Jobs act: “Facciamo un po’ di chiarezza”

Emmanuele Massagli, presidente di Adapt, l'associazione creata da Marco Biagi, commenta i decreti sul Jobs Act approvati dal Consiglio dei ministri, sottolineando pregi e difetti della riforma del mercato del lavoro

Emmanuele Massagli

Presentata come una delle riforme fondamentali dal governo Renzi, il Jobs act cambierà il volto del mercato del lavoro italiano. Emmanuele Massagli (in foto), presidente di Adapt l’associazione fondata da Marco Biagi nel 2000, rilascia a VareseNews una lunga intervista per chiarire pregi e difetti dei decreti approvati settimana scorsa dal Consiglio dei ministri.

Professor Massagli, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sostituirà le 40 e più formule contrattuali oggi in vigore nella nostra legislazione sul lavoro?
«Questa delle 40 forme di lavoro è una leggenda metropolitana nata qualche anno fa in ambito sindacale. Le forme contrattuali sono poco più di una decina e di queste le quattro o cinque principali regolano oltre il 90% dei rapporti di lavoro in Italia.
Ciò detto, nelle intenzioni del Governo il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti dovrebbe “ereditare” i lavoratori ora coinvolti in contratti a progetto, associazione in partecipazione, job sharing e sostituire una quota di contratti a tempo determinato».

Lei sostiene che co.co.co e co.co.pro non scompariranno, perché?
«Perché così dice il decreto approvato Consiglio dei Ministri e ora da trasmettere alle Commissioni Lavoro di Camera e Senato (quindi si tratta di uno schema non operativo). A differenza di quanto annunciato nel tweet del Premier, l’articolo 47 del decreto in discussione è chiaro nel preservare le collaborazioni nei settori ove sono regolate da accordi collettivi. Laddove le collaborazioni a progetto sono più diffuse le associazioni datoriali e sindacali sono pervenute ad accordi e quindi le collaborazioni sono “salve”. Tradotto in numeri: meno della metà dei 505.000 contratti a progetto attivi nel nostro Paese non potrà essere rinnovato dopo il 31 dicembre 2015; gli altri rimarranno».

Quindi il governo mente sapendo di mentire?
«Più che “mente”, dice una mezza verità, veicola il contenuto più facilmente sintetizzabile (“mai più precariato”). Meglio così però: la soluzione finale è meglio di quella dello slogan! Abrogare di colpo le discipline di contratto a progetto, lavoro intermittente, lavoro accessorio e “stringere” sulle partite IVA sarebbe stato un grave errore, un ritorno al passato, alla pretesa di inquadrare tutto il lavoro nella categoria della “subordinazione”».

Quali saranno gli incentivi per gli imprenditori che decideranno di assumere con questa formula?
«Gli incentivi sono slegati dalla forma a tutele crescenti, poiché sono in vigore per tutte le assunzioni a tempo indeterminato effettuate a partire dal 1 gennaio 2015, quindi anche quelle regolate dalla “vecchia” disciplina. Propriamente non si tratta di un incentivo, ma dell’esonero dal versamento dei contributi a carico dei datori di lavoro nel limite massimo di 8.060 euro su base annua per una durata massima di 36 mesi. Se a questa misura si somma la deducibilità a fini IRAP del costo del lavoro del personale dipendente assunto a tempo indeterminato si capisce come il pacchetto di incentivazione economica messo in campo dal Governo sia realmente rilevante».

Quando c’è un azienda in crisi con l’accordo sindacale il demansionamento avviene quasi sempre in nome del salvataggio dei posti del lavoro. Il fatto che nel Jobs act venga regolamentato in modo preciso è un elemento positivo?
«Sì, credo sia un passo avanti. Attenzione però: si permette al datore di lavoro di assegnare a mansioni inferiori il dipendente, ma non di diminuirgli l’inquadramento e la retribuzione. Questo può avvenire non per decisione unilaterale dell’impresa, bensì solo in sedi protette (Direzione Territoriale del Lavoro) o davanti alle commissioni di certificazione dei contratti di lavoro».

I sindacati rimproverano il superamento dell’art.18 previsto dal Jobs act, mentre il governo dice di aver approvato una legge che va nella direzione di una dottrina più moderna ed efficace. Quale è la sua opinione?
«Penso che l’intervento segni nel complessivo, per quanto visto finora, un passo avanti. Certo con qualche ombra. Peccato che, ancora una volta, il dibattito sia assorbito solo dall’articolo 18. Io reputo ancor più problematica l’assenza di un disegno chiaro sulle politiche attive e la difficoltà a reperire risorse per la riforma degli ammortizzatori sociali. Senza le “colonne” delle politiche attive e passive l’intera struttura della riforma è destinata a rimanere in squilibrio».

I licenziamenti individuali, camuffati da licenziamenti collettivi per motivi economici, nella prassi già ci sono. Perché si contesta nel Jobs Act la questione del mancato reintegro nel posto di lavoro previsto dalla riforma?
«Il sindacato ha paura che l’impresa possa volontariamente “sbagliare” nello scegliere i lavoratori da licenziare collettivamente per mascherare vere e proprie selezioni di persone “sgradite”. La norma comunque è chiara: anche in questo caso quelle persone non saranno reintegrate, bensì, se dimostrato l’errore dell’impresa, sarà erogata loro una indennità economica crescente in proporzione agli anni di servizio in impresa. Non sono state accolte le richieste sindacali su questo punto».

Quali sono i ritardi nelle politiche attive sul lavoro che Adapt rimprovera al governo?
«Sulle politiche attive manca proprio un disegno di riforma. E quanto sia urgente questa riforma è dimostrato dal clamoroso (ma anche clamorosamente taciuto) fallimento del piano nazionale di attuazione della direttiva europea Garanzia Giovani. Sono arrivati dall’Europa in Italia 1,5 miliardi di euro da destinare all’attivazione dei giovani under 30 che non studiano e non lavorano. Buona parte di questi fondi è probabile che saranno restituiti, nonostante l’Italia sia il Paese europeo col più alto numero di giovani inattivi e il terzo per dimensione delle disoccupazione giovanile. Non hanno funzionato e non stanno funzionando le politiche attive».

Il Jobs act modifica per l’ennesima volta l’apprendistato, unificando primo e terzo livello. Perché questa modifica non la convince?
«Il primo e terzo livello rimangono distinti, per quanto ridisegnati internamento. L’intervento sull’apprendistato mi convince poco, mi pare molto pasticciato e confuso, certamente meno chiaro del Testo Unico dell’Apprendistato del 2011 che il Jobs Act abroga. Credo che questo capitolo del decreto sulle tipologie contrattuali subirà modifiche durante l’iter di approvazione».

Sulla Naspi, il nuovo ammortizzatore sociale che sostituirà la Aspi, che opinione ha? Sarà davvero efficace?
«E’ certamente un allargamento rispetto alla situazione attuale: potranno accedervi più persone e per più tempo. Ad ogni modo ad oggi è stato approvato solo il decreto relativo alla disoccupazione; ben più rilevante sarà quello che si occuperà del trattamento di sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro (la cassa integrazione). Le idee sono buone, ma costano. Vedremo se il Governo troverà le coperture».


Emmanuele Massagli sarà a MalpensaFiere, mercoledì 4 marzo alle 18,30, per un incontro sul Jobs Act organizzato da Confartiginato Imprese Varese.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 25 Febbraio 2015
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