Battarino: “Dopo il referendum resta una ferita profonda. Va ricostruita la fiducia nelle istituzioni”

Dalla campagna referendaria trasformata in scontro politico alla delegittimazione della magistratura, Giuseppe Battarino, ex giudice del tribunale di Varese, guarda le “macerie” lasciate dal voto del 22-23 marzo e indica una priorità: tornare a garantire la giustizia quotidiana senza picconare la Costituzione

Giuseppe Battarino

«Alcune circostanze rendono particolarmente complessa l’analisi degli atti comunicativi provenienti da una pluralità di attori in questa fase di avvicinamento al referendum del 22-23 marzo 2026».
«Rientrano tra queste circostanze il valore politico attribuito a un’eventuale vittoria del “sì”, di mantenimento del vantaggio elettorale dell’attuale maggioranza parlamentare e di governo in vista delle elezioni del 2027; e, da parte di alcuni, l’equivoca lettura di una vittoria del “no” come spallata al governo. Ma soprattutto assistiamo al compiersi di una distorsione della comunicazione istituzionale».
Questo passaggio è apparso sulla rivista “Questione Giustizia” nel saggio “Brevi note sulla comunicazione pubblica nella campagna referendaria 2026”. A firmarlo è Giuseppe Battarino, ex magistrato e docente di Comunicazione pubblica e istituzionale all’Università dell’Insubria ed ex magistrato.

Professor Battarino, in che cosa si differenziavano la narrazione del No e quella del Sì nella campagna referendaria?
«Il No cercava temi generali. Il Sì invece aggiungeva pezzi di volta in volta: il caso Garlasco, il problema giudiziario avuto da Caio e quello di Sempronio, la degenerazione delle correnti e così via. Era una narrazione a strati che evidentemente non è stata convincente».

C’è stato un punto di rottura in questa campagna referendaria?
«Sì. A un certo punto la campagna sulla riforma della giustizia è diventata campagna elettorale e ha aperto la strada a una delegittimazione della magistratura. È un fenomeno che è andato al di là delle volontà dei singoli, ma che è stato pericolosissimo, perché in modo esplicito si è arrivati ad affermare che i processi fossero ingiusti e sbagliati. Questa è stata una parte martellante della campagna elettorale».

Che effetto ha prodotto tutto questo?
«Una ferita molto profonda e reale. Parlando con i miei ex colleghi magistrati ho percepito la sofferenza di persone che con dedizione e sacrificio sono al servizio dei cittadini e si sentivano raccontare in quei termini da altre istituzioni. Questa è una cosa terribile. Questo, per me, è il punto fondamentale. A partire da oggi il primo dovere è ricostituire la fiducia nelle istituzioni. È il compito in cui devono impegnarsi tutti quelli che hanno rifiutato la delegittimazione di un’istituzione dello Stato. Quando sentivo le urla sui singoli casi giudiziari pensavo inevitabilmente alle migliaia di servitori dello Stato che ogni mattina, in condizioni difficili, si sforzano di fare il loro dovere, come ho fatto io per oltre trent’anni, e che poi si sono dovuti sentire descrivere come una casta, addirittura come dei malavitosi».

In un suo intervento pubblico lei ha usato un’immagine molto forte: “Se le cose stanno così, allora annulliamo tutte le sentenze contro i mafiosi, restituiamo beni e soldi”.
«Era una modalità retorica evidente, ma nasce da una riflessione molto concreta. Io calcolo di avere aperto e chiuso un fascicolo circa trentamila volte. Dovrei dire che l’ho fatto trentamila volte ingiustamente perché non abbiamo sostituito sette articoli della Costituzione? È chiaro che in questa visione c’era qualcosa che non andava».

La vittoria del No è stata netta. Ma il tema dei cambiamenti necessari nella giustizia italiana è ancora centrale…
 «Certo, nella giustizia italiana vanno cambiate tante cose, ma preferibilmente senza picconare la Costituzione perché oggi sono state lasciate delle macerie. Non è troppo tardi per ricostruire, però bisogna farlo. E lo devono fare le persone di buona volontà».

Chi sono queste persone di buona volontà?

«Nel mondo della politica, dell’avvocatura e della magistratura ci sono molte persone che, magari dicendolo apertamente oppure magari solo pensandolo, hanno rifiutato la ricerca delle macerie. Da queste persone bisogna ripartire».

Da dove si riparte?
«Dal garantire la giustizia quotidiana. È su questo che bisogna misurarsi davvero. Io faccio sempre l’esempio di quando lavoravo in Calabria. In quel contesto non faceva più di me, contro la criminalità, chi si occupava di penale. Faceva invece moltissimo anche il collega che seguiva le esecuzioni civili, cioè il lavoro più umile, ma quello che garantiva la giustizia quotidiana. È questo l’obiettivo su cui tutti devono tornare a misurarsi».

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Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

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Pubblicato il 24 Marzo 2026
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