Sulla “rotta balcanica” e al fianco delle donne: le Acli in Bosnia per le vittime delle guerre di ieri e di oggi

A Bihać, confine con la Croazia e l'Unione Europea, un progetto aiuta i migranti minori non accompagnati, nella capitale Sarajevo le donazioni sostengono l'attivismo locale. Un gruppo da Varese in visita

ACLI Bosnia

Haitan ha 17 anni e un giorno la polizia croata, a manganellate, gli ha spezzato tutti i denti davanti.
La sua colpa: voleva entrare in Europa, in fuga dalla Siria stremata da tre lustri di guerra civile.
Oggi la casa di Haitan (nome di fantasia) è in una palazzina su una collina sopra la città di Bihać, nella Bosnia Nord-occidentale: è ospite del centro per minori non accompagnati costruito da Ipsia, la ong delle Acli.

Durante la guerra in Bosnia, Bihać per tre anni – dall’estate del 1992 a quella del 1995 – è stata una città assediata: come per la più famosa Sarajevo, anche qui i civili (molti profughi dalle campagne circostanti) hanno subito i bombardamenti delle forze nazionaliste serbo-bosniache.

Le Acli arrivarono qui subito dopo la fine del conflitto, con il progetto “Un sorriso per la Bosnia”, a sostegno delle migliaia di persone sradicate dalla pulizia etnica, attuata dai nazionalisti serbi per creare la “Republika Srpska”, scacciando croati e bosniaco-musulmani.

«Ma le Acli erano già presenti a sostegno dei profughi da alcuni anni, nel campo di Hrastnik in Slovenia», racconta – davanti al centro per minori migranti di Bihać – Roberto Andervill, delle Acli di Varese, una delle sezioni provinciali del movimento che organizzarono il volontariato nei campi (Ipsia Varese era a Hrastnik, quella di Milano a Bosanska Krupa). Il legame nato allora non si è mai spezzato: Ipsia è ancora presente e anche le Acli varesine portano persone in visita a Bihać, come accaduto nei giorni di Pasqua con un gruppo di amici passati prima da Sarajevo.

Dal 2024 l’impegno di Ipsia, sostenuto anche dalle Acli dei diversi territori, ha la forma di una bella palazzina ai margini della città, progettata e costruita esattamente per il progetto che ospita: si chiama Brat , che sta per “Balkan Route: Accoglienza in Transito”, attivo anche a Sarajevo e nella regione di Tuzla, in Bosnia centrale.

Generico 06 Apr 2026
Le montagne su cui corre il confine tra Bosnia e Croazia. Sulla destra si nota – coperta di neve – la fascia disboscata creata dalla Croazia per rendere più facile intercettare i migranti

«Qui accogliamo minori non accompagnati che stanno percorrendo la “rotta balcanica” di migrazione verso l’Europa, ma anche minori locali che per ragioni diverse hanno bisogno di accoglienza» racconta Silvia Maraone, milanese, coordinatrice dei progetti. Intorni a lei si muovono ragazzini e ragazzine siriani, pakistani, gambiani, alcuni poco più che bambini, con alle spalle già migliaia di chilometri di viaggio. E poi ci sono bambini e bambine bosniaci, affidati ai “legal guardian” per progetti di affiancamento delle famiglie che si ritrovano in situazioni di fragilità.

Dignità contro l’orrore

Negli anni Silvia Maraone, dai vecchi magazzini intorno alla stazione di Belgrado in Serbia, fino ai boschi tra Bosnia e Croazia, ha visto (e raccontato anche sul suo blog e in articoli giornalistici) le condizioni degradanti e la violenza cui sono sottoposti i migranti.
Aveva negli occhi quella violenza, quando ha iniziato a pensare con Ipsia al nuovo centro a Bihać: «Abbiamo voluto un posto ampio, luminoso, dignitoso, in contrapposizione all’orrore dei campi» ha raccontato ai tredici ospiti andati in visita con il gruppo di amici organizzato all’interno dell’esperienza del circolo Quarto Stato di Cardano al Campo.

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Il centro ha anche un valore economico, un investimento per la città, che ha circa 60mila abitanti: prima con i lavori di costruzione, poi nella gestione e nel servizio offerto alla comunità bosniaca. «Qui a Bihac come Ipsia siamo una ventina, compresi volontari in servizio civile internazionale; tredici sono bosniaci; i legal guardian, i cuochi, la security notturna». Una piccola presenza ma importante, in un Paese segnato da disoccupazione, lavoro sottopagato, forte emigrazione, specie dei più giovani.

A Bratunac, là dove il conflitto aveva diviso, oggi le donne costruiscono futuro con Frutti di Pace

Il “game”

La struttura di Ipsia Acli ha 35 posti letto.
«Tra ieri e oggi in sei sono andati al game. Oggi quindi sono diciannove le presenze, di cui otto dalla comunità locale».
Il game, come lo chiamano, è il tentativo di passare la frontiera con la Unione Europea (direzione, soprattutto, Germania e Nord Europa). Un gioco, una roulette russa che è pericolosissima, perché si rischia di perdersi nei boschi, morire di freddo, ma anche finire derubati, bastonati e respinti dalla polizia di frontiera.

