Le ragioni del No: il libro di Rossi e Spataro contro la separazione delle carriere

Il voto del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia supera i confini nazionali e riapre il dibattito sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sull’indipendenza della magistratura

sparatoria palazzo giustizia milano

Poiché non da oggi è in corso un forsennato attacco alle democrazie costituzionali su scala planetaria, l’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, convocato apparentemente sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, assume un rilievo che oltrepassa la nostra sfera nazionale.
Inaugurata trent’anni fa, guarda caso, da Silvio Berlusconi, prosegue la campagna di denigrazione e di delegittimazione della magistratura da parte delle destre di governo, con il dichiarato intento di minare il delicato equilibrio dei poteri costituzionali. Essendo però ben otto gli articoli che compongono la legge Nordio-Meloni, il libro Le ragioni del No, scritto da Nello Rossi e Armando Spataro (Editori Laterza, pagine 153, euro 12), costituisce una guida efficace per comprendere la vera filosofia di questa subdola controriforma costituzionale.
Il volume ricostruisce sul piano storico l’atavica avversione delle destre contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, oltre a sviluppare una articolata comparazione dei vari ordinamenti giuridici in Europa. Fanno bene gli autori a ricordare come, con una delibera del 21 dicembre 1925, l’Associazione nazionale magistrati decise di sciogliersi per non diventare un’appendice del regime fascista.
Così come nel luglio del 1971 fu Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, a presentare una proposta di revisione costituzionale volta a introdurre l’estrazione con il sorteggio della componente togata del Csm, quale antidoto alla “politicizzazione dei magistrati”.
Inoltre, detto che le tesi dei “separatisti” erano contenute nel piano della P2 di Licio Gelli e che già con i referendum falliti del 21 maggio 2000 e del 12 giugno 2022 era emerso il tentativo di depotenziare il ruolo del pubblico ministero, sottoponendolo al potere esecutivo, si comprende come gli esclusi dal patto costituzionale del 1948 si muovano in perfetta continuità con il loro “album di famiglia”.

È quindi in ragione della loro estraneità ai valori fondanti del dettato costituzionale che gli esponenti di governo hanno confezionato una riforma tutta ideologica, indisponibile a qualsiasi discussione e modifica di carattere parlamentare. Ciò rivela un estremismo e un revanscismo istituzionali decisamente contrastanti con l’immagine moderata che, camaleonticamente, la presidente del Consiglio ha tentato di accreditare nello scenario internazionale, al netto delle sue convergenze con la visione e la “morale” di Donald Trump.

Di converso, in Europa -stante la consapevolezza rispetto a una tendenza globale alla regressione democratica e alla diffusione delle autocrazie – vi sono state alcune pronunce finalizzate a valutare ogni riforma istituzionale sulla base dei principi dello Stato di diritto. Risoluzioni in questa direzione sono state effettuate dalla Procura europea e dall’Associazione internazionale dei magistrati. A queste si aggiunge l’appello rivolto alla premier Meloni il 23 ottobre 2025 dalla giurista Margaret Satterthwaite, relatrice speciale delle Nazioni Unite, che ha espresso un duro giudizio sul sorteggio “asimmetrico” tra i membri togati e laici del Csm e sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.

Una dichiarazione di solidarietà con la magistratura italiana è inoltre pervenuta nel novembre 2025 dal Sindicato dos Magistrados del Portogallo. In Francia, ad esempio, la discussione in corso è orientata a conferire al pubblico ministero una maggiore autonomia dall’esecutivo, nonostante le resistenze politiche manifestatesi dopo alcune incriminazioni eccellenti del recente passato. D’altronde è proprio questo il nodo cruciale della controriforma, sul quale insistono Rossi e Spataro nella loro puntuale disamina.
Mentre oggi il pubblico ministero esercita la direzione e il coordinamento della polizia giudiziaria in qualsiasi indagine preliminare, nel rovesciamento del ruolo prospettato il pm sarebbe chiamato, in qualità di “avvocato”, a sostenere in giudizio le tesi della polizia giudiziaria. Quest’ultima, essendo tra l’altro gerarchicamente sottoposta alle direttive del governo, svolgerebbe autonomamente le indagini ai fini processuali.
Questo perverso rovesciamento è quindi in antitesi sia con il principio dell’indipendenza del pubblico ministero sia con quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, che non può essere orientata politicamente né resa discrezionale, se non sterilizzata. Pertanto, se la maggioranza di governo ha messo ripetutamente sotto accusa la magistratura per le sentenze non gradite, l’obiettivo finale dei “separatisti” è stato ben evidenziato da Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari.
In un intervento su Il Manifesto del 22 febbraio ha affermato: «La riforma Nordio è volta a ridurre drasticamente il campo di azione della magistratura, con una irrimediabile caduta sul tema del controllo di legittimità e del contrasto ai poteri forti e occulti». Soprattutto in un paese dove, in alcuni settori dell’economia, l’accumulazione dei capitali è paramafiosa, poiché storicamente è preponderante il ruolo della borghesia mafiosa. Una borghesia spesso in combutta con quegli esponenti della politica e della pubblica amministrazione che sono risultati collusi e condannati nelle molteplici inchieste effettuate dalla magistratura negli ultimi decenni.

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Pubblicato il 14 Marzo 2026
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