Quel giugno dell’89, i fatti cinesi e la rabbia di Pajetta

Partigiano, deputato, riformista Pajetta è stata una delle figure più importanti della storia politica del territorio. Leale al partito, non temeva di esprimere il proprio dissenso, come in quella giornata raccontata da Rocco Cordì

gian carlo pajetta giorgio napolitano

«Da segretario provinciale del PCI mi ero assunto il compito di accompagnare Gian Carlo Pajetta nel suo giro elettorale a Varese. Da lì a poco, il 18 giugno 1989, si sarebbe votato per il rinnovo del Parlamento Europeo. Mi avevano raccomandato di non affaticarlo troppo, perché “con ormai 78 anni sulle spalle da lui non si può pretendere troppo”. Ma “lui” non era certo uno che si faceva dettare l’agenda. Alla fine avevamo concordato una serie di impegni “leggeri” e poi il comizio finale alla Schiranna, dove si stava svolgendo la Festa provinciale de l’Unità».

Rocco Cordì, ex consigliere comunale e storico dirigente della sinistra varesina, da sempre impegnato in politica e nel mondo dell’associazionismo racconta quei giorni di fine anni Ottanta, segnati dalla protesta di piazza Tienanmen,  in un post lungo pubblicato sulla sua pagina Facebook. Un ricordo che merita di essere ripreso non solo perché è una testimonianza diretta di quello che accadde in quel mese di giugno ma perché è l’occasione per ricordare uno dei personaggi più rilevanti della storia politica del territorio, fortemente legato al Varesotto e alla “sua” Taino in particolare.
(Foto in alto Gian Carlo Pajetta con Giorgio Napolitano, Roma, 1987, da Wikipedia, “Indeciso42”, archivio personale)

Gian Carlo Pajetta, “Nullo”, fu partigiano e fece della Resistenza al fascismo un perno della sua esistenza (leggi il ricordo di Roberto Caielli), poi deputato del Partito Comunista ed europarlamentare, fu direttore de L’Unità e di Rinascita. Insieme ad Amendola e Napolitano fu esponente della corrente riformista, si occupò delle “relazioni estere” con gli altri partiti comunisti ed è ricordato ancora oggi per i suoi discorsi appassionati e schietti e per la sua grande capacità oratoria. Si spense il 13 settembre 1990 a Roma poco tempo prima di vedere la fine della storia del partito a cui aveva dedicato la sua vita. A Taino lo legavano la famiglia e gli amici, l’infanzia e la giovinezza ma anche quei luoghi tanto amati che appena possibile lo rivedevano tornare.

Compagni

Pajetta è ricordato come un politico sincero, leale al partito ma che non temeva di esprimere il suo dissenso. Come in quelle ore, raccontate da Cordì: «Come d’accordo al mattino presto mi ero recato all’Hotel Crystal dove Pajetta alloggiava, per portargli i giornali che poi avrebbe letto durante i nostri spostamenti. Prima tappa Sumirago, dove era atteso per inaugurare la nuova sede della sezione locale. Prima di partire Pajetta appariva piuttosto infuriato. Da Roma non lo aveva cercato nessuno. Né Occhetto, né altri della segreteria nazionale, avevano sentito il bisogno di ascoltarlo o di comunicare con lui che, oltre alla indiscussa autorevolezza derivante dalla sua storia personale, era stato per lungo tempo “responsabile della politica estera” del PCI, titolare perciò di una fitta rete di conoscenze e contatti in tutto il mondo. Il suo disappunto era più che giustificato. Nelle ultime ore le notizie provenienti dalla Cina erano allarmanti. La situazione stava precipitando nell’abisso della violenza e della repressione sanguinosa. I carri armati dell’esercito invadevano Piazza Tienanmen reprimendo nel sangue le manifestazioni studentesche ed operaie che si susseguivano da oltre un mese rivendicando “più democrazia, più libertà”.Il fatto che nessuno “del nazionale” l’abbia chiamato, lo angustia e lo offende. Pajetta vorrebbe che il partito prendesse subito una posizione chiara e netta, ma nessuno si fa trovare. Assisto preoccupato alla sua ennesima telefonata in Direzione. Dall’altro capo del filo c’è la Segretaria di Occhetto, ma le sue giustificazioni sulla irreperibilità “del capo” fanno arrabbiare Pajetta ancora di più. Alla fine chiuse bruscamente la telefonata avvertendo che se entro la mattinata non avesse ricevuto notizie lui avrebbe commentato a modo suo gli avvenimenti cinesi. Una “minaccia” tipica di un uomo noto per la schiettezza dei suoi giudizi e delle sue posizioni anche quando era in disaccordo con la “linea” ufficiale del partito».

Pajetta, conclude Cordì era «Un battitore libero, ma con il senso della misura, mai eretico al punto di provocare fratture, neppure quando – pochi mesi dopo – veniva avviata la contrastata fase che avrebbe portato allo scioglimento del PCI. Pajetta non farà in tempo ad assistere a quell’epilogo perché muore 13 settembre del 1990, pochi mesi prima della fine di quella storia che per settanta anni aveva segnato la vita politica del nostro Paese. Ma Lui, che seppure a modo suo era sempre stato su posizioni “riformiste” (come Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano), in quel 4 di giugno del 1989, perse definitivamente la pazienza quando seppe che alcuni dirigenti della sua “corrente” stavano utilizzando gli avvenimenti cinesi per aprire uno scontro interno tutto incentrato sul cambiamento del nome. Pajetta nel suo infuocato comizio di chiusura, dopo aver condannato senza riserve la repressione in Cina, rivolse parole durissime verso quei compagni “smaniosi di nuovo”. Dopo aver percorso le tappe più significative della nostra storia che dalla svolta di Salerno a Berlinguer avevano reso il PCI, per autonomia e originalità di pensiero ed azione, rispettato e stimato nel mondo intero, Paietta concluse dicendo che non avevamo bisogno di dirigenti che si comportavano “come i generali dell’8 settembre in fuga dalle proprie responsabilità. Ricordare quegli eventi tragici è oggi per me un modo per rendere omaggio a quanti persero la vita invocando libertà e democrazia ed anche ad un uomo, ad un compagno, che ha saputo tenere alti i valori del socialismo fino alla fine dei suoi giorni».

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Pubblicato il 12 giugno 2019
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