La Liberazione e la porta socchiusa a Est

L’Italia, la Russia e il prezzo di una dipendenza chiamata convenienza

Generico 20 Apr 2026

Quando lavoravo in Whirlpool, uno dei concorrenti da guardare con rispetto era Indesit, la creatura industriale di Vittorio Merloni. E lì si capiva una cosa che oggi torna utile più di molti discorsi: una parte importante della forza di quel gruppo stava su due pilastri molto diversi e molto solidi, il Regno Unito e la Russia.

Non era folklore. Era conto economico. La Russia, per una parte dell’industria italiana, non è mai stata soltanto un tema geopolitico. È stata un mercato, una fabbrica, una marginalità, una promessa di crescita. Prima dei talk show, prima dei tweet, prima delle invettive diplomatiche, c’erano i bilanci. E nei bilanci Mosca non era il nemico. Era una riga utile.

Il 25 aprile serve anche a questo: a ricordarci che la libertà non è mai acquisita una volta per tutte. Non riguarda soltanto il passato. Riguarda il modo in cui un Paese riconosce, nel presente, le proprie dipendenze, le proprie ambiguità, le proprie comode rimozioni. Perché liberarsi non significa soltanto cacciare un occupante. Significa anche smettere di chiamare prudenza ciò che, nel tempo, diventa dipendenza. Smettere di chiamare realismo ciò che è assuefazione. Smettere di chiamare convenienza ciò che finisce per restringere la propria autonomia.

Gli screzi di oggi tra Italia e Russia non si capiscono se vengono letti come una rissa nata ieri. Non sono un incidente di giornata. Sono il ritorno in superficie di una storia lunga, stratificata, ambigua. Una storia in cui l’Italia è stata occidentale per alleanza, ma mai del tutto impermeabile all’Est. E in cui la Russia, prima sovietica e poi putiniana, è stata per molti italiani non solo una minaccia, ma anche una possibilità.

Durante la guerra fredda, l’Italia stava nella Nato. Punto. Ma dentro casa aveva il più grande partito comunista dell’Occidente. Già qui sta la nostra anomalia. Eravamo sotto l’ombrello americano, ma con una parte importante del Paese che guardava a Mosca non come a un mostro straniero, bensì come a un riferimento politico, culturale, a tratti perfino sentimentale.

L’Italia non ha mai avuto con l’Unione Sovietica il rapporto semplice che hanno avuto altri Paesi occidentali. Non era amore, ma non era neppure soltanto ostilità. Era una miscela italiana: fedeltà atlantica, curiosità ideologica, pragmatismo economico e una certa vocazione nazionale a tenere aperti più tavoli contemporaneamente (come oggi la Turchia).

A capirlo prima di molti fu Enrico Mattei. Con l’energia non si fanno prediche: si fanno interessi. Mattei trattò con i sovietici perché conveniva trattare. Non per simpatia, ma per petrolio, gas, margini, autonomia. In quelle mosse c’era già il nucleo del rapporto che sarebbe venuto dopo: la Russia come problema geopolitico, certo, ma anche come scorciatoia economica.

Non tutto, in quella stagione, fu cecità. In molti casi fu politica industriale, ricerca di autonomia, capacità di muoversi in un mondo diviso. Ma ogni convenienza protratta troppo a lungo finisce per chiedere il conto. E spesso lo presenta quando le condizioni che l’avevano resa utile non esistono più.

Poi crolla l’Unione Sovietica. Cambia tutto, ma non cambia la sostanza. Finita l’ideologia, restano gli affari. Anzi, aumentano. La Russia post-sovietica appare a molte imprese italiane come una frontiera gigantesca: grande mercato, costo del lavoro competitivo, fame di consumi, spazio per entrare. L’Italia ci va. Con prudenza, ma ci va. E non solo con il lusso o con l’alimentare. Ci va con l’industria vera. Con le macchine, con l’energia, con gli elettrodomestici.

Il caso Indesit, da questo punto di vista, è esemplare. La Russia non era un luogo dove piazzare qualche lavatrice. Era una gamba del sistema. Presenza industriale, marchi, quote di mercato, struttura commerciale. Non si investe così in un Paese che si considera marginale. Lo si fa quando quel Paese entra nella propria idea di futuro. Gli Americani della Whirlpool, questo non lo avrebbero mai fatto.

Ed è qui che la storia industriale incrocia quella politica. Mentre le imprese italiane entravano in Russia o ci crescevano, l’Italia costruiva anche la propria dipendenza energetica da Mosca. Per anni il gas russo è stato il più comodo dei compromessi: vicino, abbondante, relativamente conveniente. A poco a poco non è diventato solo una fornitura. È diventato un’abitudine. E come tutte le abitudini comode, è diventato struttura.

Questo è il punto che ancora oggi facciamo fatica a guardare fino in fondo: la dipendenza italiana dalla Russia non è stata semplicemente subita. È stata costruita. Per convenienza. Costruita da chi faceva energia. Costruita da chi faceva industria. Costruita da chi, in politica, preferiva il dialogo alla frizione. Costruita da una parte del ceto dirigente che nella Russia vedeva sì dei rischi, ma vedeva soprattutto occasioni.

Poi vennero gli anni di Berlusconi e Putin, e quella relazione smise quasi di vergognarsi. Si fece personale, scenica, ostentata. Amicizia, strette di mano, fotografie, diplomazia parallela. Ma il punto non era solo il teatro. Il punto era la platea che applaudiva: una parte d’Italia era perfettamente a suo agio con l’idea di una Russia forte, utile, trattabile.

Per trent’anni il rapporto con Mosca è stato questo: interesse, indulgenza e rimozione. Si sapeva bene che cosa fosse diventata la Russia. Si vedeva come funzionava il suo potere. Ma finché il gas arrivava, i mercati tenevano e i margini reggevano, in molti hanno preferito considerare il problema secondario.

