Comprare una banca a 1 euro. Il caso Carige-Bper

Il 14 febbraio scorso la ex Banca popolare dell’Emilia Romagna ha comprato a un prezzo simbolico la storica Cassa di Risparmio di Genova e Imperia. L’analisi del Liuc-Finance & Investment Club della Liuc - Università Cattaneo di Castellanza

banche

L’autore di questo articolo è Mattia Di Capua del Liuc-Finance & Investment Club  dell’Università Liuc di Castellanza.

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Banca Carige, acronimo di Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, è un istituto di credito bancario che ha la sede principale a Genova ed è presente su tutto il territorio italiano. La banca fondata nel 1483 è la società più importante dell’omonimo gruppo ed è quotata alla Borsa di Milano all’indice FTSE Italia Small Cap. Carige recentemente ha affrontato una profonda crisi che ha coinvolto gli ignari correntisti. Una storia che in Italia negli ultimi dieci anni si è ripetuta più volte, portando agli onori delle cronache storici istituti di credito tra cui: Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e Banca Etruria.

IL DECLINO DEL GRUPPO

I problemi di Carige son iniziati nel lontano 2013, anche se le prime avvisaglie si erano avute già nel 2012, anno in cui il gruppo chiuse il primo bilancio in negativo. Le successive ispezioni dell’organo di vigilanza della Banca d’Italia portarono alla luce diverse criticità. Nemmeno il primo aumento di capitale, avvenuto nel 2014 per un totale di 800 milioni, con l’obbiettivo di scendere sotto il 20% del capitale, risultò sufficiente per superare gli stress test della Bce. L’anno seguente, con l’entrata di un nuovo socio forte, la famiglia Malacalza, ci fu una prima svolta. Con l’acquisto di un 10,5% da Fondazione Carige, la quota del nuovo socio è sempre salita arrivando a circa il 27%, dopo l’aumento di capitale di 850 milioni di euro per coprire un buco patrimoniale di 814 milioni.
Nel 2017 ci fu un nuovo aumento di capitale e alla guida della banca venne nominato Paolo Fiorentino. Tuttavia, una serie di tensioni fra il nuovo amministratore delegato e i Malacalza portò a una raffica di dimissioni nel cda e a una decadenza del board. Verso la fine dell’anno vennero nominati Fabio Innocenzi, nel ruolo di ade Pietro Modiano, in quello di presidente. I due avviarono una pulizia del bilancio con svalutazioni sui crediti per circa 250 milioni.
Banca Carige si trovò così ad avere nuovamente bisogno di risorse. Un primo passaggio fu realizzato con il supporto dello schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi, che sottoscrisse un subordinato da 320 milioni di euro con un rendimento del 13%, in vista dell’assemblea che avrebbe dovuto poi votare un aumento da 400 milioni con cui rimborsare l’obbligazione stessa. Malacalza decise però di astenersi: il forte investimento, che negli anni era arrivato a 400 milioni, ai valori della borsa pesava per appena 25. Quanto bastava per far saltare il piano di Innocenzi e Modiano.
Nel gennaio del 2019 a fronte delle dimissioni dei cinque consiglieri e la nuova decadenza del cda, la Bce decideva di mettere Banca Carige in amministrazione straordinaria (il documento di Bankitalia) con la nomina contestuale di Fabio Innocenzi, Pietro Modiano e Raffaele Lener a commissari straordinari.

L’INTERESSE DI BPER BANCA

Bper, la ex Banca popolare dell’Emilia Romagna, si era detta ufficialmente interessata a comprare Banca Carige per 1 euro, questo significava però che la banca doveva essere ricapitalizzata per un miliardo di euro, in modo che il debito venisse totalmente risanato e poter ripartire da zero, o almeno quasi. Il valore di 1 euro è prettamente simbolico, non potendo vendere a zero euro.
La banca ligure è stata pertanto acquisita da Bper il 14 febbraio scorso. Seguiranno il lancio di un’Opa (offerta di pubblico acquisto) a 0,80 euro sul capitale non in mano al Fondo, pari a circa il 20%, e una ricapitalizzazione da parte del Fidt (Fondo interbancario di tutela dei depositi) per 530 milioni di euro.
Nell’operazione Bper è stata assistita da Mediobanca e Rothschild mentre Deutsche Bank, Kpmg e Prometeia hanno assistito il Fidt. Ora Bper, per diventare proprietario della quota, deve solo aspettare l’autorizzazione della Bce, che dovrebbe arrivare a maggio e comunque non oltre il 30 giugno. Potrà inoltre contare su 320 milioni di benefici fiscali, portando così il totale dell’investimento intorno al miliardo di euro. Tra pochi mesi, dunque, Bper sarà il nuovo azionista di controllo di Carige, mentre per ora è ancora il Fondo Interbancario. Il marchio Carige resterà intatto e con una sostanziale autonomia nella regione di riferimento, con l’obiettivo ultimo di garantirne il futuro.

