, e il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Pellicini, favorevole al Sì
Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale che interviene sul titolo IV della Costituzione introducendo la separazione tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Si tratta, quindi, di distinguere le carriere dei giudici – che emettono le sentenze – da quelle dei pubblici ministeri, che rappresentano la pubblica accusa. Essendo un referendum confermativo, non è previsto quorum: qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido.
Il confronto politico su questa riforma andato in scena sul palco di Materia lo spazio libero di Castronno. Da una parte il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Pellicini, sostenitore del Sì, dall’altra il senatore del Partito democratico Alessandro Alfieri, schierato per il No. Al centro del dibattito c’è la separazione delle carriere. Pellicini ricorda che oggi giudici e pubblici ministeri seguono lo stesso percorso: concorso, formazione e progressione professionale. «Il processo penale italiano è di tipo accusatorio – spiega – con accusa e difesa sullo stesso piano davanti a un giudice terzo. Ma secondo noi la terzietà non è pienamente garantita se giudici e pm condividono lo stesso sistema di carriera».
Il punto, secondo il deputato di Fratelli d’Italia, riguarda soprattutto l’assetto del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione che valuta la carriera dei magistrati. Oggi è unico e composto da giudici e pubblici ministeri. «Il risultato – sostiene Pellicini – è che giudici e pm valutano reciprocamente le rispettive carriere. La riforma prevede invece due consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. In questo modo si rafforza davvero la terzietà del giudice e si offre una garanzia in più al cittadino». Pellicini respinge anche il timore che la separazione possa avvicinare il pubblico ministero al potere esecutivo. «La Costituzione continuerà a stabilire che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. Chi sostiene che questa riforma metta a rischio l’indipendenza della magistratura dice qualcosa che non corrisponde al testo costituzionale».
Di segno opposto la posizione del senatore del Pd Alessandro Alfieri. Per lui il sistema attuale garantisce già l’indipendenza della magistratura e non necessita di una revisione costituzionale. «Abbiamo già introdotto limiti al passaggio tra funzioni giudicanti e requirenti – spiega – consentendolo una sola volta nei primi nove anni di carriera e in un distretto diverso. Parliamo di poche decine di casi su circa 9.500 magistrati».
Secondo Alfieri la riforma rischia invece di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. «Spacchettare il Consiglio superiore della magistratura e introdurre nuove strutture come l’Alta corte disciplinare indebolisce complessivamente il sistema di autogoverno della magistratura». Il timore è che, nel lungo periodo, si apra la strada a un modello in cui il pubblico ministero possa essere più esposto a influenze politiche. Il senatore dem sottolinea inoltre che la riforma si inserisce in un contesto più ampio di cambiamenti istituzionali – dall’autonomia differenziata al premierato – che a suo avviso rafforzerebbero il peso dell’esecutivo. «La separazione dei poteri è uno dei pilastri delle democrazie liberali. Il rischio è che venga alterato quell’equilibrio costruito dai padri e dalle madri costituenti».
Il dibattito, peraltro, attraversa trasversalmente la storia politica e giuridica italiana. Pellicini ricorda che tra i sostenitori della separazione delle carriere vi furono anche figure della cultura giuridica progressista, mentre Alfieri sottolinea come la sinistra abbia tradizionalmente difeso l’autonomia della magistratura come garanzia per i cittadini. Se dovesse prevalere il Sì, il Parlamento dovrà approvare le leggi ordinarie necessarie ad attuare la riforma, a partire dalle modalità di composizione dei nuovi organi di autogoverno. Se invece vincerà il No, secondo Alfieri resterà comunque aperto il tema delle riforme della giustizia, ma con interventi mirati su efficienza, tempi dei processi e funzionamento degli uffici giudiziari. Il voto di marzo, dunque, non riguarda soltanto una modifica tecnica della Costituzione, ma tocca un nodo centrale del sistema giudiziario: il rapporto tra accusa e giudice e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Saranno gli elettori a decidere se confermare o respingere la riforma.
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La verità è uscita dalla bocca del Ministro della Giustizia (Nordio), dal suo capo di gabinetto (Bartolozzi), dettagliata dall’On. Bongiorno e, infine, sintetizzata benissimo dall’Onorevole Matone: questa riforma non prevede alcun miglioramento per il comune cittadino (che continuerà ad essere vittima dell’inefficienza causata da un sistema su cui non si vuole – deliberatamente – investire attraverso adeguate risorse), ma è la prima mossa del Governo per sottomettere la Magistratura. Coerentemente con l’impianto ideologico che accomuna le Destre attuali (da Trump a Orban, sodali e modelli di riferimento della Premier), l’obiettivo del Governo è assoggettare il potere giudiziario per indirizzare le inchieste sui politici e “togliere di mezzo la Magistratura”, come esplicitato dalla Bartolozzi. In sintesi, siamo chiamati ad esprimere un parere sulla possibilità che i politici non siano vincolati al rispetto della legge al pari di ogni altro cittadino: sulla base della corruzione che dilaga in Italia, il quesito è (al netto di altre considerazioni) la semplice richiesta di immunità per chi governa. Semplicemente inquietante.