“La Rete è una catena di montaggio e ci ha tolto la libertà”

Il professor Demichelis, autore del libro "La religione tecno-capitalista. Suddividere, connettere e competere" parla dei rischi connessi al predominio della tecnologia

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Che ruolo hanno la scienza e la tecnologia nella evoluzione moderna del capitalismo? E la rete è ancora un mezzo di comunicazione oppure è sempre più un mezzo di connessione e di integrazione nella nuova organizzazione del lavoro? A porsi queste domande è il professor Lelio Demichelis,docente di Sociologia economica all’Università degli studi dell’Insubria, che trova una risposta nel volume “La religione tecno-capitalista. Suddividere, connettere e competere”, recentemente pubblicato da Mimesis, nella collana Eterotopie.

Nel saggio sul capitalismo contemporaneo il professor Demichelis – studioso della trasformazione del capitalismo negli ultimi trent’anni e della rete – analizza il rapporto conflittuale tra capitalismo, tecnica e democrazia. E partendo da Walter Benjamin, che già nel 1921 aveva definito il capitalismo come una religione,sviluppa ed estende il modello a quella che declina come religione tecno-capitalista.

Partiamo dal titolo professor Demichelis: “La religione tecno-capitalista. Suddividere, connettere e competere”: di quale società parliamo? attuale, futura, futuribile, l’avanguardia o lo standard?
È il mondo di oggi, niente di futuribile, ci siamo dentro sempre di più ma fatichiamo – proprio perché ci siamo dentro – a vedere l’insieme e i suoi meccanismi di funzionamento. Serve tuttavia una premessa, per evitare equivoci. Cosa si intende per ‘religione’? Quella che crede in un Dio trascendente, ovviamente. Ma il concetto di religione è stato usato per tutto il ‘900 anche per definire fenomeni come i grandi totalitarismi e le grandi ideologie politiche del tempo. Definite come ‘religioni secolari’, che promettevano cioè di realizzare un uomo nuovo e una società tutta nuova qui sulla terra, non in un Altrove lontano. Caratteri religiosi erano nel fascismo, secondo lo storico Emilio Gentile (che ha scritto appunto di culto del littorio); e nel nazismo, secondo George Mosse. E ovviamente nel comunismo, come pensava il sociologo liberale francese, Raymond Aron. Di capitalismo come religione aveva poi scritto, già nel 1921 il filosofo Walter Benjamin. Di una relazione tra etica protestante e spirito del capitalismo aveva parlato Max Weber. Le ascendenze religiose del potere civile moderno con il cristianesimo sono state infine analizzate, in anni più vicini a noi, da Michel Foucault. Mentre il filosofo della politica Carl Schmitt, conservatore, sosteneva che tutte le forme politiche moderne sono derivazioni della teologia religiosa, sia pure secolarizzate.
Dunque, il concetto di ‘religione secolare’ è antico. Ma oggi è declinabile anche nei confronti della tecnica, e la tecnica esiste solo se capitalista, dunque: ‘religione tecno-capitalista’. E tecnica intesa non come macchina singola, ma come apparato di macchine, come appunto la rete, dove ogni personal computer e ogni apparato mobile individuale esiste solo se connesso in rete. Una nuova ‘religione secolare’, dunque, quella tecno-capitalista. Non più politica, ma economica e tecnica.

