Israeliani e nazisti, una conclusione illogica e capziosa

Lo storico Enzo Rosario Laforgia interviene nel dibattito sul «Giorno della memoria»

Quest’anno, come ogni anno, si sono inseguite su «VareseNews» lettere più o meno polemiche, più o meno politicamente corrette, dedicate al «Giorno della memoria».

 

Alcune voci non fanno che ribadire ciò che la destra, soprattutto quella estrema, ripete dal 20 luglio del 2000, data della istituzione della legge n. 211, che richiama il dovere di ricordare « la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

 

Il problema posto è il seguente: perché dobbiamo celebrare, in una apposita giornata, le conseguenze delle dittature fasciste e non ci dedichiamo, con lo stesso impegno, a celebrare tutte le vittime di tutti gli stermini in tutti i tempi e in tutti luoghi?

 

La questione posta in tal modo è evidentemente capziosa. Ma confesso che ogni volta che la sento proporre (e cioè, ogni anno) rido sinceramente e di gusto. Rido, perché mi viene sempre in mente quella scena esilarante di uno straordinario Peter Sellers, che, nei panni del Dottor Stranamore, non riusciva a controllare il proprio corpo. Le sue braccia scattavano meccanicamente, nella sequenza finale dell’omonimo film, mentre le sue parole seducevano gli astanti, accompagnandoli verso l’Apocalisse.

 

Ora, non è il caso di riproporre qui i motivi e le ragioni per cui la Shoah rappresenta un unicum nella storia dell’umanità. E questa non è un’opinione, ma un fatto. Così come non è il caso di ribadire che anche dal punto di vista pedagogico la Shoah rappresenta un momento imprescindibile dell’educazione storica e civile. Mi limito ad osservare che dal tono e dai contenuti di certi interventi, sembrerebbe che davvero poco si sia fatto in questi anni nelle scuole e in generale nella società per far metabolizzare un evento di tale portata storica e le sue implicazioni culturali, religiose e politiche.

 

La novità, invece, degli interventi pubblici di quest’anno è data da coloro i quali, guidati da buoni propositi, giungono a conclusioni secondo me errate sulla base di errate premesse. Il falso sillogismo su cui si fonda il ragionamento di costoro è il seguente: i carnefici sono sempre nazisti, gli israeliani sono sempre carnefici, gli israeliani sono sempre nazisti. Certo, nessuno si esprime chiaramente in questo modo con tanto di firma, ma la sostanza del discorso resta la stessa. Insomma, si dice con molta rozzezza, se gli israeliani (cioè gli ebrei) sono assassini sanguinari e ciò che succede oggi nella striscia di Gaza lo dimostra, perché dovremmo celebrare il sacrificio degli ebrei (cioè degli israeliani)?

 

Confesso che a me non piacerebbe essere additato all’estero come “berlusconiano” solo perché la maggior parte del mio Paese, democraticamente, ha scelto un governo di destra. Né l’attuale solida posizione del Governo del mio Paese mi esime dall’esercitare un legittimo e democratico diritto di critica verso chi legittimamente mi amministra.

 

In sintesi, attribuire ad una categoria specifica una colpa slegata dalle reali, personali responsabilità storiche e politiche, ha solo un nome: razzismo. E se il razzismo è rivolto contro gli ebrei (di tutti i tempi, di ogni luogo e di ogni posizione politica) ha un solo nome: antisemitismo.

 

 

 

 

 

 

 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 febbraio 2009
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