Quella povertà invisibile per la gente normale
Il gruppo Agesci del Varese 3 racconta l'esperienza di assistenza ai poveri della città
«Mi chiamo Misha e vengo dall’Ucraina; dopo un viaggio lungo e senza permessi ho raggiunto mio cugino qui in Italia e cerco lavoro per mantenere i miei parenti rimasti a casa dove siamo poveri. Anche qui è difficile trovare aiuto e casa; quando vedono che non sono italiano si rifiutano di darmi una stanza, un lavoro ecc…». Questa è una delle tante storie che si possono ascoltare chiacchierando un po’ con i numerosi immigrati che vivono in Varese.
Noi, clan del gruppo Agesci del Varese 3, dopo essere entrati in contatto con la più nota realtà napoletana, tramite volontariato presso le suore di Madre Teresa, abbiamo voluto conoscere la situazione nella nostra città dove non si avverte immediatamente la reale portata del fenomeno. Questo è in deciso e continuo aumento e spesso volutamente ignorato o messo a tacere da cittadini e istituzioni ufficiali. Questa nostra iniziativa nasce dal fatto che il servizio, inteso come aiuto volontario nei confronti dei più bisognosi, è tra i valori guida del clan, il gruppo di ragazzi tra i 17 e i 20 anni. In quest’ambito, dopo essere stati una settimana a servire alla mensa dei poveri a 350 persone a Napoli, abbiamo deciso di conoscere e collaborare con le corrispondenti organizzazioni varesine che hanno a che fare con gli immigrati.
La maggior parte di questi sono marocchini e peruviani oppure vengono dall’Europa dell’Est (Russia, Afghanistan, Polonia, Azerbaigian ecc.) ed arrivano a Varese senza permesso di soggiorno e così è loro preclusa l’assistenza nei centri di accoglienza. Oltre a loro esiste anche un gran numero di italiani, soprattutto cinquantenni, in difficoltà poiché hanno perso il lavoro e non sanno come mantenere sé stessi e la propria famiglia.
Una possibilità di aiuto per queste persone sono le mense organizzate dai Frati della Brunella, dai Frati Cappuccini (in Viale Borri) e le Suore (in via ). Alla Brunella i frati offrono ogni giorno il pranzo in modalità di self-service a 25-50 persone grazie alla collaborazione a turno di una ventina di volontari. I frati offrono anche la possibilità due volte a settimana di fare la doccia, ricevere vestiti di ricambio, assistenza medica e un parrucchiere. Tutti questi servizi sono offerti anche ad immigrati privi di permesso di soggiorno. In Viale Borri i frati cappuccini offrono il pasto a circa 20-25 persone con cui hanno instaurato un rapporto stretto grazie al fatto che anche i frati sono quasi in numero equivalente agli "ospiti". Anche loro organizzano la raccolta vestiti sia da donare ai poveri che li richiedono sia da inviare nelle missioni nei Paesi più poveri. Le suore invece offrono la cena senza richiedere documenti a circa 60 persone, di cui una ventina sono italiani, attraverso la distribuzione di sacchi già preparati, permettendone la consumazione nell’atrio e nel giardino. In inverno consegnano anche sacchi a pelo, scarpe e candele contro il freddo, mentre per i vestiti generici li mandano a chiedere alla Brunella. Cercano un contatto più personale distribuendo cartoncini colorati in modo da verificare la presenza e la frequenza con cui gli immigrati cenano da loro. Inoltre ospitano alcune donne che hanno avanzato richiesta di asilo politico e si trovano in attesa del documento (la pratica richiede tre mesi), segnalandole però in Questura.
Manca invece la possibilità di accoglienza per dormire in quanto il dormitorio deve richiedere il permesso di soggiorno e ciò esclude automaticamente buona parte degli immigrati, costretti quindi a passare la notte in case abbandonate, sulle panchine o nei sottopassaggi.
«le istituzioni -afferma Pieretti, responsabile dell’Ufficio occupazione del lavoro- sono tenute ad agire entro i limiti della legalità e quindi con persone in possesso di regolari documenti. Perciò non possiamo fare nulla nei confronti dei clandestini. Noi vorremmo soprattutto tutelare la dignità degli immigrati e aiutarli economicamente, ma spesso viene a mancare il sostegno da parte dell’autorità comunale che indirizza i fondi in altri settori».
L’assenza delle istituzioni è anche denunciata dalle suore che auspicano la creazione di un progetto comune di cooperazione tra le diverse associazioni volontarie e la parte giuridico-amministrativa in modo da facilitare l’assistenza. Un ente che potrebbe essere maggiormente coinvolto è la Caritas che potrebbe assumersi la direzione di un progetto generale e invece impiega solo una limitata quantità di risorse materiali a questi problemi.
Questo articolo rappresenta la conclusione di una nostra attività durata sei mesi ed intende far conoscere a tutti il problema dell’immigrazione, diffuso anche a Varese ma spesso ignorato o sottovalutato.
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