E quali ne sarebbero i caratteri religiosi?
Anche questa – e analogamente a quelle politiche del ‘900 ma diversamente da quelle -crea i propri dèi (la finanza, i mercati, la rete anzi: la Rete), templi e luoghi sacri (le borse, il mercato, la rete stessa, i negozi Apple, la Silicon Valley), icone e santi (Steve Jobs, lo smartphone), pedagogie appropriate (dover essere connessi, dover essere flessibili e veloci, mettersi in vetrina in rete, i social network – che sempre meno sono social e sempre più sono business oriented -, la lettera del 2011 di Draghi e Trichet al governo italiano), sensi di colpa (il debito, da espiare con l’austerità e l’impoverimento di massa di questi anni per salvare le banche troppo grandi per fallire), una propria teologia (credere che il mercato sia la sola e unica realtà possibile, che tutto debba essere mercato – anche la scuola, la cultura, i musei, perfino la famiglia posto che sempre più spesso si viene invitati a gestirla come un’impresa; e la rete come  unico mezzo per vivere ed esistere). Ma religione soprattutto nel senso di legare tra loro non più uomini e Dio, uomini e chiesa, ma uomini e mercato, uomini e rete, tutti connessi, sempre in competizione con tutti.  Nulla contro la rete, ovviamente. Nessuna tecno-fobia, ma anche nessun infantile tecno-entusiasmo sempre e comunque. Piuttosto, un doveroso pensiero critico (a questo servono i sociologi). Perché in realtà il mercato e la rete hanno cessato da tempo di essere dei semplici mezzi e sono diventati qualcosa che non controlliamo più. E credere che la rete sia democratica e libera è una grande favola, la rete era libera agli inizi, oggi è soprattutto un grande oligopolio. E ieri era davvero un mezzo di comunicazione e di condivisione, oggi è soprattutto un mezzo di connessione e di controllo (Big Data e non solo).

prof lelio demichelis

Competere e connettere sembrano i due paradigmi unici: lei parla di “governare tali processi – tendenzialmente automatici (autopoietici), non neutri e sfuggiti al controllo umano e democratico” : come si recupera la “laicità”?
Connettere e competere:  perché anche il lavoro in rete si basa sempre, come ieri sulla divisione e poi sulla ricomposizione del lavoro suddiviso. Foucault parlava di suddivisione e individualizzazione e poi di totalizzazione e ricomposizione. Questa è la logica del capitalismo secondo Adam Smith e la sua fabbrica di spilli, ed è la logica di ogni apparato tecnico e industriale. Prima suddivido, per accrescere la produttività e la velocità di esecuzione, poi devo ricomporre il tutto.  E devo farlo sempre meglio e sempre più in fretta (la competizione non aspetta).  A questo serve la rete. E allora bisognerebbe prendere finalmente atto che la rete (il lavoro che passa via rete) è in questo del tutto simile alla vecchia catena di montaggio. La nuova grande trasformazione è che si è passati dal fordismo delle e nelle fabbriche (dove tutto doveva essere concentrato, anche se suddiviso) al fordismo individualizzato di oggi (partite iva, lavoro free-lance, modello Uber, certe forme di sharing economy, i makers, ecc., dove tutto è ancor più suddiviso e individualizzato, ma sempre più integrato e connesso via rete). Sembra lavoro creativo, libero, indipendente, in realtà è sempre più spesso la vecchia catena di montaggio, in altro modo. Di più: quella rete che prometteva, solo 20 anni fa, di farci lavorare meno e di farci fare meno fatica in realtà ha accresciuto i ritmi di lavoro, ha cancellato la distinzione tra tempo di vita e di lavoro e ha aumentato lo sfruttamento dell’uomo. Crediamo di avere un lavoro finalmente tutto nostro (ci dicono che dobbiamo essere imprenditori di noi stessi) ma forse siamo alienati come ai tempi di Marx. Mercato e rete non li controlliamo più, anzi: i mercati funzionano in automatico (lo ha detto Draghi), e la rete è ad accrescimento infinito e illimitato. Abbiamo due poteri autopoietici – che producono l’ordine che li riproduce all’infinito – sempre più forti e potenti e  sempre più potenti proprio  perché non li controlliamo. Ma la democrazia liberale è tale solo se vi è divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e loro reciproco controllo e bilanciamento. Ma oggi chi controlla e bilancia il potere dei mercati e il potere della rete, poteri cresciuti a dismisura? Nessuno, semmai si fa ciò che chiedono i mercati, acriticamente – come con le politiche europee di austerità.  Dobbiamo allora democratizzare la rete e i mercati. Limitandone il potere. La democrazia è poi  tale quando il demos stabilisce dei fini e poi prepara i mezzi per raggiungerli. Oggi, a dire quali sono i fini della società sono i mercati e la tecnica. Viviamo in una incessante innovazione tecnologica e di mercato, ma siamo incapaci di innovare in senso politico e sociale. La democrazia si è inceppata, la sovranità non è più nelle mani dei cittadini ma di qualcosa che i cittadini non controllano. E se tecnica e capitalismo sono una religione, allora serve ritrovare un senso di laicità nei confronti di questa ‘religione secolare’, impedendo che la società si trasformi in mercato e in rete. La “rete”, così come scienza e tecnologia, innovavo e cambiamo tutte le relazioni, anche quelle sociali, con quali rischi? Il rischio è appunto quello di una società modellata sulle esigenze del mercato e della tecnica e non dell’uomo o dell’ambiente. Il rischio è quello di confondere mercato con società, mercato con democrazia, rete con libertà e con democrazia. Invece sono cose diverse. Spesso (sempre più spesso) opposte e in conflitto tra loro.  Oggi siamo sempre più connessi, ma sempre più soli; sempre più competitivi e sempre meno socievoli e solidali; abbiamo dimenticato il pensiero critico e la potenza intellettuale del dubbio, confidando nelle verità del mercato e della rete; abbiamo rimosso il principio per cui il lavoro è un diritto, trasformandolo in una merce; abbiamo smesso di progettare noi  il nostro futuro e lasciamo cha a farlo siano mercati e tecnica (incuranti dell’effetto serra e dei mutamenti climatici); pensiamo meno e approfondiamo meno, pur convinti di vivere nella società della conoscenza. Se in democrazia il potere (la sovranità) appartiene ai cittadini, dobbiamo riprenderci il potere di decidere noi e di progettare noi. Anche  se i mercati e la tecnica non sono d’accordo. Il senso del libro è questo.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 dicembre 2015
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Commenti

