Le Pmi cercano un modello di innovazione personalizzato

Esperti del Politecnico di Milano, della Fondazione Giannino Bassetti e i vertici di Confartigianato hanno discusso dell'innovation index il nuovo progetto dall'associazione di via Milano

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Confartigianato imprese Varese prova ad alzare l’asticella. Misurare il grado di innovazione delle imprese artigiane è come superare le Colonne d’Ercole. Una prova notevole per un mondo abituato da sempre a fare innovazione per necessità – e non solo incrementale – ma non abituato a misurarla.

Gli artigiani danno l’innovazione per scontata, quasi fosse un dovere perché è ciò che il mercato si aspetta da loro. Averne consapevolezza però è ben altra cosa. Questo è il motivo per cui l’associazione di via Milano ha messo in campo un nuovo progetto che si chiama Innovaup per misurare il tasso di innovazione delle mpmi e arrivare a formulare un innovation index in grado di fotografare i processi di innovazione attivati dalle imprese del territorio.

Tradotto in termini operativi si tratta di uno screening gratuito su un campione di 500 imprese. Il lavoro di Angelo Bongio, responsabile dell’area innovazione di Confartigianato, è di fatto già iniziato e i primi risultati relativi all’audit di 50 imprese sono stati presentati in un incontro nella sede gallaratese degli artigiani a cui hanno partecipato Mauro Colombo, direttore di Confartigianato imprese Varese, Francesco Samoré, direttore generale di Fondazione Bassetti, Giancarlo Vecchi e Marco di Giulio del Politecnico di Milano che hanno presentato lo studio “Scenari e politiche di sull’innovazione per le Pmi e la manifattura».

Se è dentro la capacità di innovare che sta il valore artigiano, come ha sottolineato Samoré, allora occorre domandarsi quali siano le politiche più adatte ai territori di riferimento per favorire l’innovazione e la sua diffusione. Coinvolgere degli esperti per adottare strategie affidabili diventa fondamentale perché non esiste una definizione univoca di innovazione e tantomeno un’unica teoria su come promuoverla. «Ci sono due scelte strategiche che si possono fare – ha spiegato Di Giulio – Per quanto riguarda le tecnologie si possono esplorare quelle emergenti oppure adattarsi a quelle esistenti. Mentre per il modello si può scegliere tra quello concentrato, che promana dallo Stato, dalle agenzie o dalle grandi imprese, e quello diffuso dell’open innovation e del trasferimento tecnologico. Gli approcci manichei in genere non funzionano ma servono politiche calibrate».

Nella scelta tra le possibili opzioni, la variabile tempo gioca un ruolo fondamentale. «L’innovazione tecnologica corre – ha aggiunto Vecchi – dunque bisogna mettere insieme teoria e pratica molto velocemente. Chi si occupa di digitalizzazione nel Paese sono quattro strutture di cui tre non funzionano come dovrebbero».

Un altro dato che deriva dall’esperienza riguarda il fallimento frequente delle politiche per l’innovazione, soprattutto quando sono calate dall’alto. Inoltre, pensare che le risorse finanziarie siano la chiave del successo è un altro errore perché spesso stimolano l’attivazione di insider ingolositi dalla posta in gioco. Secondo lo studio, bisogna tener conto anche del fatto che la Lombardia ha un’ecosistema dell’innovazione piuttosto complesso con attori presenti sul mercato da tempo e con politiche già avviate da parte della Regione su digitalizzazione e industria 4.0. «Lo scenario di governance – ha sottolineato Di Giulio – presenta due fratture nette: la prima tra Milano e il resto della regione, la seconda tra pmi e grandi imprese». In questo quadro le politiche tendono ad essere esclusive e finiscono per coinvolgere chi è già coinvolto nel percorso di innovazione, mentre ne vengono esclusi artigiani e piccole imprese.

I primi risultati della mappatura di Confartigianato che ha riguardato 50 imprese, di cui una buona metà appartenenti al manifatturiero, indicano che le Pmi nella gestione dei processi hanno una digitalizzazione e un’integrazione significativa. «Il processo è maturo – ha detto Bongio -. La scala va dal 3% del livello assente, al 18% del livello base, fino al  40% del medio e al 38% dell’avanzato. I punti critici dove bisogna lavorare molto riguardano l’accesso al mercato, dove mancano strumenti autonomi, soprattutto nella subfornitura, il marketing e la comunicazione. Anche il parco macchine si sta svecchiando, rimane però basso il livello di integrazione con gli altri processi».

Nella propensione all’innovazione prevalgono il livello base (37%) e l’assente (34%), mentre nella valutazione complessiva è il livello base (55%) a prevalere. «Non c’è un solo modello di innovazione – ha concluso Bongio – Le aziende stanno cercando un modello di innovazione personalizzato e non seriale».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 12 dicembre 2019
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