La nuova vita di Zen: “Tra poco avrò finalmente il mio nome”

La storia di Zen Bertagna, diventato una delle icone del Varese Pride e di Arcigay Varese per il suo impegno sociale con le persone transgender che si rivolgono all'associazione

Personaggi generiche

Chi c’era lo ha visto e sentito parlare dal palco del Pride, mentre si rivolgeva a ragazzi e ragazze che si sentivano come lui ma non osavano dirlo. Zen Bertagna, suo malgrado, è diventato una delle icone del Varese Pride e di Arcigay Varese, per il suo impegno sociale con le persone transgender che si rivolgono all’associazione: prima sui social e ora anche grazie al centro Arcobaleno, aperto proprio da Arcigay Varese in zona Biumo.

Ma dietro l’impegno c’è, innanzitutto, una storia: una vita difficile, faticosa, spesso fatta di dolori, ma anche a lieto fine. Difficile da raccontare, ma che Zen ha accettato comunque di spiegare: “Perchè può essere utile a tante persone che hanno affrontato le mie stesse difficoltà”. Per farlo, ci siamo trovati proprio in quel nuovo centro Arcobaleno a cui chi sente di avere bisogno di un consiglio o di un aiuto può da ora rivolgersi.

«Ho 37 anni e ho vissuto la maggior parte della mia vita a Laveno, tranne un periodo breve in cui ho vissuto a Ghirla e il periodo in cui ho vissuto a Milano perchè studiavo – Ha esordito Zen – Sono un ragazzo transgender, che ha iniziato da un anno e mezzo la transizione dal punto di vista medico».

Ecco la nostra intervista a Zen Bertagna

Come funziona materialmente la transizione? Cosa si fa?

«Innanzitutto, in Italia per iniziare una terapia ormonale e per avere l’ok del tribunale per la rettifica anagrafica bisogna avere una diagnosi di incongruenza di genere. Così ho iniziato con la psicoterapia, lo psichiatra mi ha fatto dei test diagnostici che hanno confermato l’incongruenza di genere e con quella relazione sono andato all’ospedale San Martino di Genova: qui l’equipe endocrinogica, dopo esami medici, mi ha dato il nulla osta alla terapia ormonale che ho iniziato il 18 settembre del 2020.
Sto prendendo testosterone tutti i giorni, e lo farò per tutta la vita. Per le terapie ho scelto uno dei pochi centri in Italia pubblici, a Genova, perché aveva liste di attesa meno lunghe, e poi perchè utilizza un protocollo piu moderno, che prende spunto su stati esteri ed è fatto su misura. La terapia ha come obiettivo quello di mascolinizzare i tratti femminili, ma la genetica non è molto a mio favore perché nemmeno mio padre, per esempio, ha molti peli e quindi non ne sviluppo molti. Non ho avuto, così, tantissimi cambiamenti per peluria… Settimana scorsa invece ho fatto la visita per la mastectomia, per l’asportazione del seno e la rimodellazione del torace. Poi farò l’isterectomia, importante anche rispetto alla terapia ormonale. Io mi fermerò qui, nel senso che non farò altri tipi di operazioni, perchè per il resto mi sento a mio agio. Questo è forse l’aspetto più complesso, quello che le persone faticano a comprendere: le persone pensano che non diventi davvero uomo se non hai i suoi genitali. Parecchie persone mi dicono “Se hai una vagina, sarai sempre una donna” bisogna però cercare di uscire da questa visione molto binaria e molto genitale, come se l’organo genitale caratterizzasse tutta la tua essenza di uomo».
Poi c’è la parte legale e burocratica: «Sono andato in tribunale per la rettifica anagrafica: per farlo, ho dovuto portare le relazioni dello psichiatra psicoterapeuta e dell’endocrinologo. Ora sto aspettando l’arrivo dei nuovi documenti per la rettifica anagrafica: quelli mi daranno la possibilità di agire anche per le operazioni di cui parlavo prima. In Italia infatti non è possibile agire su un organo sano senza motivo, mentre negli altri paesi è possibile».

Quando ti sei reso conto della tua situazione?

«In realtà, fin da piccolo. Posso dire di essermi sono reso conto di essere un bambino fin da bambina. Da che io ricordi, già utilizzavo un nome diverso rispetto a quello che mi era stato assegnato alla nascita».

Posso domandarti il tuo nome alla nascita?