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  1. Scritto da giacomo_consalez

    Questa insulsa paccottiglia ha un aspetto davvero pericoloso, oltre a rappresentare l’ultimo vagito di ideologia fuori tempo massimo di un paese obsoleto e morente. È puro pensiero autoritario: “Dobbiamo allora democratizzare la rete e i mercati. Limitandone il potere.”. È l’idea statalista secondo cui il diritto e la libertà individuale deve soccombere al “bene comune”, a un interesse collettivo stabilito da qualcuno in nome di tutti. “La democrazia è poi tale quando il demos stabilisce dei fini e poi prepara i mezzi per raggiungerli.”, sostiene il relatore. Chi è il demos? Quello che viene rapinato dell’80% dei suoi averi per il superiore interesse dello stato clientelare, essendo privato di qualunque diritto civile o naturale, come accade oggi, qui da noi, di fronte ai nostri sguardi offuscati dall’ideologia? Per gli intellettuali a libro paga dello stato criminale, il demos è necessariamente (by proxy) lo stato padrone. Lo stato “etico”, quello di Mafia Capitale, delle massonerie, delle scuderie di partito, che tutto vede e a tutto provvede nel nome del nostro bene supremo, avendo prodotto la devastazione che è sotto gli occhi di tutti noi contribuenti svenati e lobotomizzati e dei nostri poveri figli senza futuro.

  2. Scritto da Franco Z.

    Non me ne vogliate, ma raramente leggo su VareseNews qualche articolo interessante, ben svolto e stimolante nell’approfondire un argomento.
    Anche se è chiaro che tutto gira attorno alla promozione di un libro, le domande e le relative risposte sono ben poste lasciando intendere il valore analitico/interpretativo che il professore sarà in grado di sviluppare nella elaborazione del saggio.
    Così fiducioso per quel bagliore di speranza o di riscatto che sembra suggerirci, anche se la tecnologia o il “sistema tecnico” che fagocita se stesso ci lascia poche alternative e, citando Jacques Ellul, con nessuna possibilità di correggere i propri errori.
    Franco Z.

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