Longhini: «Varese deve tornare a essere il centro nevralgico della provincia»
Intervista al segretario provinciale di Forza Italia e consigliere comunale di Varese, tra passione politica, memoria giornalistica e visione per il futuro della città
«Eravamo a Roma e avevo dieci o undici anni, e mentre mia mamma lavorava io giravo per la città da solo, con la cartina cartacea, senza cellulare, allora non c’era nessun problema. Oltre ai luoghi storici e culturali, passavo davanti a Palazzo Chigi, Montecitorio, Palazzo Madama. E già riconoscevo i politici che incrociavo. Ricordo di aver visto Pannella».
Simone Longhini sorride mentre racconta un aneddoto della sua infanzia. La sua formazione è sempre stata caratterizzata dalla politica e del mondo dell’informazione. «I miei riferimenti sono Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi e tutta la mia carriera politica si è sviluppata dentro Forza Italia».
Chi è Simone Longhini fuori dalla politica?
«Sono varesino da sempre. La passione per la politica è nata fin da ragazzino: ricordo i pranzi e le cene con i miei genitori e mia nonna, con il telegiornale sempre acceso e il commento sulle notizie del giorno, sui fatti di governo, sull’economia. Mia madre era direttore della Banca d’Italia e, durante i mesi estivi, la seguivo nelle diverse filiali in giro per l’Italia. Mi piaceva sfogliare i giornali, leggerli, farle la rassegna stampa degli eventi politici ed economici più importanti. Politica e giornalismo sono andati avanti di pari passo fin dall’inizio».

Lei è del 1978: quando è stato rapito e ucciso Moro, era appena nato. Come ha recuperato quel passaggio così strategico per la vita del paese?
«Gli anni Settanta hanno rappresentato un elemento di forte divisione, non solo politica ma anche sociale, che ha portato il paese a toccare punti molto bassi. È stato un periodo tribolato, ma anche di svolta. Recuperarlo storicamente è stato fondamentale per capire le fratture che hanno segnato la nostra storia repubblicana».
E da un punto di vista personale… ha una famiglia?
«Non sono sposato e non ho figli».
Qual è il valore che guida le sue scelte politiche?
«I valori sono quelli della libertà, e la modalità con cui si realizzano sono la concretezza e il pragmatismo. Non mi piace parlare di ideologie o di posizioni preconcette: non è nel mio stile. E in questo mi riconosco molto nello stile attuale di Forza Italia, che è molto pragmatica, molto concreta, e punta ad analizzare i problemi per risolverli senza il paraocchi dell’ideologia».
Chi potrebbe essere il suo padre spirituale o politico?
«Come leadership politica ho sempre apprezzato Berlusconi, che è stato un punto di riferimento costante. Andando più indietro nel tempo, De Gasperi è senz’altro una figura di riferimento. Ho fatto la tesi proprio sulla storia della Democrazia Cristiana, e quell’epopea è stata, secondo me, una parte molto importante della nostra storia sociale e politica».

Prima di entrare pienamente in politica ha fatto per anni il giornalista. Quanto ha influenzato il seguito?
«Tantissimo. Ho svolto l’attività giornalistica a Rete 55 e questo mi ha permesso di conoscere bene tutto il territorio della provincia di Varese e di raccontarlo. Ho scoperto innanzitutto una differenza quasi abissale tra le varie zone: il nord della provincia ha caratteristiche socio-economiche di un certo tipo, Varese capoluogo ne ha altre, il sud ancora altre. Di tutte queste storie ho fatto tesoro, perché rappresentano la ricchezza fondamentale che spetta alla politica e all’amministrazione valorizzare».
Vent’anni da consigliere comunale, tra maggioranza e opposizione. Che differenza c’è tra raccontare e decidere?
«Governare in maggioranza e stare all’opposizione sono due mestieri completamente diversi. L’opposizione può evidenziare tutto ciò che non va, anche caricandolo di significato, ed è giusto che lo faccia: è il suo ruolo, deve controllare chi amministra. Chi governa, invece, deve essere molto più capace di trovare soluzioni, anche quando non sono né facili né scontate. Tra le due cose, io preferisco stare dalla parte di chi amministra: dare no preconcetti non è nel mio stile».
Quale ruolo l’ha messa più alla prova?
«Senz’altro l’assessore alla cultura. È stata un’esperienza bellissima e molto sfidante, in un periodo in cui, per via del patto di stabilità e di altre questioni, non si avevano risorse infinite. Ma proprio per questo si è lavorato molto con le associazioni locali, in cui credo profondamente. Voglio ricordare anche Bambi Lazzati, scomparsa poco tempo fa, con cui abbiamo collaborato spesso e volentieri. Tra le cose realizzate in quel periodo, mi piace ricordare la messa in rete dei musei di Varese con Varese Musei, cosa che prima non era mai stata fatta e l’apertura del Museo dei fratelli Castiglione a Villa Toplitz. Semi gettati anni fa che ora vedono i loro frutti. Ho collaborato con associazioni di ogni colore e provenienza, senza nessun orientamento politico-ideologico: questo ci tengo a dirlo».
Come valuta l’assessorato alla cultura negli ultimi dieci anni?
«Ho una grande stima personale di Enzo La Forgia: è una persona molto capace. Non ho giudicato positivamente invece l’esperienza dell’assessore Cecchi, che secondo me aveva una mancanza di empatia e di legame con il territorio: è arrivato pensando che Varese fosse come qualsiasi altra città d’Italia, invece bisogna conoscerla, capirne le peculiarità, amarla. Ho apprezzato molto un’iniziativa come il Varese Summer Festival di qualche anno fa, che aveva avuto un richiamo molto importante. Mi dispiace che poi sia stata abbandonata, mentre si è insistito su Natura Urbana che, anno dopo anno, perdeva presa sul pubblico».
Varese viene spesso definita una città tranquilla: è ancora un punto di forza o rischia di essere un limite?
«Credo sia un punto di forza, ma va attualizzato e valorizzato. La sicurezza, o meglio la sua percezione, è un elemento su cui riflettere. Al di là dei dati reali sui reati, è innegabile che la gente oggi faccia fatica ad andare in alcune zone della città. Bisogna far vivere Varese: vuol dire avere eventi attrattivi e sostenere il commercio. In questi anni ho presieduto la commissione attività produttive e ho visto quanto il commercio sia in sofferenza. Manovre come l’incremento dei parcheggi o la realizzazione di piste ciclabili in contesti non idonei — penso a via Veratti, a via Da Carcano — non trovo siano soluzioni ideali dove insistono attività economiche che rischiano di essere penalizzate».

