Lucia, la donna che cambia l’acqua ai fiori a Monteviasco

Ogni giorno un lavoro diverso per prendersi cura di un pezzetto di paese assieme al gruppo di sei residenti che si preparano al terzo inverno. “Viviamo in armonia e la solitudine non ci spaventa”

Generica 2020

«Saranno una cinquantina i morti che aspettano ancora qualche vivo che venga a salutarli fin quassù. Ma visto che non viene più nessuno, tocca a noi prenderci cura di loro, delle foglie sulle tombe, e dell’acqua dei fiori».

No, non è uno dei sogni ad occhi aperti di Violette Toussaint, la protagonista del bestseller Changer l’eau des fleurs della scrittrice francese Valérie Perrin. Qui a Monteviasco a mille e rotti metri dove la Svizzera è a un passo, succede davvero.

Ci vivono in sette, e ogni giorno la compagnia di residenti, per la maggiore ultrasessantenni e attaccatissimi al loro borgo, parte per i lavori più disparati fra lo spazzare le strade dalle foglie e il prendersi cura di una strada, o di un viottolo frequentato da qualche gatto, rari escursionisti che sfidano le regole del lockdown e gli onnipresenti carabinieri che fan da spola col fondovalle. E la regina di questa storia è Lucia Cassina, 76 anni compiuti il 25 novembre, nata a Monteviasco, vissuta in valle, tre figli, vedova da dieci anni e un amore sconfinato per il suo paese tanto da essere oramai un mito e venir citata nei commenti come la paladina di Monteviasco.

Commenti sui social arrivati fino a qui e che parlano di questo posto raccontato perfino dalle tv cinesi, dai giornali inglesi e descritto come “isola in mezzo a un mare di boschi“. Lucia di fatto è una leader. Ed è la capa di questo gruppo di anziani che sta preparandosi per il terzo inverno arrivato come sempre in anticipo rispetto al fondovalle, col gelo e la neve, le foglie degli alberi cadute «e che dobbiamo sistemare per il grande giorno».

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L’evento è il 13 dicembre quando una delegazione fra carabinieri, forze dell’ordine e cappellano militare salirà per una messa speciale, una sorta di Natale in anticipo. Per questo anche la chiesa viene ogni giorno sistemata, ci sono i banchi da spolverare, si accendono le candele e tutto col permesso del parroco, don Giorgio Ferrario. Forse perché anche pregare, quassù, ha un senso diverso (nella foto, Lucia assieme al capitano dei carabinieri al comando della Compagnia di Luino, Alessandro Volpini).

«Siamo rimasti solo noi. E qui ci sono un sacco di cose da fare. A un certo punto ci siano incontrati e ho detto: sentite ragazzi non possiamo permetterci di lasciare il paese in queste condizioni. Così abbiamo pulito il monumento, il santuario, sono stati ripuliti i boschi, abbiamo lavorato e tenuto insieme il paese tutti e sei, ci si poteva mangiare dentro. Ora c’è un po’ di disordine, ci sono tante foglie e ci sarebbe da sistemarlo un po’ prima che si metta a nevicare seriamente».

Le giornate sono scandite dalla luce e chi abita qui è abituato a silenzi e lunghe ore passate anche a giocare a carte, o a parlare. Ma è il lavoro che tiene unita questa comunità. «Sono così stanca la sera che prendo sonno presto. Gioco a carte con gli amici, a scala 40, faccio la Settimana Enigmistica. Internet prende poco, e ogni tanto abbiamo qualche problema coi telefoni, ma alla fine se c’è qualcosa che non va, cerchiamo di risolverlo assieme». Lucia si è a lungo presa cura di un percorso, la strada che va a San Rocco, circa 500 metri che porta «in campagna» (sì: anche a Monteviasco c’è una periferia!).

«È il nostro boulevard», racconta, «l’ho presa in mano una decina di anni fa. Ma non sono mai sola a lavorare. Non lo scriva assolutamente, non scriva che faccio tutto io perché non è vero e poi nessuno mi viene più addietro. E non faccia nomi per favore». Infatti Marco il fiorista che abita in valle ed è più giovane dei «duri e puri» di Monteviasco ha portato su i fiori per la festività del Morti: un fiore per ogni tomba, col cimitero deserto, ma agghindato con cura per la ricorrenza. «Lui ha fatto i fiori, io la pulizia».

Poi c’è Ugo che si occupa della chiesa e del santuario, aiutato da Valter, Augusto, Candido, Rita, Franca…
È vero che da quando la funivia è ferma arrivare è diventato un problema e anche i servizi pubblici sono ridotti al lumicino. Ma ascoltare il racconto di questo luogo da chi l’ha sempre vissuto, spiega anche il perché di un attaccamento così forte agli spazi comuni.

«La cura del paese è un discorso lungo. Anni fa è nato il gruppo della musica e sono tornate anche le feste, poi è stato costituito il “Gruppo sentieri“, poi gli “Amici di Monteviasco“, e riuscivamo ad animare il paese con tombole e feste da ballo con tanti villeggianti e capitava ad agosto e luglio di avere su fino a 300 persone. Mettiamola così: chi ha comprato la casa qui, ha comprato non solo la baita ma tutto il pacchetto, cioè anche gli usi e i costumi che qui da sempre esistono».

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Una sorta di “gentilezza della tradizione“ che si è tramandata di famiglia in famiglia e che ora nel momento del bisogno viene a galla per fare fronte comune, oggi vuol dire rappezzare una strada malconcia, domani per un chilo di farina o per far via la neve fuori dall’uscio se il vicino non sta bene (nella foto sopra tratta da un video Lapresse, Lucia sul tetto della sua casa dal tetto di ardesia, in via del Caduti).

«Ricordo mio padre, aveva un sistema infallibile per convincere chi faceva il furbo. Una volta vide uno mettere degli scarti della polenta in un tombino, di quella che rimane attaccata al paiolo dopo che l’hai messo a bagno. Non appena ebbe l’occasione andò sul discorso con frasi del tipo “Sa che qualcuno ha messo la polenta nel tombino? Chissà chi sarà stato”. Dopo due ore la polenta era sparita. E così in diverse altre occasioni».

Così gentilezza, tatto, fermezza e rispetto diventano medicina per il mondo.

«Abbiamo imparato a costruire un sistema che ci permette di vivere in armonia. E in questo modo solitudine e isolamento non ci spaventano».

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 03 Dicembre 2020
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