Terra di leggende il regno delle bocce. Il collezionista
Giovanni rimase stregato dalle bocce fin da ragazzo. La sua soddisfazione non era la vittoria ma vederle roteare sul campo e seguirne la scia multicolore
Il palazzo era sicuramente anonimo, uguale a tanti altri adiacenti, la via addirittura difficile da reperire, se non dopo molto tempo nel quale la consuetudine a percorrere le strade del quartiere riusciva a creare una rete mentale di riferimenti ardui da individuare, ma alla fine sufficienti a non perdersi come a Giovanni era riuscito infinite volte.
Aveva optato per quel quartiere alla periferia di Milano, non per libera scelta, bensì per necessità, il mutuo per l’acquisto della casa era compatibile con il suo stipendio di addetto alle Poste, padre di famiglia, non numerosa per carità, ma pur sempre composta da una moglie e una figlia, e siccome la moglie non lavorava, o meglio faceva qualche lavoretto di sartoria occasionale che serviva solo ad attenuare di poco l’onere che doveva sostenere il suo salario, e la figlia studiava al liceo con l’intento di andare poi all’Università, non c’era da pensare ad acquistare un attico nel centro della città. Quindi quartiere dormitorio, neppure i negozi se non uno sparuto supermercato, un hard discount, dove i prodotti di marca erano quasi irreperibili, divertimenti pressoché vicini a zero e una vita grigia, priva di aneliti e sbocchi. Del resto Giovanni non aveva avuto un grande orizzonte da ammirare fin da quando era ragazzino: un fisico sgraziato, con lunghe gambe magre su un tronco tozzo, un viso irregolare che non riusciva a essere accattivante, soprattutto per l’altro sesso e un’intelligenza tutt’altro che brillante, tanto che il diploma di ragioniere che il padre aveva voluto conseguisse, l’aveva ottenuto dopo un numero imprecisato, ma consistente, di bocciature.
Infine era riuscito a circuire la più racchia del contado con la quale era anche arrivato a concepire una figlia, suo orgoglio e sua unica impresa di successo della vita.
Forse è troppo sintetica l’analisi, Giovanni aveva sempre invidiato i giocatori di bocce del paese nel quale andava a trascorrere le vacanze scolastiche: appena poteva correva al bar presso il quale si stendevano in bella mostra due campi di bocce in terra battuta, sui quali i genitori vacanzieri passavano ore d’interminabili sfide, e lì si fermava inebetito a osservare i contendenti dimenticando la sua perenne battuta di caccia per una ragazza, intento al quale dedicava ogni energia quasi sempre infruttuosa.
Le bocce lo affascinavano, ma siccome era negato qualsiasi tentativo intraprendesse per cimentarsi in qualcosa che avesse almeno la parvenza di sport – basti pensare che allorché inforcava la bicicletta per andare con gli amici alla spiaggia, era sufficiente un lieve dislivello, un dosso per esempio, per rallentarlo e fargli perdere il contatto con i compagni – evitava con cura di scendere in campo e si limitava a osservare, cecando di carpire i segreti che regolavano la disputa delle partite.
Così, quando finalmente aveva dato stabilità alla famiglia, cominciò a cullare il desiderio di lanciarsi nella pratica: ma come poteva senza conoscere nessuno? Casualmente un suo collega gli parlò del centro sportivo 25 aprile, della pista di atletica, dei campi da tennis, del campo di calcio e anche dei campi di bocce. Giovanni, fattosi spiegare perbene dove fosse, finalmente il sabato si lanciò a percorrere il sentiero dell’avventura e, timidamente, quasi con circospezione, entrò nel bocciodromo e immediatamente rimase abbacinato da ciò che vedeva. Sei corsie, una pletora di praticanti, ma, soprattutto le bocce: non tutte uguali come al paese, con il colore unico, spento, dal marrone scuro al nero, no scintillanti di gialli, rossi, bianchi, blu, una sinfonia, un caleidoscopio che metteva allegria, che ti faceva venire un desiderio impellente di impugnarle, anche senza giocare, per il solo piacere di poterle contemplare.
Giovanni fu fulgorato – non come San Paolo sulla strada di Damasco, ma quasi – e, tornato a casa, cominciò a carezzare l’idea di comperare quelle bocce così rutilanti di colori, ma non sapeva come fare, non sapeva se nei negozi di articoli sportivi ci fossero e la sua innata timidezza non lo facilitava, anzi recava con sé sempre nuove frustrazioni, vieppiù ardue da superare e da sopportare. Finalmente un bel giorno un tizio, vedendolo estasiato a seguire il percorso di quelle sfere meravigliose, gli chiese se volesse giocare, al che Giovanni candidamente gli confessò di non saperlo fare, ma che avrebbe voluto iniziare, acquistando un set di bocce, non sapeva dove. L’occasionale incontro gli spiegò che c’era un omino che in occasione delle finali delle gare veniva a esporre la sua merce con decine di completi, di vario peso e misura, fra i quali avrebbe potuto scegliere ciò che riteneva fosse più conveniente per lui.
Non perse tempo, Giovanni, e alla prima gara domenicale, puntuale come un treno giapponese, si presentò al bocciodromo e, meraviglia immensa, scoprì allineate come soldati in parata le scatole scoperchiate nelle quali facevano bella mostra un’incredibile varietà di bocce multicolori. Saputo il prezzo vide un po’ scemare il suo entusiasmo, poi si lanciò, tanto forte era il desiderio d’impossessarsi di quel tesoro rilucente e fantasmagorico, e scelse, lui che amava visceralmente l’azzurro, un completo il cui colore predominante era un blu sfumato che lo sedusse del tutto.
A casa le contemplava, le impugnava facendole scorrere delicatamente su un pezzo di moquette che si era fatto regalare dal suo amico tappezziere: ma più le maneggiava e più cresceva in lui la voglia di averne altre nuove, le acquistava di continuo e si beava a rimirarle, a sfiorarle quasi temesse che si rovinassero. Poi questo suo amore contemplativo non gli bastò più, per cui la domenica caricava la sua collezione in macchina e si avviava verso una piccola radura nascosta fra gli alberi dove il leggero tappeto erboso poteva costituire il terreno ideale per farle scivolare in composizioni, secondo lui artistiche, che soddisfacevano la sua passione per il contatto e per lo sguardo. Ormai era diventato un rito, si stava inimicando la famiglia che lo vedeva sempre meno durante il fine settimana, tanto che il giorno prima di Ferragosto Giovanni uscì come il solito con il suo carico, ma non tornò la sera e neppure il mattino successivo: lo trovarono prima di notte, lì nella radura, seduto contro un tronco d’albero, le sue bocce sparse davanti con il panno poco discosto. Sembrava dormisse, aveva un’aria serena e il volto, a guardarlo bene ora, non era poi così brutto come si diceva.
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