Qual è il problema più urgente di Varese?
«L’attrattività economica del territorio. Senza un’economia florida non c’è sicurezza, non c’è turismo, non c’è possibilità di pensare al futuro. Questi sono gli aspetti fondamentali».
Come vede, Varese tra dieci anni?
«Vorrei che non fosse più una bella addormentata. Vorrei che ritornasse a essere il centro nevralgico non solo formale ma anche sostanziale della provincia: oggi siamo capoluogo, ma ci sono città come Busto Arsizio che per numero di abitanti ci hanno superato. Bisogna renderla attrattiva anche per le giovani coppie, valorizzando le sue bellezze paesaggistiche e rendendola sempre più vivibile».
Università e giovani: due realtà che potrebbero dare un forte dinamismo alla città…
«Una chiave per reggere il futuro è far sì che Varese diventi davvero città universitaria. Uno dei primi passi è quello suggerito dal rettore: portare l’università nel centro della città, con stabili e edifici adibiti ad attività accademiche. L’appello rivolto al Comune per trovare una collocazione nella caserma Garibaldi lo condividevo, e mi è sembrato un errore non averlo accolto in pieno. Tutte le città universitarie importanti hanno gli studenti nell’ambito urbano: il loro via vai quotidiano dà valore alla città».
E per i giovani in generale?
«Bisogna creare eventi di socialità che li aiutino a uscire dal rapporto solitario con il telefono e i social. Lo sport innanzitutto, poi la cultura come aggregazione, e spettacoli in cui i giovani siano protagonisti. Voglio che ci siano occasioni per mettersi in gioco a Varese, senza dover andare a Como, a Milano o in Svizzera per divertirsi».
Se potesse decidere lei: qual è il progetto concreto che vorrebbe vedere realizzato nei prossimi cinque anni?
«Mi piacerebbe che i progetti già impostati dalle amministrazioni precedenti vedessero finalmente la luce. Villa Mylius, ad esempio: è un luogo di pregio praticamente nel centro della città, con un contesto paesaggistico bello. È un peccato che non ci siano novità rispetto al progetto dell’Accademia del Gusto di Marchesi. E poi la caserma Garibaldi, che può diventare un centro culturale importante nel cuore di Varese. Più in generale, bisogna scegliere meno cose, ma portarle a compimento: altrimenti Varese resta una città di incompiute».
In vista delle prossime elezioni: quali sono le priorità del centrodestra per Varese?
«Abbiamo già individuato dei macro temi: Varese bella, Varese attrattiva, Varese vivibile, Varese sicura. Su questi si può e si deve lavorare con tutto il centrodestra, ma anche con chiunque voglia dare una svolta alla città. Sono molto aperto ai contributi del mondo civico e delle associazioni, e anche di forze che non sono parte integrante del centrosinistra, penso ad Azione. Su tre o quattro temi fondamentali si può trovare un’ampia convergenza, e chi dopo undici anni di amministrazione Galimberti vuole cambiare può trovare una proposta seria e credibile nei contenuti».
Che ruolo gioca Forza Italia in questo schema?
«Forza Italia è tornata protagonista a livello territoriale. Quando sono stato eletto segretario provinciale avevamo un sindaco in tutta la provincia; oggi ne abbiamo tredici. Siamo passati dal 6% alle ultime regionali del 2023 a oltre il 10% alle europee. Vogliamo essere una forza rassicurante, moderata, di centro, che lavora su un’ampia fetta di elettorato che si riconosce nei valori popolari, riformisti e liberali, e che vuole risolvere i problemi concreti lasciando da parte gli estremismi».
Che tipo di sindaco vedrebbe a Varese?
«Prima di tutto un varesino che ami e conosca la sua città. Qualcuno capace di fare una sintesi tra le diverse sensibilità del centrodestra, e poi con tutte le realtà della città: le associazioni, le forze imprenditoriali, quelle sociali. Un buon programma per una città capoluogo di provincia si costruisce ascoltando il territorio, non partendo da sé stessi. Bisogna farsi dire dalle realtà locali quali sono le esigenze, e da lì costruire insieme un progetto il più condiviso possibile».
Come riesce a conciliare il ruolo di consigliere comunale con quello di segretario provinciale?
«È senz’altro molto impegnativo, ma credo che l’esperienza amministrativa su Varese possa servire anche quando si va in altre realtà del territorio, perché i problemi sono spesso simili se non uguali. Il tavolo cittadino di Varese è presieduto dal segretario cittadino Salvatore Reggio; io mi occupo del tavolo provinciale. Stiamo lavorando bene per le prossime amministrative: abbiamo già condiviso figure importanti di sindaco, come a Luino, la città più grande che andrà al voto in questa tornata. E siamo in dirittura d’arrivo per trovare accordi anche nelle altre città, sempre con l’obiettivo di scegliere i candidati più competitivi, al di là delle bandiere di partito. Con lo sguardo già puntato al 2027».
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