Natale proustiano

Vita in famiglia ai tempi del Covid

Natale in Agricola 2020

Anche quando litighiamo mia moglie mi prepara qualcosa da mangiare.
Maria è solitamente una chiacchierona (quando l’accompagnavo al lavoro iniziava a parlare sulla rampa del garage e finiva in piazza Biroldi…).

Quel gesto però, lo compie in silenzio, qualche volta piangendo, prima di staccarsi dalla cucina ed isolarsi dove nessuno potrà vederla.

In quei momenti, spesso giorni, sono sicuro che anche lei, come me, ripensa ai motivi del litigio, senza mostrare segni di pentimento.

Siamo entrambi orgogliosi e la riappacificazione avviene per gradi con cenni a dir poco patetici: “Tua sorella ha perso il gatto, prendi l’ombrello che piove, hanno inaugurato un recinto per i cani: mancavi solo tu (tra i cani…)”.

Raramente litighiamo per motivi importanti così, soprattutto quando siamo in prossimità dei giorni di festa o in attesa di visite, tutto rientra in un’apparente normalità.

Detto fra noi: non ho ancora capito se mangia di nascosto o se digiuna per dimagrire: so solo che, quando mi siedo a tavola e sollevo il piatto di copertura, nel vapore che sale trovo sempre una scritta: “sei una bestia, ma ti voglio bene lo stesso”.

Mi guardo intorno. In certe sere d’inverno anche la luce sembra penombra. Sulla tavola un bicchiere capovolto, una fettina di torta ed una ciotola con quattro chicchi d’uva o un mandarino.

Mi piace il silenzio, ma non la solitudine. È tutto così assurdo: ci vogliamo bene e ci facciamo del male. Ciascuno soffre a modo suo: si litiga per niente e si fa la pace per niente. E lei, al veleno delle parole risponde con le lacrime.

Non saprà mai che nei suoi occhi lucidi c’è il mio rimorso. Passano gli anni, invecchia anche lei. Io, osservandola in certe serate, non posso dimenticare di averla conosciuta ragazzina dai lunghi capelli neri: esile e bella come una sirena.

Ogni litigio ha il sapore di un temporale che si placa nella consapevolezza che la vita che dividiamo è solo questa: dove tutti sbagliamo ed è inutile tenere il broncio.

Tutto finisce con uno di quegli sguardi che stanno a metà strada tra l’orgoglio ed il perdono: tra la finzione di essere ancora offesi e la realtà di quello che veramente proviamo.

Personalmente, tornando a casa, vorrei vedere il vuoto; invece trovo un piatto ancora caldo che pare attendermi e dire: “siediti che non è successo nulla”.

È arrivato Natale. Fra i pastori del presepe vorrei che ci fosse un angolo per la mia anima: quella di un figliol prodigo che torna: dopo aver dissipato l’amore.

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Pubblicato il 26 Dicembre 2020
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