BPER QUARTO POLO BANCARIO

Con l’acquisto di Carige da parte di Bper Banca, nasce il quarto gruppo bancario italiano per dimensione, con un incremento del 20% dei clienti e attivi che superano i 155 miliardi di euro, di cui 22 portati proprio da Carige. Un’operazione di cui beneficerà anche il ceo di Unipol Carlo Cimbri per il cross-selling di prodotti assicurativi a marchio Unipol nella bancassurance.
Inoltre, come si è già accennato, per la ricapitalizzazione di Carige, la banca modenese a partire da giugno potrà contare anche su un “tesoretto” di 370 milioni di euro, rappresentato dai benefici fiscali. Quest’ultimo è un aspetto importante, perché nell’offerta iniziale da parte di Bper per Carige, un punto critico era stata proprio la richiesta di 1 miliardo, somma troppo elevata e non sostenibile per il Fondo in base a quanto stabilito dal suo stesso statuto. A sbloccare la situazione è stata una nuova offerta da parte di Bper, in linea con quanto fatto da Intesa Sanpaolo con le banche venete.

INTESA SANPAOLO E IL SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE

Il modo in cui Bper si è fatta avanti e deciso di presentare un’offerta per rilevare Carige al prezzo di 1 euro, chiedendo all’attuale maggiore azionista di ricapitalizzare l’istituto con una iniezione dimezzata da 1 miliardo a 530 milioni di euro, ricalca lo schema di Intesa Sanpaolo con le banche venete.
Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, dopo il tentativo fallito di essere quotate in Borsa e l’intervento del Fondo Atlante, furono a un passo dal fallimento. Nella primavera del 2017, dopo una richiesta di ricapitalizzazione non concessa, le due banche vennero giudicate non sistemiche, quindi poste in risoluzione e liquidate secondo la legge italiana.
L’esborso totale da parte del governo fu di 4,7 miliardi di euro, denaro di fatto consegnato a Intesa Sanpaolo che accettò di acquistare le due banche, una volta ripulite dai crediti più difficili da riscuotere, al prezzo di 1 euro. I miliardi stanziati a sostegno del capitale non vennero giudicati come aiuti di Stato perché riguardavano la stabilità finanziaria della regione Veneto. Azionisti e obbligazionisti subordinati persero tutto, ma grazie all’intervento del governo, gli obbligazionisti “senior”, ricevettero rimborsi per circa 40 milioni di euro su 300 milioni di perdita. Lo Stato si impegnò poi a fornire altri 12 miliardi di euro di garanzie sui bond ai quali però Intesa Sanpaolo rinunciò. I crediti in sofferenza vennero successivamente acquistati dalla Sga (Società per la gestione di attività), meglio conosciuta come la bad bank del Tesoro.

I CASI DI BANCA ETRURIA, MARCHE, FERRARA E CHIETI

Nel 2015 furono dichiarati falliti contemporaneamente quattro istituti di credito: Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e Carichieti.
Il salvataggio di Banca Etruria è stato il più duro per gli investitori, indolore invece per le casse pubbliche. Tutte le perdite, infatti, vennero assorbite dai privati, ovvero coloro che investirono una parte del loro capitale nella banca, comprandone le azioni o le obbligazioni. Il grosso delle perdite, che ammontava a 3,6 miliardi di euro, è stato assorbito dal Fondo nazionale di risoluzione, un fondo di emergenza alimentato dai versamenti fatti dalle banche che operano in Italia. Altri 780 milioni arrivarono dall’azzeramento delle obbligazioni subordinate, di cui la metà erano nelle mani di 10 mila piccoli investitori. A causa del procedimento effettuato, gli azionisti che avevano acquistato quote della banca, persero il denaro che avevano investito. Fu solo dopo una serie di proteste dei piccoli risparmiatori che si arrivò all’uso dei soldi pubblici. Il governo Gentiloni stanziò cento milioni di euro per tutelare quei risparmiatori che al momento della sottoscrizione non avevano le competenze sufficienti a gestire delle obbligazioni subordinate.
Nel 2017 Etruria, Marche e Chieti vennero assorbite da Ubi Banca, mentre Cariferrara venne rilevata da Bper. Nel 2019 il nuovo governo allargò ancora di più le maglie con la Legge di bilancio 2019, con lo stanziamento di ulteriori 1,5 miliardi di euro di rimborsi destinati a rifondere il 30% del totale investito dagli azionisti e il 95% di quanto investito dagli obbligazionisti subordinati.

DIFFERENZE TRA I CASI

Le differenze tra il caso di Banca Carige e i precedenti salvataggi sono sostanzialmente due. La prima è che anche se Carige si trova in grosse difficoltà, la situazione di crisi che sta vivendo non è paragonabile a quelle delle Banche Venete e di Banca Etruria. La seconda riguarda l’intervento per il salvataggio da parte delle autorità europee e italiane che, nel caso di Carige, è arrivato molto presto. Una scelta che non ha permesso un ulteriore deterioramento della situazione al punto da richiedere un intervento più massiccio.

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Pubblicato il 08 Marzo 2022
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Commenti

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  1. Scritto da Tardelli

    Questa volta almeno l’intervento ha evitato che si mettessero le mani nelle tasche dei contribuenti

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