I frontalieri e la “mazzata” per l’assistenza sanitaria

Da dove arriva la nuova imposta sui pendolari in Ticino? Perché è stata richiesta solo ad alcuni? Le spiegazioni dell'ufficio frontalieri dell'Ocst

referto medico apertura

Quello dell’assistenza sanitaria è uno dei nodi che preoccupano maggiormente oggi i frontalieri. E anche di questo si parlerà nel corso del Frontaday, l’assemblea spontanea convocata dai lavoratori italiani in Ticino per il prossimo 30 gennaio.

Ma qual è il problema per i pendolari al confine? Lo spiega bene l’Ufficio frontalieri del sindacato svizzero Ocst: «Sono numerosi i frontalieri che, recatisi all’ASL per il rinnovo della tessera sanitaria o per la scelta del medico di base, si sono sentiti dire dall’operatore che dovranno versare un’imposta variabile in funzione del reddito». La posizione del sindacato ticinese sulla questione è chiara: «Il principio teorico che il frontaliere debba contribuire, come tutti gli altri lavoratori italiani, al mantenimento del Sistema Sanitario Nazionale, è condivisibile. Tuttavia l’introduzione di questa tassa è a nostro avviso più che discutibile in quanto i nuovi accordi bilaterali tra Italia e Svizzera sanciranno il pagamento dell’IRPEF per i frontalieri e risolveranno già il problema, richiedendo a questo tessuto sociale uno sforzo non da poco. È pertanto totalmente folle e discriminatorio andare a pescare a campione per questi anni quei pochi frontalieri ai quali scadrà la tessera sanitaria o che cambieranno il medico di base. Si consideri poi che gli importi risultano eccessivi se confrontati con le imposte versate dagli stessi lavoratori attivi in Italia, per giunta non rateizzabili. Chiediamo in definitiva che il Governo regionale lombardo e l’ASL prendano una posizione ufficiale in merito assumendosi le proprie responsabilità e facendo una volta per tutte chiarezza. Intanto i frontalieri aspettano, alcuni con il rinnovo dell’assistenza sanitaria in sospeso».

A quanto ammonta la quota da pagare?
«Le cifre richieste sono le stesse che pagano già tutti quei cittadini non italiani che decidono di trasferirsi a vivere in Italia pur non avendo un reddito da lavoro all’interno dello Stato (ovvero quanto previsto dal Decreto Ministeriale dell’8 ottobre 1986). L’imposta è calcolata come segue:
– Aliquota del 7,5% per la parte di reddito fino a 20’658,28 € annuali (l’importo minimo è di 387 €).
– Un’ulteriore aliquota del 4% per la parte di reddito eccedente i 20’658,28 € annuali e fino al limite di 51’564,68 € annuali.
– Per i redditi superiori a 51’564 € annuali è previsto invece un importo fisso annuale di 2’788 €».

Si può rateizzare l’importo?
«Stando alle dichiarazioni rilasciate agli sportelli dalle ASL, non sarebbe nemmeno possibile rateizzare l’importo, il quale andrebbe pertanto versato tutto in un’unica soluzione. Come già accennato, l’imposta si applicherebbe unicamente a coloro i quali devono rinnovare la tessera sanitaria in scadenza o cambiare il medico di base. La nuova imposta in ogni caso dovrà decadere quando entreranno in vigore i nuovi accordi bilaterali tra Italia e Svizzera, ovvero quando il frontaliere comincerà (seppur gradualmente) a versare in Italia l’imposta sulla persone fisiche (IRPEF). Per questa stessa ragione sono esclusi dal provvedimento quei frontalieri che già pagano l’IRPEF in Italia (ovvero i frontalieri non fiscali, più comunemente conosciuti come “fuori fascia”)».

Perché tanta confusione su un argomento così importante?
«Da una parte è chiaro che questa imposta esiste, a tal punto che il numero dei frontalieri coinvolti cresce di giorno in giorno. Dall’altra al momento permane la totale confusione, in quanto il comportamento delle ASL non è uniforme. A seconda del distretto sanitario, e soprattutto a seconda dell’operatore presente allo sportello, al frontaliere può capitare di “farla franca” oppure di doversi rassegnare al pagamento dell’imposta. C’è di più: quei frontalieri che hanno chiesto spiegazioni agli operatori ASL, richiedendo ad esempio un documento informativo ufficiale o la fonte giuridica, si sono sentiti puntualmente rispondere “picche”. Come a dire che bisogna pagare senza che vi sia un quadro legale preciso. Siamo davvero all’assurdo. Permane poi il dubbio su chi ci sia alla base di questa decisione. Il Ministero della Salute, come detto, la scorsa estate aveva dato delle direttive in questo senso. Tuttavia ad oggi risulta che solo la Lombardia abbia deciso di introdurre la tassa (non vi sono invece segnalazioni dal Piemonte), e per giunta nemmeno in modo uniforme. Quel che fa più rabbrividire è che né il Governo lombardo, né l’ASL regionale hanno preso una posizione ufficiale in merito, lasciando che il tutto proceda ancora oggi furbescamente nella penombra. Un buon modo per non perdere voti e contemporaneamente intascare qualcosa dallo stesso elettorato che si vorrebbe tutelare».

di mariacarla.cebrelli@varesenews.it
Pubblicato il 22 gennaio 2016
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