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Questa non è una pipa!

E' necessario cercare di comprendere la natura della difficoltà che il bambino sta vivendo, ma è importante non dimenticare mai che ci troviamo di fronte ad un soggetto che ha un nome, una storia, un vissuto e un suo punto di vista sulla realtà

Se ci venisse chiesto "che cos’è?" osservando la figura qui rappresentata, credo che molti di noi senza alcun dubbio affermerebbero con sicurezza: "Questa è una pipa!".
In modo bizzarro, e certamente provocatorio, il pittore Renè Magritte, autore di questo quadro dipinto attorno al 1928, ha utilizzato invece una didascalia che esplicitamente nega ciò che a prima vista sembrerebbe evidente.

QUESTA NON E’ UNA PIPA.

Infatti non si tratta di una pipa vera, ma è la rappresentazione pittorica di una pipa; è qualcosa che sta per una pipa, ma non è una vera pipa.
 “E’ l’invarianza della forma tra la pipa dipinta e la pipa vera che invita alla stessa potenzialità di utilizzo a favorire l’inganno. La differenza tra OGGETTO come RAPPRESENTAZIONE e OGGETTO FISICO è densa di conseguenze per una teoria della conoscenza. La sorpresa, il senso di spaesamento che abbiamo provato di fronte al lavoro di Magritte ci dice che non avevamo compreso il vero significato della sua opera. Ci avverte di quanto sia facile fraintendere, sbagliare quando abbiamo a che fare con il RAPPRESENTATO; ci dice che è necessario essere in possesso della “chiave di lettura” giusta, del CODICE corretto per capire pienamente, per non travisare. Ci dice che diamo per scontate delle cose che scontate non sono per niente.” (Roberto Amadi – www.robertoamadi.it)

L’intuizione di Magritte mi sembra quanto mai attuale, in un’epoca in cui l’immagine tende a farsi sempre più pervasiva, al punto che sembra sempre più frequente il fatto che non soltanto un oggetto, ma anche un evento o addirittura una persona possano facilmente essere confusi con l’immagine che di loro viene data.
Ho recentemente partecipato ad un concerto di Vecchioni: la mia vicina di posto sembrava più preoccupata di scattare foto in continuazione col suo smart-phone che non di ascoltare. Ora, a parte il fastidio arrecato a chi le stava vicino (abbiamo poi cambiato posto), mi ha fatto riflettere il fatto che questa persona stava barattando l’emozione e la gioia di partecipare ad un evento ascoltando, osservando, percependo odori, colori, atmosfera, con la preoccupazione di catturare mediocri immagini dell’evento stesso, magari per poter dire “io c’ero” ai suoi distratti “amici” di facebook.
Forse, parafrasando Magritte, oggi il suo paradosso si potrebbe proporre in questi termini:

QUESTO NON E’ UN AMICO! 

A me sembra che questa tendenza diffusa a scambiare l’oggetto della nostra attenzione con la sua rappresentazione conduca facilmente a semplificazioni o, se vogliamo, banalizzazioni della realtà che possono condurre a stili di relazione poveri e poco costruttivi.
Questo purtroppo accade con una certa frequenza anche in campo educativo e terapeutico: l’eccessiva tendenza a misurare in modo “oggettivo” le difficoltà incontrate dai bambini nel loro percorso di crescita e a descriverle secondo parametri che hanno una presunzione di scientificità porta spesso a identificare il soggetto delle nostre osservazioni con la difficoltà stessa.

“Ho in classe due DSA e un BES! (*)” “Hai spazio per prendermi in terapia un discalculico?”  Naturalmente è necessario cercare di comprendere la natura della difficoltà che il bambino sta vivendo, ma è importante non dimenticare mai che ci troviamo di fronte ad un soggetto che ha un nome, una storia, un vissuto, un suo punto di vista sulla realtà.
E’ importante inoltre ricordare che l’osservatore non è mai neutro o oggettivo, ma è esso stesso implicato con il soggetto della sua osservazione attraverso la propria storia, il proprio vissuto, il punto di vista che egli stesso ha sulla realtà.
Qualsiasi osservazione o valutazione è anche il risultato della relazione che si stabilisce tra osservatore e osservato: avendone consapevolezza, questo non solo non è un limite, ma è la premessa per costruire una efficace relazione d’aiuto, che non si limiti alla pretesa di affrontare la difficoltà in quanto tale, ma che sia in grado di prendere in carico il soggetto.
 
Ancora parafrasando Magritte, potremmo dire:

QUESTO NON E’ UN BES

(*) DSA: Distrbo Specifico dell’Apprendimento (dislessia, disprassia, discalculia)

BES: Bisogno Educativo Speciale (disagio legato a una situazione famigliare, culturale o altro in assenza di una patologia specifica)

Dott. Carlo Petitti di Roreto

Associazione "Spazio magico", via Dante 1/A Malnate. Si riceve su appuntamento.
Per informazioni telefonare:
lunedì dalle 8,30 alle 12,30
giovedì  dalle 14,00 alle 18,00
ai numeri 349 2344 384 – 031 942148

www.carlopetitti.it – mail: carlitti@libero.it

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 Settembre 2014
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