“Vivere la sicurezza per non morire sul lavoro”
Cambiano le regole ma non cala il numero degli infortuni: a Varese, nel 2007, sono stati più di 14 mila e 11 mortali. Docenti ed esperti ne hanno discusso all'Insubria
Le leggi cambiano ma il numero degli infortuni non scende. In Italia, dagli anni Novanta a oggi, il trend è rimasto lo stesso: più di mille i morti all’anno e più di un milione gli incidenti sui luoghi di lavoro. Vittime giovani, giovanissime a volte. Eppure nel tempo le norme sono aumentate e le regole rinnovate. Che cosa non funziona dunque? Se lo sono chiesti oggi gli esperti e i docenti che hanno partecipato al seminario, dedicato alle norme del nuovo testo unico sulla sicurezza, organizzato dal collegio e dall’associazione dei periti industriali della provincia di Varese in collaborazione con il Dipartimento ambiente-salute e sicurezza dell’unviersità degli studi dell’Insubria.
Anche Varese non migliora – Nel 2007, secondo i dati dell’Inail provinciale, gli infortuni denunciati sono stati 14.322: un dato praticamente invariato rispetto a quello del 2006. Gli infortuni mortali invece sono sono stati 11, meno dei 16 del 2006 e più dei 10 del 2005. Non ci sono settori esclusi da questo triste bilancio: nell’agricoltura, in provincia di Varese, gli infortuni sono stati 195, contro i 13.819 del più ampio settore dell’industria e dei servizi e i 308 dei dipendenti pubblici. Non cala inoltre il dato dei lavoratori stranieri che subiscono incidenti sul lavoro: nel 2007 a Varese i casi di questo tipo sono stati più di 2.300. Gli immigrati vittime di incidenti mortali sul lavoro sono stati 5, vale a dire la metà del totale.
Da Seveso alla Thyssen – «In Italia abbiamo cominciato a riflettere sul tema della sicurezza dal caso dell’Icmesa a Seveso nel 1976 – ha spiegato Mario Banfi, consigliere del collegio periti indistriali e periti industriali laureati della provincia di Varese -. Ci sono morti che fanno più notizia di altre ma di fronte a una realtà come quella italiana rimane solo il silenzio: ogni giorno si verificano 2500 incidenti, muoiono 3 persone e 27 rimangono invalidi permenenti».
Cambiare la "cultura" non basta – «Il 76 per cento degli incidenti è causato da comportamenti imprudenti – ha aggiunto Banfi -. Il comportamento è ciò che una persona fa per essere sicura o esporre se stesso a rischio. Per questo occorre integrare i programmi di prevenzione con un lavoro psicologico di sicurezza comportamentale. È il nostro modo di pensare che deve cambiare».
Imparare la sicurezza – «La cultura della sicurezza va vissuta come una scelta individuale di vita esportata all’esterno dell’impresa per avvantaggiare tutti e per contribuire a diminuire il rischio di incidenti – ha commentato Giorgio Tilli – presidente del collegio -. Possedere una cultura della sicurezza significa avere un atteggiamento attivo, partecipativo nei confronti della prevenzione degli infortuni e della tutela della salute, significa applicare con attenzione e le regole comprendendone il valore e assumere in prima persona la responsabilità e condividerla».
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