I ragazzi sono giovanissimi: «I teenager non accompagnati di solito tra 15 e 17 anni, per lo più maschi; ora c’è una sola ragazzina non accompagnata, siriana». I minori non accompagnati rappresentano circa il 17-18% sulla rotta balcanica, che nel 2025 ha registrato 14mila transiti (ma negli anni precedenti si è arrivati a 25mila).
«Noi cerchiamo di offrire la possibilità di integrarsi nella comunità locale, ma il punto cardine costruire una stabilità e un’indipendenza, una capacità di stare bene nel contesto in cui ci si inserisce». Poi proseguiranno il loro viaggio.

Generico 06 Apr 2026

Per quanto la realtà della Ue sia comunque dura per i migranti, il contesto bosniaco – un Paese povero, di grande emigrazione, con enormi fragilità dal punto di vista sociale e politico – è oggi più duro. E in questo il lavoro di Ipsia ha anche un significato politico, in senso alto: «Un esperimento, un tentativo di dimostrare ai bosniaci la possibilità di un modello, che porti la Bosnia a uno standard europeo».

Quanto ai bambini della comunità locale, «il più piccolo ha quasi due anni» spiega una legal guardian bosniaca. Anche su questo fronte la presenza di Ipsia cerca di essere elemento di sprone per la realtà locale, che deve fare fronte a tensioni e fragilità che derivano dal passato di guerra.

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Le colline di Bihac

 

Un impegno da trent’anni, tra paesi e città della Bosnia

Le Acli varesine hanno sostenuto vari progetti locali nelle cittadine e villaggi bosniaci da cui venivano le famiglie di profughi incontrati in Slovenia dal 1993. «Dopo la fine della guerra ogni anno – ricorda ancora Andervill – portavamo i fondi alle famiglie in varie località, ma non solo: per esempio abbiamo acquistato la caldaia per l’asilo di Maglaj», cittadina in Bosnia centrale.

Nei boschi di Srebrenica, per non dimenticare: Donata Manciani e la marcia per la memoria

Il gruppo venuto dall’Italia ha toccato poi anche “Žena – žrtva rata”, un’altra realtà bosniaca sostenuta nel tempo dalle Acli di Varese, grazie ai legami costruiti da un gruppo multiforme che aveva (e ha ancora) un riferimento nell’attivista delle “Donne in nero” Donata Manciani.
“Žena – žrtva rata” significa “Donna – vittima di guerra”, l’associazione è stata fondata da un gruppo di donne che ha subìto sul proprio corpo i crimini di guerra. 
«Non abbiamo mai smesso di cercare i colpevoli di crimini. Continuiamo a cercarli per portarli davanti alla giustizia, perché possa processarli» dice Bakira Hasecic, presidente dell’associazione, durante un incontro nella sede a Dolac Malta, quartiere di grandi palazzi vicino alla stazione di Sarajevo, capitale della Bosnia.

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Una foto di quindici anni fa con Bakira Hasecic, a destra, con Donata Manciani e Andrea Milani, arrivati dal Varesotto

La violenza contro le donne e i criminali da cercare

Per anni le donne vittime di violenza hanno dovuto sopportare anche uno stigma sociale, specie nelle realtà rurali, dove più forte è il conservatorismo.
Nel tempo anche l’opera di associazioni come “Žena – žrtva rata” ha cambiato almeno in parte la percezione e ha consentito di far emergere altre vittime. Persino uomini vittime di stupro: «Oggi abbiamo registrato 76 Comuni di Bosnia ed Erzegovina dove ci sono vittime donne e 23 in cui ci sono vittime uomini» dice ancora Hasecic. «E abbiamo seguito 62 bambini figli di stupri di guerra».

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«Voglio che sappiate che io sono solo una delle migliaia di donne violentate» dice alla fine dell’incontro, svelando più esplicitamente la sua storia.
Molti degli autori di quei crimini sono rimasti impuniti, qualcuno ha fatto carriera politica, perché qui la politica (nella metà serba della Bosnia, ma anche nella Federazione croato-musulmana) è stata a lungo ed è ancora in parte appannaggio di veri o presunti veterani di guerra, ma anche dei “profiteri”, quelli che con la guerra e i suoi traffici si sono arricchiti. Dopo la chiusura del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, che ha esaurito il suo mandato nel 2017, la ricerca di verità e giustizia può passare solo dai tribunali locali, di rado anche da qualche tribunale di altri Paesi dove si sono rifugiati i sospetti.

Trent’anni fa Srebrenica, il genocidio nel cuore d’Europa

È stato un passaggio duro, quello alla sede di “Žena – žrtva rata”, in un viaggio che ha toccato anche la bellezza della città di Sarajevo. Luogo d’incontro di tutte le maggiori religioni d’Europa (cattolicesimo, ortodossia, ebraismo, Islam), così segnata dal conflitto di trent’anni fa e dall’aggressione dei nazionalisti serbi, ma anche tornata ad essere piccola metropoli – la definiva un poeta – aperta al mondo.

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Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

Pubblicato il 10 Aprile 2026
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