Da Busto Garolfo al Canada per fare ricerca sulla SLA

Tra le più importanti scoperte scientifiche del 2019 nella regione canadese del Quebec c’è quella realizzata da Silvia Pozzi, che da Busto Garolfo è volata in Canada per fare ricerca sulla SLA

silvia pozzi ricercatrice

Quando guarda fuori dalla finestra vede tutto bianco e, ancora per tanti mesi, non osserverà che neve: eppure questo non le pesa, perché ogni giorno esce di casa, raggiunge il laboratorio del Cervo Brain Research Centre della città di Quebec, in Canada, e fa ricerca.

Lei si chiama Silvia Pozzi, viene da Busto Garolfo, e ha da poco scoperto che il suo progetto di ricerca sulla SLA è stato individuato come una delle più importanti innovazioni scientifiche del 2019 nella regione omonima canadese, appunto, il Quebec.

È uno dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’ di cui tanto si parla? Lei non accetta questa definizione, ma quando la si ascolta raccontare cosa l’abbia condotta in Canada e come l’ipotesi di tornare, al momento, sembri davvero lontana, vien proprio da pensare che quello di Silvia sia un talento che è un peccato non possa essere sfruttato nel Bel Paese: “Ho studiato biotecnologie all’università di Milano Bicocca, ho proseguito con il dottorato della Open University di Londra, conseguito dopo un periodo di ricerca al Mario Negri, dove mi sono sempre occupata della malattia degenerativa SLA. In quella fase leggevo molti articoli e studi del mio attuale professore, che da anni si occupa di questa patologia, siamo entrati in contatto e lui mi ha invitato a raggiungerlo per un post-doc in Canada, per continuare a fare ricerca in questo ambito. Dopo i cinque anni previsti, la collaborazione è poi continuata e prosegue tuttora”.

Non sarebbe stato possibile farlo in Italia? «L’Italia mi ha dato la possibilità di studiare, di prepararmi, ma non mi ha permesso di continuare a fare ricerca, come desidero. La ricerca consente di sperimentare, di andare a fondo nei problemi, di investire nella conoscenza: è questo che amo fare».

Nel laboratorio di Quebec City, guidato dal professor Jean-Pierre Julien, la bustese continua quindi ad occuparsi di SLA: «La malattia colpisce i motoneuroni, che non riescono più a mandare il segnale al muscolo, facendo sì che con la progressione della malattia, il paziente perda l’uso della muscolatura e resti poi paralizzato. Io mi sono occupata di una proteina patologica, la TDP-43 che, uscendo dal nucleo cellulare, interagisce con una serie di altre proteine, alterandole, facendo perdere di funzionalità la cellula e, grazie all’interazione con il fattore NF-kB, aumenta l’infiammazione nel corpo del malato. Il mio lavoro di ricerca è basato sulla caratterizzazione di un anticorpo, capace di contrastare l’azione di TDP-43 e la sua interazione con questo fattore: dopo lo studio iniziale, c’è stata la fase di test, con lo studio dei suoi effetti positivi sulle cellule e animali».

Ed è questa la scoperta che è stata valutata uno dei più importanti risultati scientifici del 2019 nella regione del Quebec, regalando a Silvia la copertina di numerosi articoli, che evidenziavano la rilevanza del suo operato.
Una grande soddisfazione, ma la bustese non sembra sazia di ciò che ha realizzato fino ad ora: il suo lavoro di ricerca non si ferma qui. “Adesso continuerò a studiare questo anticorpo, cercando di migliorare il suo effetto sull’organismo” spiega con determinazione Silvia.

A lasciare senza parole, è soprattutto la passione che trasmette nel descrivere i diversi step che hanno condotto a questa scoperta scientifica, che potrebbe davvero fare la differenza nella cura della grave patologia: non tutti abbiamo la preparazione per comprendere i riferimenti tecnici della ricerca, ma Silvia sa raccontare la sua materia con chiarezza e coerenza, conquistando l’attenzione del suo interlocutore su dettagli come motoneuroni e anticorpi: «Ho sempre amato fare ricerca, ma in funzione di una terapia, non legata soltanto allo studio dei meccanismi di base della malattia: desidero che, attraverso il mio lavoro, si possa ottenere qualche risultato concreto che migliori la vita del malato, nella cura dei sintomi o contribuendo a bloccare gli effetti degenerativi della patologia».

A costo di apparire banali, le chiediamo se le manca l’Italia: «Ciò di cui ho più nostalgia sono sicuramente i miei affetti, la mia famiglia: io e mio marito ci siamo trasferiti in Canada e qua viviamo bene, ma i nostri genitori ci mancano davvero: la distanza è davvero grande».

E c’è qualcosa, al contrario, che non rimpiangi? «Sicuramente la forte pressione sociale. in Italia purtroppo ci sono step definiti che la società ti spinge a seguire: dopo gli studi – trovare un lavoro – comprare casa – sposarsi in Chiesa– fare figli. Come se scelte differenti costituissero un problema, quando è invece giusto che ciascuno si senta libero di seguire la propria strada. In Canada lo sguardo delle persone sulla vita degli altri non è così pressante, nessuno ti giudicherà mai se sei sposato civilmente – o non lo sei – o se non hai ancora allargato la tua famiglia».

La notizia dei risultati ottenuti da Silvia ha attraversato l’oceano, per giungere al liceo Crespi di Busto Arsizio, che la ricercatrice aveva frequentato durante gli anni dell’adolescenza. A complimentarsi con lei la sua professoressa di scienze, Lidia Pezzimenti, che ha commentato con emozione: «I tuoi successi mi rinnovano l’entusiasmo di insegnare le meraviglie della scienza: grazie Silvia, sei uno splendido esempio per tutti».

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Pubblicato il 24 gennaio 2020
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