“Che gli mettessero una bomba come a Falcone e Borsellino”

L'imprenditore della Gisowatt Emanuele Sozzi in un'intercettazione ambientale parla come un boss mafioso e all'uomo della cosca Tripepi insegnava come riciclare i soldi: "Fai come me, ho fatto sparire 600 mila euro"

«Io avevo detto tanto tempo fa che io e te ce ne dovevamo andare, no? Figlio di p…. io lo odio che gli mettessero un bomba per farlo saltare, come hanno fatto saltare Borsellino e Falcone». A parlare, in questa intercettazione, non è Totò Riina e nemmeno Matteo Messina Denaro. A proferire queste parole a bordo della sua auto, mentre conversa con la compagna, è l’imprenditore di Gorla Minore Emanuele Sozzi, socio della Gisowatt, arrestato ieri mattina (mercoledì) insieme al fratello Gianfranco e ad altre 15 persone nell’ambito dell’inchiesta Free Pass, costola dell’indagine San Marco condotta dal Nucleo operativo dei Carabinieri di Saronno e dalla Procura di Busto Arsizio che solo due mesi fa ha portato all’arresto di 38 persone che facevano riferimento alla cosca di ‘ndrangheta di Seminara dei Tripepi-De Marte. Emanuele Sozzi, nelle 170 pagine dell’ordinanza, è accusato di aver cercato di smembrare l’azienda di famiglia che naviga in cattive acque cercando di sottrarre i beni di maggior valore e farli confluire in una nuova società lasciando alla Gisowatt solo i debiti e nessun bene da aggredire da parte del fisco e di aver corrotto almeno 4 poliziotti per ottenere facilitazioni, informazioni e favori di vario genere.

Anche per questa conversazione, che prosegue con i propositi di fuga in Brasile del Sozzi, sono scattate le manette e per poco il sostituto procuratore Pasquale Addesso (a destra nela foto, è di lui che parla l’imprenditore, ndr) non si è ritrovato a dover andare in giro con la scorta, viste le conoscenze in ambito criminale dell’imprenditore gorlese. Sozzi, infatti, all’epoca dell’intercettazione era stato già raggiunto dall’avviso di chiusura indagini per la ricettazione di un Rolex rubato e due brillanti mentre la compagna era già finita nei guai per immigrazione clandestina: «Dobbiamo passare da Adriano domani mattina che mi controlla. Devo capire se sono segnalato, capito? Tu sei stata segnalata per l’indagine per immigrazione clandestina, io sono segnalato per ricettazione, cioè questo scemo qua ci sta rovinando! Ha chiuso le indagini per te e le ha aperta per me, quindi questo qua eh ‘ce l’ha con noi punto e basta».

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Ma i comportamenti da malavitoso di Emanuele Sozzi non si limitano alle minacce. E’ lui a spiegare a Giorgio Clerici, uomo di fiducia del boss Roberto Tripepi, come si riciclano i soldi. Emanuele racconta di aver compiuto, qualche anno prima, una grossa manovra di evasione finanziaria (riferendosi alla vicenda che vede il fratello Gianfranco imputato per frode fiscale davanti al Tribunale di Busto Arsizio, nda), si propone in prima persona quale riciclatore di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti degli amici di Clerici. In un’intercettazione ambientale rivela all’interlocutore la sua intenzione di costituire a tal fine una società anonima per questo scopo: «Adesso, appena riparte un po’ l’economia Giorgio io devo riuscire ad aprire una società anonima Giorgio, tutta la gente qua, i vostri clienti, cose fatte bene, regolari, hai capito?». A Clerici spiega il meccanismo per il quale queste società pretendono il 9% del fatturato e racconta di essersi servito in passato proprio di questo sistema, commissionando la realizzazione di un video pubblicitario, corrispondendo alla società compiacente la somma di 600.000 euro: «Hai capito? Cioè a me il video 600 mila euro io gli ho dovuto dare 6 per 9=54 (mila euro, ndr); prezzo comprensivo dell’eventuale testimonianza falsa, in caso di verifiche successive. Vogliono il 9 per cento anche perchè se succede qualcosa loro devono venire a testimoniare cioè… Anche perchè non è che a Londra mettono un indirizzo Giorgio Clerici falso … Eh ci deve essere un ufficio, una segretaria».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 15 Maggio 2014
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