Galleria d’arte all’Insubria con la personale di Ambrogio Pozzi
Cinquanta opere in mostra negli spazi del rettorato, in via Ravasi 2, fino al 14 febbraio. Ingresso libero.

Nuovo e importante appuntamento con l’arte all’Università dell’Insubria con «Ambrogio Pozzi. Opere dalla collezione di famiglia», monografica dedicata all’artista e designer di origini varesine scomparso nel 2012. La mostra, che si inserisce in un ciclo sull’arte contemporanea avviato la primavera scorsa con lo scultore Gianluigi Bennati, è stata ideata da Andrea Spiriti, docente e presidente del Crisac, Centro di ricerca sulla storia dell’arte contemporanea dell’Insubria, ed è curata da Laura Facchin e Massimiliano Ferrario. Inaugurata il 6 novembre negli spazi del rettorato, in via Ravasi 2 a Varese, si visita fino al 14 febbraio 2020 da lunedì a venerdì dalle 9 alle 19, con ingresso libero.
Oltre cinquanta opere, tra ceramiche, oggetti di design, batik, vetri, pitture e sculture, dagli anni Cinquanta sino a tutto il primo decennio del 2000, ricostruiscono il ricco percorso artistico di un illustre interprete dell’arte e della cultura del territorio varesino del XX e XXI secolo, che si è formato tra l’azienda paterna, la Ceramica Franco Pozzi di Gallarate, e la scuola di Faenza, per poi farsi strada a livello internazionale. Ambrogio Pozzi è noto soprattutto per l’assoluta novità delle sue creazioni di design, oggetti divenuti icone senza tempo, come la forma «Duo» disegnata per Rosenthal, o il «Cono» progettato per Pierre Cardin, che hanno legato il suo nome ad alcune le più note istituzioni museali italiane ed estere, come la Triennale di Milano, il Moma di New York o il Victoria & Albert Museum di Londra.
La mostra vuole ribadire il profondo rapporto che lega la figura di Pozzi all’ateneo insubre: era infatti l’ormai lontano 1999 quando Pozzi donava alla neonata Università dell’Insubria l’opera «Mi dai un bacio?», una tela raffigurante i suoi amati profili derivati da Chagall, esposta nel contesto di un’ampia collettiva di artisti del territorio. Quella mostra è stata poi replicata con gli stessi nomi vent’anni dopo, nel 2018, un secondo lavoro dell’artista, la scultura «Presenza celeste», è entrato a far parte della collezione permanente d’arte contemporanea dell’ateneo.
Le opere, selezionate tra quelle che compongono la ricca collezione di famiglia, sono esposte secondo il doppio criterio cronologico e tematico, «a testimonianza – spiegano i curatori – di un continuo e instancabile percorso di ricerca, evoluzione e innovazione, tanto in termini stilistici e iconografici, quanto sul piano dello sperimentalismo tecnico e materico. La poliedrica storia artistica di Ambrogio Pozzi è la viva testimonianza della scelta di un uomo che decise di non fermarsi, è l’essenza di un artista completo, autentico».
Molte le tematiche toccate. Dagli omaggi a grandi protagonisti dell’arte del Novecento, come Edvard Munch, Pablo Picasso, Lucio Fontana o Arturo Martini, al fascino per l’esotico e per il primitivo, espresso da Pozzi, sin dagli anni Sessanta, col tramite del grés, del batik, della pittura e della grafica. Dall’indagine sulla comunicazione non verbale, tradotta plasticamente nella serie delle «Mani», alla tematica ecologista, affrontata più volte da Pozzi, come testimonia la serie dei piatti dipinti negli anni Ottanta, dedicati al disastro di Chernobyl. Ma anche il tema del Sacro, sondato continuativamente dagli anni Cinquanta agli anni Duemila, come testimonia il celebre ciclo dei Presepi
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