Tra arte e tradizioni, due libri raccontano il passato di Viconago
Le pubblicazioni saranno presentate in occasione della festa di San Bartolomeo, in programma dal 22 al 24 agosto
A Viconago, l’Associazione Recupero e Tutela Chiesa di Sant’Antonio, con la parrocchia di S.Giovanni Battista e la collaborazione della Comunità Montana del Piambello, il Comune di Cadegliano-Viconago e la Fondazione Comunitaria del Varesotto, organizzano dal 22 al 24 agosto la festa di S.Bartolomeo, per ricordare contemporaneamente il centenario della dichiarazione di tutela monumentale della chiesa. La festa è anche l’occasione per presentare due interessanti monografie di arte e storia locali: “Cadegliano Viconago- il paese più antico della Valmarchirolo” di Alessia Bianchi e “La chiesa di Sant’Antonio Abate a Viconago” della stessa autrice con contributi di Mauro Brusa, del Laboratorio Restauri Peron e di Andrea Straffi, entrambi pubblicati da Francesco Nostri Editore.
La prima monografia è frutto di una originale ricerca storica e sul campo, ma è pure un’esauriente guida che ci fa scoprire o riscoprire le bellezze artistiche e naturalistiche di questo stupendo angolo della Valmarchirolo, vero “balcone” sul lago di Lugano, che nonostante le ferite inferte dalla speculazione edilizia e da una mancata, adeguata offerta turistica, ci offre panorami e angoli affascinanti.
Graziella Croci, presidente dell’Associazione Recupero e Tutela Chiesa di S.Antonio, una delle persone che da decenni si è battuta per la difesa del patrimonio artistico del paese, così presenta il libro: «L’autrice ha saputo raccogliere tanti segni del nostro passato umano e culturale e tradurli in una cronistoria che, pur senza trascurare il rigore scientifico, si offre al lettore come un testo di agevole lettura, ricco di approfondimenti etnografici che gli conferiscono colore e, per così dire, un battito di vita».
E in effetti, queste pagine nascono anche dalla testimonianza diretta tramite interviste, o indiretta tramite documenti locali, della storia e, soprattutto, della microstoria delle generazioni che hanno vissuto, lavorato e sofferto in questa plaga lombarda.
Si tratta di vite caratterizzate, almeno fino ai primi anni del secondo dopoguerra, da un’esistenza di stenti e segnate dalla necessità di emigrare, dapprima in America, poi nella Svizzera interna: «Gli uomini andavano tutti in Svizzera interna a lavorare a fare i muratori. Partivano la primavera e venivano a casa prima di Natale. Tutto l’inverno a casa facevano. Facevano quei sei mesi e basta. Mandavano a casa ogni quindici giorni ul cavàgn con dentro la biancheria da lavare. Ai bambini bisognava dare da mangiare tutti i giorni. Quando non c’era niente da dargli si metteva un po’ di farina di frumento in un pentolino sopra la stufa, la si faceva diventare bionda, mettevamo un po’ d’acqua o di latte, un po’ di zucchero, e quella era la pappa».
Era un’economia di sussistenza, dove chi poteva si allevava gli animali da cortile o il maiale, raccoglieva noci e castagne, si curava con le erbe medicinali, ma non mancava un’acqua purissima e un vinello acerbo, come testimonia l’etimologia di una frazione del comune di Cadegliano-Viconago, Avigno, per le vigne che ricoprivano queste prealpi.
Nella seconda metà dell’Ottocento, poi, qualche emigrante tornava arricchito ed ecco sorgere, soprattutto a Cadegliano, lussuose ville (una di questa fu scelta da Mussolini come residenza privata negli ultimi mesi della R.S.I.) che, accanto a quelle dei villeggianti varesini o milanesi, costituiscono un’antologia degli stili architettonici di fine secolo inizi Novecento, spaziando dall’eclettico, al coloniale, al liberty.
E, a proposito di liberty, non si può non citare l’ex stazione delle tramvie, oggi sede degli uffici postali e della biblioteca comunale, di Giuseppe Sommaruga, uno dei più importanti interpreti italiani dell’architettura “art nouveau”.
Poi, negli anni del “boom”, la precaria risorsa del contrabbando e un turismo popolare che si animò grazie anche alle sale da ballo, rinomate in tutta la vallata, come Il Balcone, La Stampa e Il Morgan.
La monografia sulla Chiesa di Sant’Antonio, vero gioiello di Viconago, presenta con dovizia di illustrazioni di repertorio ed originali, questo interessantissimo monumento, oggi coronato da restauri iniziati nel 1990 e portati avanti grazie all’abnegazione dell’Associazione Recupero e Tutela Chiesa di Sant’Antonio, che quest’anno festeggia il centenario della dichiarazione di tutela monumentale dell’edificio.
Bellissimi sono i cicli di affreschi rivitalizzati dall’intelligente restauro e dottamente esauriente ne è la disamina storico-critica, ma in questo, che possiamo definire saggio-guida, c’è di più.
Ad esempio, ci viene illuminata la figura di Sant’Antonio, il santo eremita tanto popolare nelle campagne e raffigurato sempre accompagnato da un maiale, simbolo anche dell’ordine degli Antoniani, che ebbero l’autorizzazione ad allevare i suini anche nelle città perché il loro grasso curava l’Herpes zoster, chiamato volgarmente Fuoco di Sant’Antonio; ecco che allora, ancora in molti paesi si festeggia la ricorrenza del santo, il 17 gennaio, con un grande falò e Viconago, appunto, ha mantenuto questa tradizione, ultima testimonianza delle feste popolari religiose che scandivano il ciclo delle stagioni.
Inoltre, nel testo, al di là dell’elemento estetico-critico, c’è tutta una serie di iconografie dall’esegesi intrigante, come una rara rappresentazione della Trinità con tre identiche figure del Cristo sanguinante, forse riconducibile all’eresia del Patripassianismo, secondo cui anche il Padre avrebbe subito la sofferenza della croce, tanto che lo strato di calce che ricopriva l’immagine potrebbe essere stato dato per l’eterodossia della raffigurazione stessa.
Questi due testi (oltre tutto distribuiti gratuitamente agli abitanti del comune) per chi ama e vuole conoscere la terra in cui vive o villeggia, sono, dunque, non solo utili baedeker, con approfondimenti di alta cultura, ma anche un doveroso invito a farci riflettere sull’incuria e l’ignoranza, che come ammonisce l’autrice, ha creato, in alcuni casi, una “situazione di grave misconoscimento” che ha portato “al degrado e alla perdita di antiche costruzioni, spesso ristrutturate in chiave moderna senza che alcun vincolo o supervisione ne preservasse il carattere e la storicità…”
Sarà proprio prendendo come spunto associazioni come quella per la tutela della chiesa, o ricerche meritorie come quelle dei due libri citati, che gli “uomini di buona volontà” potranno invertire la rotta e preservare e rilanciare la nostra amata vallata.
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