Mauro Ermanno Giovanardi al BAFF con il nuovo disco: «Le parole oggi hanno un peso più etico che poetico»
Il cantante dei La Crus torna al Busto Arsizio Film Festival e presenta dal vivo il nuovo album da solita “E poi scegliere con cura le parole” e il nuovo spettacolo live
«Sono in fibrillazione». Mauro Ermanno Giovanardi lo dice con l’energia di chi ha tanto da raccontare, condividere, esplorare, capire. Il 20 marzo esce il suo ultimo progetto discografico e la stessa sera sarà sul primo palcoscenico dei tanti che toccherà poi in giro per l’Italia. L’appuntamento è a Busto Arsizio. Giovanardi torna infatti al BAFF – Busto Arsizio Film Festival con un concerto al Teatro San Giovanni Bosco e nell’occasione presenta dal vivo il suo nuovo album “E poi scegliere con cura le parole”. (ore 21, acquista qui il biglietto)
Il cantautore, storica voce dei La Crus, torna per il secondo anno come ospite al festival del cinema e lo fa con una “prima” immaginata per lungo tempo.
Il disco si intitola “E poi scegliere con cura le parole”: quanto conta la scelta delle parole nella canzone d’autore?
«È una consapevolezza che arriva da più di trent’anni di lavoro. Con i La Crus la parola è sempre stata una delle due cose fondanti del gruppo. La nostra sfida era far convivere due mondi completamente distanti: da una parte il nostro background musicale, che arrivava da gruppi come i Joy Division, e dall’altra il recupero della canzone d’autore italiana. Fin dall’inizio dei La Crus, e poi in tutti i miei dischi solisti, la parola è stata importantissima. Stavo leggendo un’intervista ad Alda Merini e lei diceva: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”. Questa frase mi è piaciuta moltissimo e me la sono tenuta da parte. In questo momento storico, in cui sembra che le parole non abbiano più peso, mi sembrava importante sottolineare questa cosa: le parole hanno un peso specifico, oggi forse più etico che poetico».
Hai definito questo lavoro il tuo disco più “pensato, soppesato e travagliato”. In che senso è stato diverso dagli altri?
«È stato travagliato perché in mezzo ci sono stati la pandemia, il lavoro sul disco dei La Crus e il tour. Ho iniziato a lavorare a questo progetto nel 2018, quindi ci ho lavorato davvero tanto. Alla fine del 2019 avevo già metà disco pronto. +Durante la pandemia ho deciso di mettere il mio disco in stand-by. Poi ho ripreso il lavoro, l’ho quasi chiuso, ma nel frattempo è arrivato anche il disco dei La Crus. Poi ho capito che era arrivato il momento giusto per farlo uscire. Alcuni amici che lo hanno ascoltato, come Carmen Consoli, mi hanno detto che potrebbe essere uno dei miei dischi più belli».
Nel comunicato parli di una dimensione molto esistenziale, ma anche di una “leggerezza pensosa”. Che cosa significa per te questo equilibrio?
«L’espressione viene dalle Lezioni americane di Calvino. Tra tutti i dischi che ho fatto, questo è sicuramente quello più esistenzialista, per le tematiche che affronta. Però non volevo sprofondare nella pesantezza o crogiolarmi nel malessere. Ho cercato di parlare di tematiche importanti mantenendo una certa leggerezza, lasciando sempre anche uno spazio di luce. È un lavoro molto delicato: far convivere poesia, esistenzialismo e leggerezza richiede un continuo lavoro di limatura».
Per questo album hai coinvolto autori molto diversi tra loro, da Francesco Bianconi a Colapesce, fino a Kaballà e Cheope. Come è stato lavorare con un vero e proprio “collettivo della parola”?
«Mi piaceva l’idea di pensare a un collettivo della parola. Oggi non ho più niente da dimostrare e nemmeno un ego da nutrire. Sono sempre stato convinto che le collaborazioni siano nutrimento. Ci sono brani che devono sentirsi quasi cuciti addosso, e lavorare insieme diventa un po’ come una partita di ping pong, in cui ci si passa le idee. È stato bello sperimentare questa dimensione condivisa della scrittura. E mi piacerebbe comunque continuarla, anche per altri progetti».
Nel 2024 è uscito anche il nuovo disco dei La Crus: è stato un episodio speciale o pensi che quella storia possa avere altri capitoli?
«Per un po’ direi di no, anche se nella vita mai dire mai. In questo momento ho diversi progetti in cantiere. Uno dei miei sogni sarebbe trovare un’orchestra con cui rifare Tutti morimmo a stento, che considero la prima vera opera rock italiana, un disco meraviglioso. E poi ho voglia di portare in giro questo nuovo lavoro con una formazione new wave anni Ottanta, con due tastiere e un suono molto anglosassone. È un concerto che sto pensando da un paio d’anni e che voglio finalmente sperimentare. Ho il ricordo di quando ero giovanissimo: avevo 17 anni e andai a vedere un concerto dei Police al Palalido, nel 1980. C’erano due tastiere e due voci, con un suono molto ruvido, quasi “cartavetro”, che mi colpì tantissimo. All’epoca conoscevo pochissimo di musica e di quello che c’era fuori: ho fatto il ciclista fino ai 18 anni, quindi non avevo grandi riferimenti. Per questo mi piace molto l’idea di questo tour, usando sequenze e suoni elettronici, ma suonandolo comunque dal vivo. Sarà la prima volta che sperimento una formula così, quindi anche per me sarà una serata interessante, quasi sperimentale. È un concerto che sto pensando da due anni e sono curioso di vedere come arriverà sul palco».
Se dovessi scegliere una canzone di questo disco che rappresenta meglio il momento che stai vivendo oggi, quale sarebbe e perché?
«Direi “Veloce”, perché racconta molto bene questo nostro modo di vivere: sempre di corsa, sempre a mille all’ora, cercando di stare in piedi senza cadere. Poi magari succede qualcosa di importante, anche di grave, che ti costringe a fermarti. E in quel momento ti accorgi che molte delle cose a cui davamo tanta importanza non sono poi così fondamentali».
20 MARZO – BUSTO ARSIZIO (VA) – BAFF – Teatro San Giovanni Bosco
Oree 21, acquista qui il biglietto
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