Poi è arrivata l’Ucraina. E lì la storia si è spezzata. L’invasione del 2022 non ha soltanto aperto una guerra. Ha rotto una lunga illusione italiana: quella di poter separare indefinitamente gli affari dalla natura del potere con cui li facevi. Da quel momento ciò che prima sembrava pragmatismo ha cominciato a mostrare il suo altro nome: dipendenza.

Non si tratta di odiare la Russia. Sarebbe sbagliato, oltre che inutile. Un Paese, una cultura, una storia non coincidono con il potere che li governa. Si tratta piuttosto di capire che uno Stato libero non può consegnare pezzi decisivi della propria autonomia, come energia, industria, politica estera, opinione pubblica, a un regime che usa le forniture come leva, la propaganda come arma e l’intimidazione come diplomazia.

L’Italia istituzionale, da allora, ha cambiato linea. Ha ridotto drasticamente il gas russo. Ha cercato altri fornitori. Ha stretto il legame con l’Europa e con la Nato. Ha preso posizione. E questa posizione oggi ha due volti molto diversi ma, agli occhi del Cremlino, ugualmente rilevanti: Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Non perché rappresentino la stessa storia politica. Non la rappresentano. Ma perché, in questo momento, incarnano la stessa scelta istituzionale: l’Italia che non vuole più stare su due tavoli.

Per questo vengono colpiti. Gli attacchi russi degli ultimi tempi contro il Presidente della Repubblica e contro la Presidente del Consiglio non sono semplici sfoghi. Sono messaggi politici. Mosca sa dove battere: sulle istituzioni, sui simboli, sui punti di tenuta. Colpire Mattarella e Meloni significa colpire la linea ufficiale italiana, quella che si è staccata dalla vecchia indulgenza.

Ed è qui che l’apparente paradosso smette di essere tale. Da una parte la Russia aggredisce verbalmente le nostre istituzioni. Dall’altra, dentro la politica italiana, riaffiora in forme diverse la tentazione di tornare alla convenienza: riaprire ai flussi energetici russi, rimettere al centro il prezzo, riprendere il filo interrotto. Sono posizioni differenti, con responsabilità differenti, ma rivelano lo stesso dato di fondo: il passato non è passato.

La Russia ha lasciato tracce profonde nella politica italiana non solo per simpatia ideologica, ma perché è entrata per decenni nel metabolismo materiale del Paese. Nelle bollette. Nelle fabbriche. Nei modelli di business. Nelle abitudini del ceto dirigente. Nei riflessi di una parte dell’opinione pubblica. Per questo, quando oggi si sente dire che con il gas russo si stava meglio, non si ascolta soltanto una frase polemica. Si ascolta il residuo di una lunga dipendenza presentata per anni come buon senso.

Il collegamento tra elettrodomestici, gas e politica non è forzato. È esatto. La Russia, per l’Italia, è stata molte cose insieme: un avversario strategico, un partner commerciale, una fonte energetica, un mercato industriale, una tentazione politica. In pochi altri rapporti internazionali italiani queste dimensioni si sono sovrapposte così a lungo e con tanta naturalezza. Ecco perché gli screzi di questi giorni hanno radici profonde. Molto più profonde degli insulti di un propagandista o delle dichiarazioni di un leader in cerca di consenso. Quelle sono le increspature. Sotto, c’è una corrente di settant’anni.

Il 25 aprile non ci chiede di semplificare la storia. Ci chiede il contrario: di riconoscere le forme nuove con cui la libertà può essere consumata. Non sempre attraverso un’invasione. Non sempre attraverso una dittatura dichiarata. A volte attraverso un’abitudine. Una fornitura. Un mercato. Uno sconto. Una convenienza troppo a lungo scambiata per neutralità. La Liberazione non è un museo. È una misura. Misura la distanza tra ciò che diciamo di essere e ciò che siamo disposti a pagare per restarlo.

Non basta essere stati liberati una volta, se poi si accetta lentamente di dipendere da chi non riconosce la libertà degli altri. Non basta commemorare la Resistenza, se poi la sovranità diventa negoziabile, la politica estera una questione di forniture, la dignità nazionale una variabile del prezzo del gas.

L’Italia ha passato una vita a convincersi che la Russia fosse abbastanza lontana da far paura e abbastanza vicina da fare affari. Ora scopre che non era vero. E il 25 aprile, se vuole ancora parlare al presente, serve anche a questo: a ricordarci che la libertà non consiste solo nel celebrare chi ci ha liberati ieri. Consiste nel riconoscere, oggi, le porte che abbiamo lasciato socchiuse non al dialogo, ma alla dipendenza. E nel trovare il coraggio di chiuderle.

Generico 20 Apr 2026

Da Materia prima della domanda, raccolta di poesie di Giuseppe Geneletti.

La tromba e il bambino
(JFK, Arlington)

Quando muore qualcuno
ingiustamente,
violentemente,
qualcuno che viveva
un’idea di libertà,
di giustizia,
di fratellanza,

per un istante
il cuore dell’universo
ha un sussulto.
Un tonfo.

Un tom.

E quando
il mio bambino
incontra quella tromba
e muto la sente suonare
dentro, ora,

tutti quei tom
nati nella storia del mondo
lo risvegliano.

Lo toccano
con quell’idea,
la fanno vivere ancora.

Anche se non li abbiamo conosciuti,
siamo legati a loro.
Perché quel tom
vive sempre,
ogni volta che
qualcosa in noi
si apre in ascolto.

Da Materia prima della domanda, raccolta di poesie di Giuseppe Geneletti.

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Pubblicato il 24 Aprile 2026
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