Il credit crunch è finito

Nel 2015 gli impieghi hanno superato la raccolta di risparmio. Le banche sono più selettive nel merito del credito e gli imprenditori più consapevoli

credit crunch

Fino a pochi mesi fa in qualsiasi dibattito dove si discuteva di economia, di crisi e di banche c’era un tema che non mancava mai: il “credit crunch”, letteralmente “stretta del credito”. Una definizione talmente inflazionata da contendere il primato allo “spread”, altro termine entrato di forza nelle case degli italiani insieme agli immancabili titoli di stato.

Il fatto che oggi non si parli più di “credit crunch” significa che le banche hanno allentato i cordoni della borsa e hanno ripreso a prestare denaro? I dati contenuti nella relazione di inizio d’anno dell’Abi (Associazione bancaria italiana), secondo cui nel 2015 gli impieghi delle banche (1.830,2 miliardi di euro) hanno superato la raccolta di risparmio (1.697,4 miliardi di euro), sembrerebbero confermare l’inversione di tendenza.

«Certo che è finito – dice Luca Barni, direttore generale della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate -. Dopo aver perso dieci punti di pil e più del 20% della nostra capacità produttiva, con gli investimenti che calavano a colpi di due cifre, era logico che ci fosse una diminuzione degli impieghi. Quando questi tre elementi hanno ricominciato a correre, la stretta del credito si è allentata. A tutto questo si aggiunge un quarto elemento importante: la crisi ha fatto una selezione naturale tra le aziende e quelle rimaste in piedi hanno una diversa consapevolezza del rapporto con la banca».

Durante la crisi, le imprese hanno capito che per ottenere credito occorre sapersi presentare ed essere più trasparenti, aspetti non più aggirabili usando la leva dei rapporti personali. Per molti imprenditori, grazie anche all’azione delle associazioni di rappresentanza, la banca diventa dunque un normale fornitore e come tale va trattato. Un passaggio culturale notevole, anche perché il rapporto impresa-banca si è sempre caratterizzato per una forte dipendenza, così forte che il presidente di Confartigianato nazionale, Giorgio Merletti, in una celebre battuta lo ha paragonato a quello del drogato con «il pusher», in questo caso, naturalmente, la sostanza “spacciata” sono i soldi.

La crisi, con la sua selezione forzata, ha polarizzato ulteriormente la domanda di credito e reso consapevoli gli imprenditori della necessità di avere un diverso approccio. «Oggi l’offerta delle banche è molto più selettiva – sottolinea Mauro Colombo, direttore di Confartigianato imprese Varese -. Ci sono imprese che sanno presentarsi, hanno un buon rating e quindi hanno meno problemi nella valutazione del merito del credito. Invece ce ne sono molte altre che continuano ad avere difficoltà perché non si sono strutturate. Il denaro è diventata una risorsa scarsa e costringe le imprese ad essere più efficienti e rigorose nel rapporto con le banche».

Riccardo Comerio, presidente di Univa (Unione degli industriali della provincia di Varese), parla di «evidente divisione in classi creditizie del sistema produttivo». Questo significa che per le imprese che non appartengono alla fascia alta di merito le criticità sono rimaste soprattutto sul fronte dei tassi applicati. «Una nostra recente indagine sul credito – continua Comerio – evidenziava che sugli scoperti di conto corrente si registravano tassi medi applicati nel Varesotto del 6,61%, ma allo stesso tempo ci giungevano segnalazioni che facevano arrivare la parte alta della forchetta fino ad un massimo del 13,65% in almeno un’azienda e quella bassa su una soglia prossima all’1%».

Per molte imprese, soprattutto se micro e piccole, l’alternativa alla banca di fatto non esiste. E non potendo optare per la quotazione in borsa, l’emissione di obbligazioni, il private equity, a questi imprenditori non rimangono che due opzioni: o attingere al patrimonio personale, se ce l’hanno, o indebitarsi con lo Stato.

A novembre 2015, la Banca popolare di Bergamo, tra le più radicate sul territorio, ha fatto registrare un + 3% nel volume degli impieghi a livello provinciale. Un risultato importante su cui ha giocato un ruolo fondamentale la Banca centrale europea (Bce). «È da circa due anni che le banche hanno una forte necessità di fare impieghi – conclude Flavio Debellini, direttore territoriale della BpB -. Le erogazioni sono cresciute anche sulla spinta della Bce, perché con tutta questa liquidità e il tasso negativo, i soldi, o li impieghi, o li perdi. Detto questo, i fondamentali delle imprese sono migliorati e il mercato della casa si è mosso molto grazie al meccanismo della surroga e alle ristrutturazioni. Sì, oggi possiamo dire che c’è un clima generale di ritrovata fiducia».

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

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Pubblicato il 21 Gennaio 2016
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