Hate speech e violenza di genere: all’Università dell’Insubria il confronto promosso da “Amico Fragile“
Una giornata di studio e dibattito tra accademici, professionisti, istituzioni e studenti per riflettere su un tema sempre più attuale: il legame tra linguaggio d’odio e violenza di genere
Una giornata di confronto tra accademici, professionisti, istituzioni e studenti per riflettere su un tema sempre più attuale: il legame tra linguaggio d’odio e violenza di genere. È quanto emerso dal convegno “Parole d’odio, radice della violenza di genere”, promosso da Amico Fragile ODV-ETS e ospitato al Collegio Cattaneo dell’Università degli Studi dell’Insubria, che ha approfondito le diverse forme dell’hate speech e le nuove sfide poste dall’evoluzione tecnologica.
L’iniziativa ha registrato una partecipazione numerosa e attenta, con una significativa presenza di giovani e studenti universitari, segno di un interesse crescente verso i temi del linguaggio, del rispetto e della prevenzione della violenza. Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali della professoressa Francesca Ferrari professoressa dell’Università degli Studi dell’Insubria e direttrice del Teaching and Learning Center di Ateneo, dell’assessore ai Servizi Educativi e Pari Opportunità del Comune di Varese Rossella Di Maggio e della presidente di Amico Fragile Liliana Colombo.
Nel suo intervento, l’assessore Rossella Di Maggio ha sottolineato come il linguaggio rappresenti spesso il primo segnale di un clima culturale che può degenerare: «Le parole d’odio, per quanto temibili, sono almeno riconoscibili. Proprio per questo diventa fondamentale saperle individuare e contrastare, prima che si trasformino in comportamenti e violenze».
Al centro del convegno il ruolo del linguaggio nella costruzione della cultura e delle relazioni sociali. «Le parole sono i mattoni con cui costruiamo la cultura, ha spiegato Liliana Colombo. Quando diventano parole d’odio iniziano a peggiorare il mondo, scavando il solco in cui affondano le radici della violenza di genere». Secondo Colombo, l’educazione al linguaggio rappresenta uno dei primi strumenti di prevenzione: «I giovani, oggi, hanno una grande capacità di riconoscere i segnali dell’odio e questa consapevolezza può diventare una leva importante per cambiare prospettiva».
Tra gli interventi, la professoressa Paola Biavaschi, docente di diritto dell’informazione presso l’Università dell’Insubria, ha richiamato l’attenzione su alcune forme diffuse di violenza verbale e simbolica: «Il body shaming è spesso il modo più semplice e immediato per ferire, soprattutto online», ricordando come anche figure pubbliche possano diventare bersaglio di attacchi legati all’aspetto fisico. La docente ha inoltre citato fenomeni come mansplaining e gaslighting, dinamiche che svalutano e manipolano, incidendo su autonomia e percezione di sé.
Un focus importante è stato dedicato al ruolo del digitale. La Senatrice Elena Ferrara ha evidenziato come l’odio online non sia un fenomeno “separato” dalla vita reale: «L’odio non rimane online: quando cresce in rete, aumenta anche la violenza nella società e nelle strade». Nel suo intervento ha sottolineato la necessità di una responsabilità etica e umana rispetto alle tecnologie e ai meccanismi di amplificazione: «L’algoritmo non odia, ma privilegia ciò che genera coinvolgimento: e l’odio produce traffico». Ha inoltre richiamato l’importanza di non essere giudicanti, come adulti, verso le nuove generazioni, ma di accompagnarle con strumenti di
consapevolezza e tutela.
Sul fronte della prevenzione e della formazione è intervenuta l’avvocato Elisabetta Brusa (Amico Fragile), sottolineando l’importanza di informare e prevenire: iniziative come questo convegno, ha rimarcato, sono parte di un lavoro continuativo di sensibilizzazione e formazione sul territorio.
Tra gli spunti concreti emersi, è stato citato anche l’approccio del “re-think”: soluzioni che aiutino a interrompere la spirale dell’odio prima della pubblicazione, come strumenti capaci di avvisare e filtrare quando si sta per inviare un messaggio potenzialmente offensivo (un esempio nato, è stato ricordato, dall’idea di una giovanissima studentessa).
Interessante l’intervento del dottor Giacomo Furlanetto, che ha approfondito il tema della responsabilità delle piattaforme digitali alla luce del Digital Services Act, il regolamento europeo che disciplina il ruolo dei grandi operatori online rispetto ai contenuti pubblicati. Nel suo intervento ha richiamato il noto caso mediatico “Mia moglie”, utilizzato come esempio per riflettere sull’efficacia degli strumenti normativi nel contrasto ai contenuti offensivi e alla diffusione dell’odio sulle piattaforme digitali.
Il convegno ha affrontato anche le implicazioni giuridiche e tecnologiche dell’intelligenza artificiale. Il professor Davide Tosi, delegato di Ateneo all’Intelligenza Artificiale, ha evidenziato come oggi si vada “oltre le parole”: «Assistiamo alla diffusione di deepfake e di milioni di contenuti falsi generati dall’intelligenza artificiale: serve un’ottica nuova, perché le tecnologie stanno cambiando profondamente il modo in cui l’odio può diffondersi e amplificarsi».
Sul piano penalistico, l’avvocato Fabrizio Piarulli ha richiamato l’attenzione su un nodo cruciale: l’IA introduce un indice di imprevedibilità legato a decisioni automatiche basate su modelli. In ambito penale, ha sottolineato, diventa complesso ricostruire la catena causale tra input e output: l’errore non è necessariamente un’anomalia tecnica, ma può essere l’esito di analisi probabilistiche fondate su dati incompleti o conclusioni spurie. I lavori sono proseguiti nel pomeriggio con ulteriori interventi di approfondimento e una tavola rotonda dedicata al ruolo delle istituzioni e dei diversi ambiti professionali nel contrasto all’odio online e offline. Un confronto che ha messo in luce come riconoscere e contrastare l’odio, a partire dalle parole e dai nuovi strumenti digitali, rappresenti oggi una sfida culturale condivisa, che coinvolge scuola, università, istituzioni e società civile.
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