Processo “mafia del Nord“, chieste condanne per 78 anni

È il giorno della requisitoria nel procedimento penale che vede imputate 16 persone accusate a vario titolo di estorsione e spaccio di droga col “metodo mafioso”. Le difese: "Assolveteli tutti, non c'è nessun collegamento con le famiglie calabresi"

Generico 16 Mar 2026

È il giorno della requisitoria e delle difese nel procedimento penale che vede imputate 16 persone accusate a vario titolo di estorsione e spaccio di droga col “metodo mafioso”.

L’udienza si è aperta con la discussione da parte del Sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Giovanni Tarzia. Nella sua requisitoria durate oltre due ore Tarzia ha ampiamente trattato i capi d’imputazione rilevati nella fase delle indagini partite da una serie di episodi legati territorialmente alla zona del Nord della provincia di Varese nella quale gli imputati si muovevano – è l’accusa – in un sottobosco di manovalanza criminale con estorsioni legate al traffico di droga, lesioni personali aggravate funzionali a garantire traffici e controllo del territorio attraverso il «metodo mafioso», quella sottintesa contiguità degli imputati con le famiglie calabresi di peso.

Tanto da incutere soggezione anche nei testimoni ascoltati in aula che più di una volta hanno esitato di fronte alle domande degli inquirenti, «testi significativamente reticenti», con testi che hanno «ricordato in modo molto confuso». Dunque intimoriti. Di alcuni capi d’imputazione – in particolare in merito a cessioni di stupefacenti – il pm ha sostenuto la mancanza di un valido corredo probatorio, tanto da chiedere l’assoluzione.

Prescritti almeno sette capi d’imputazione, secondo il pm. Alla fine le richieste di pena (è bene ricordare che tutti gli imputati sono da considerarsi innocenti fino a prova contraria fino all’ultimo grado di giudizio) hanno riguardato complessivamente circa 78 anni di carcre per 12 degli imputati; la richiesta di prescrizione ha riguardato 3 imputati, e per uno è stata chiesta l’assoluzione.

Fra le posizioni ponderali sul piano delle richieste da pena spicca quella di Giuseppe Torcasio noto anche come “Zio Pino“, attorno al quale farebbe spessore la contiguità con le famiglie di ‘ndrangheta lametine, i Giampà: per i reati contestati in svariati capi d’imputazione è stata chiesta a suo carico un condanna a 11 anni, 5 mesi e 17.500 euro di multa.

Altre figure di spicco di pari passo con le pene richieste sono quella di Berardino “Dino” Moneta, già in carcere per l’inchiesta su armi e droga della Finanza di Varese (il pm per lui ha chiesto 8 anni e 8mila di multa) Massimo Di Mento (vdi “Massimino”: chiesti 8 anni e 8 mila di multa), Pasquale De Matteo (8 anni e 8 mila di multa) oltre ad un alro soggetto considerato il “braccio“ di Zio Pino per il quale sono stati chiesti 9 anni e 11 mesi oltre a 11mila euro di multa.

Nel pomeriggio la parola è andata alle difese che hanno parlato falle 14 alle 17.30,

A chiudere il quadro, dunque, sono state le voci dei difensori che hanno provato a scardinare l’impianto accusatorio delineato dalla pubblica accusa, insistendo soprattutto sull’assenza di un reale contesto mafioso e sulla mancanza di legami concreti con le cosche calabresi.

L’avvocato Corrado Viazzo ha puntato con decisione su questo aspetto, sottolineando come il proprio assistito, napoletano, non avrebbe avuto alcuna necessità di “farsi forte” del nome dei Torcasio, famiglia calabrese, evidenziando l’assenza di rapporti provati con ambienti mafiosi. Il difensore ha inoltre avanzato dubbi sulla genuinità di alcune testimonianze, ipotizzando che sarebbero stati gli stessi Carabinieri ad avvisare i testi circa presunti collegamenti con la criminalità organizzata. Un intervento, il suo, segnato anche da momenti di forte commozione, culminati in un sentito ringraziamento al giudice Luciano Luccarelli, prossimo al trasferimento a Milano, per la professionalità e l’umanità dimostrate durante l’attività svolta al tribunale di Varese.

Sulla stessa linea l’avvocato Paola Bardelli, che ha richiamato la giurisprudenza della Cassazione, ribadendo come l’aggravante del metodo mafioso possa essere riconosciuta solo in presenza di una cosca effettivamente operativa sul territorio, contestando inoltre la scelta del pubblico ministero di escludere le attenuanti generiche.

Decisamente critica anche la posizione dell’avvocato Stefano Gerunda, che ha ridimensionato il quadro tracciato dall’accusa: “non siamo a Hollywood”, ha affermato, evidenziando come nelle intercettazioni non vi sia alcun riferimento alla cosca Gianpa’ e come, pur in presenza di frasi minacciose, queste non abbiano mai trovato concreta attuazione.

Un ulteriore difensore ha infine insistito sull’assenza di capacità intimidatoria in capo al proprio assistito, sottolineando come in nessuno degli episodi contestati emergesse un reale potere di incutere timore, anche alla luce della mancanza di legami con le cosche e di una vita stabilmente radicata nella provincia di Varese.

Il procedimento è stato quindi aggiornato all’8 maggio alle ore 10, quando sono previste le repliche, ultimo passaggio prima della decisione del collegio.

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Pubblicato il 18 Marzo 2026
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