«In metropolitana coi bulli, ecco cosa ho fatto»
Il racconto di un lettore e un'opinione su come affrontare il problema
Gentile redazione,
La scorsa settimana in metro a Milano, ho assistito ad un episodio che mi ha colpito.
Due ragazzi intorno ai 15 anni, hanno cominciato a prendere in giro un loro coetaneo. Lo deridevano e gli davano continuamente degli schiaffi sulla nuca. Mi sono alzato per prendere le difese del ragazzo.
I due mi guardano e si mettono a ridere: dopo qualche secondo si ferma la metro per la fermata e loro si dileguano. Non appena chiuse le porte, i ragazzi si avvicinano alle porte insultandomi.
Questi sono i cosiddetti bulli: leoni in gruppo ma capaci solo di colpire i più deboli, senza curarsi del segno di umiliazione che possono lasciare sulla loro vittima. Gesti stupidi e superficiali che possono devastare.
Facciamo capire ai nostri figli che i “bulli” sono i primi ad essere sconfitti. Quando ci si trova di fronte ad un “bullo”, tutte le “agenzie formative” con le quali il ragazzo è venuto in contatto dovrebbero esaminarsi per appurare le proprie responsabilità: la famiglia, la scuola, le aggregazioni di giovani, le associazioni sportive con cui viene a contatto, l’intera società.
La responsabilità resta sempre di chi compie atti di bullismo, ma tutte queste agenzie formative che avrebbero potuto rendere più facile il suo cammino verso la maturità, forse hanno fallito.
Cosa fare? Iniziamo da un dialogo continuo tra scuola e famiglia, parti strategiche di quella catena educativa senza il quale la parola “educazione” perderebbe parte del suo significato.
Andrea Zirilli
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