Matteo e il farmaco sperimentale che gli ha salvato la vita

La sua vita era condannata dall'epatite C degenerata in tumore. Nel 2014 la svolta con l'assunzione del nuovo farmaco che ha rivoluzionato la cura

paolo grossi

Un farmaco sperimentale gli ha salvato la vita. È la storia di Matteo, un uomo di Pavia, che conviveva con grande difficoltà con l’epatite C.

L’Italia è il paese europeo con il più alto numero di abitanti affetti da questa malattia e la lista d’attesa per il trattamento è di 300.000 persone.

La vita di Matteo era appesa a un filo: il suo fegato era molto compromesso tanto che l’epatite era degenerata in un tumore epatico. 

L’incontro con il professor Paolo Grossi, infettivologo, ha cambiato il corso della sua vita: si erano conosciuti quando lo specialista lavorare a Pavia e lo aveva poi seguito a Varese.

«Una volta al mese – racconta Matteo – venivo all’Ospedale di Circolo per i controlli. La malattia però seguiva la sua evoluzione e la mia situazione andava peggiorando:  entrai in lista per un trapianto».

La chiamata arrivò: era il 2006 e Matteo. Il trapianto andò bene ma, come sempre accade, il virus dell’epatite C non tardò ad attaccare il nuovo fegato di Matteo. Dopo 7 anni, il fegato era di nuovo compromesso. Questa volta, le speranze si ridussero notevolmente: « Mi dissero che il trapianto mi aveva donato 7 anni di vita e che dovevo ritenermi soddisfatto. Io però non riuscivo ad accettare questa prospettiva, non volevo arrendermi senza provare almeno a combattere. Così tornai a Varese, dal prof. Grossi. Non riuscivo più nemmeno a camminare, tanto ero gonfio di liquidi. Lui mi ricevette, mi ascoltò, e mi diede una nuova speranza».

Era il 2013 e Matteo aveva 55 anni. Il prof. Grossi li propose di tentare una via ancora tutta da esplorare: proprio in quei mesi si stavano studiando dei farmaci per curare l’epatite C.

Il medico avviò l’iter burocratico previsto per ottenere l’autorizzazione a somministrare le nuove molecole al paziente ad uso compassionevole. Il Comitato etico aziendale diede il suo avallo e, nel giro di un paio di mesi, Matteo poté iniziare la sua terapia. 

Bastarono poche settimane e il virus dell’epatite venne sconfitto. E a regredire, in maniera del tutto inaspettata, fu anche la cirrosi. 

«Ero considerato un malato terminale, ma la nuova cura e la cocciutaggine del prof. Grossi, che combatté con me questa battaglia, mi hanno riportato alla vita». 

Matteo è stato il primo paziente a Varese e tra i primi in Italia ad essere curato con i nuovi farmaci antiepatite C:  dall’autunno del 2014, infatti, quella che era una cura sperimentale è stata ufficialmente riconosciuta ed è entrata in commercio. Inizialmente la sua somministrazione è stata prevista per una coorte ben delimitata di pazienti, quelli in stadio più avanzato, ma ora i criteri sono molto meno rigidi e la maggior parte dei pazienti con infezione da HCV riceve la terapia.

«Gli effetti sono eccezionali: la percentuale di guarigione si attesta al 96%» spiega il prof. Grossi.

Dalla fine del 2014 ad oggi sono oltre 500 i pazienti che hanno ricevuto questi farmaci all’Ospedale di Varese. Una parte di loro è in cura nel reparto di Malattie infettive, una parte in Gastroeneterologia, struttura diretta dal dott. Sergio Segato.

Fino al 2012, l’unica terapia esistente contro l’epatite C era quella a base di interferone che potenziava il sistema immunitario. La guarigione però avveniva solo in circa la metà dei casi trattati.
La prospettiva ha iniziato a cambiare tra il 2012 e il 2013, con i nuovi farmaci inibitori delle proteasi. Il successo di questa terapia, che prevedeva comunque l’utilizzo dell’interferone, si raggiungeva in circa l’80% dei casi, a fronte peraltro di un incremento degli effetti collaterali. Ora la svolta decisiva: «I nuovi farmaci a disposizione sono davvero rivoluzionari sia come efficacia, sia come tollerabilità» riconoscono Grossi e Segato.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 febbraio 2019
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