«In realtà, è importante sapere che in genere alle persone transgender non è opportuno chiedere il nome che è stato assegnato alla nascita, perchè nella maggior parte dei casi è fonte di dolore e sofferenza. È giusto saperlo quando ci si approccia a una persona transgender anche se è spesso la prima cosa che si chiede, spesso senza nemmeno malizia o morbosità, mentre in realtà per molti è la parte più dolorosa. Fin da piccolo, quando giocavo con i miei amichetti, io  avevo scelto un nome diverso, mi facevo chiamare Michi. E in questo modo, per tutti gli anni delle elementari, non ho mai avuto nessun tipo di problema con i miei compagni: semplicemente, loro mi chiamavano così. Del resto, dei bambini gender variant si sente parlare da poco tempo, ma non è che esistano da poco tempo. Avviene da sempre che alcuni bambini si concepiscano di un genere diverso, ma lo fanno con estrema naturalezza».

Come è stata la tua infanzia, in questo senso?

«Ero una persona un po’ chiusa, facevo fatica a comunicare. Ricordo però che avevo dei diari, che mi faceva scrivere la maestra Maria alle elementari, dove mi descrivevo al maschile. Questo è un ricordo tangibile, perchè li ho conservati: e in uno di questi diari la maestra mi ha scritto: “Bravissima! diventerai una scrittrice”. Povera maestra Maria, forse a quell’epoca non aveva la capacità e le competenze per cogliere che non si trattava di un mio estro letterario, ma l’espressione del mio essere più profondo…. Il caos però è arrivato dopo: innanzitutto quando hanno incominciato a intromettersi gli adulti. Poi il periodo dello sviluppo, la parte più delicata e difficile per me: perchè lo sviluppo ha fatto sì che il mio corpo confondesse tutto. Mi chiedevano spesso “ma sei un maschio o una femmina?”, quando entravo nel bagno delle femmine mi dicevano che dovevo andare nei maschi, e viceversa. Per me questa era una situazione estremamente dolorosa: io ero consapevole di chi fossi, ma non avevo gli strumenti per spiegare che quello era un corpo che non mi apparteneva. La generazione di adesso è molto più fortunata, perchè ha accesso a molte più informazioni. Ai miei tempi si parlava più di orientamento sessuale che di identità di genere, e le poche volte in cui si usava la parola transessuale spesso era associata a una prostituta sulle strade. Inoltre, non c’era nemmeno nessun esempio di uomini transgender, come me: quindi per me è stato molto difficile. Senza contare che nel periodo dell’adolescenza ho dovuto confrontarmi con delle forme che sentivo non appartenermi».

Una confusione che ha avuto un effetto devastante…

«Si, a un certo punto è successa una cosa che ha tagliato a metà la mia vita e l’ha caratterizzata pesantemente: dall’avere iniziato una banale dieta sono passato a una forma estrema di anoressia. Ho sofferto per tanti anni, sono arrivato a pesare 36 chili, e sono stato ricoverato in una comunità terapeutica, che è villa Miralago a Cuasso al Monte. Proprio questo mi ha salvato la vita. Ero arrivato ad un punto in cui non solo mia salute fisica era a rischio, ma anche psichicamente non esistevo più. Svanire era un modo per non sentire quelle forme, quel corpo che non mi appartenevano. Per me era molto difficile allontanarmi da questo sintomo, perchè l’assenza di forma mi faceva stare bene. Arrivato a 36 chili non ero più nulla fisicamente, ma mi sentivo a mio agio. Per questo è stato importante ed essenziale, nella comunità, affrontare la psicoterapia, con una terapeuta che mi segue tuttora dopo 9 anni, e che mi ha letteralmente salvato: è stata la persona con cui ho iniziato finalmente a parlare di identità di genere. Mi ero talmente allontanato dal mio corpo che durante una seduta mi sono reso conto di non ricordare nemmeno più qual era il numero di scarpe. Mi mettevo scarpe a caso, perchè la mia mente era completamente sganciata dal corpo».

In comunità però sei arrivato a 28 anni: prima cosa è successo?

«Quello del liceo è stato un periodo in cui ho messo da parte quello che sentivo rispetto al mio corpo. Mi confrontavo poco con i coetanei perché mi sentivo a disagio e avevo anche smesso di fare sport, perché per me cambiarmi era molto difficile. Al liceo nei primi due anni non sono andato nemmeno in bagno: mi avevano cacciato dal femminile una volta, dal maschile un’altra volta e alla fine ho deciso che andarci era troppo traumatico, troppo triste per me. non è stato un periodo facile, onestamente».
Nel frattempo: «Ho avuto relazioni con delle ragazze: ma non mi sono mai definito lesbica, perché non era la mia etichetta, non era cosi che mi sentivo».

Dopo il liceo, arriva l’università: «Mi sono iscritto a lettere moderne, cosa che però ho interrotto perché la mia grande passione è il cinema: così ho iniziato a fare scuola di cinema. Il problema è stato che in quel periodo i sintomi dell’anoressia hanno cominciato a diventare molto forti, e ho cominciato ad avere attacchi di panico. Per tre anni sono rimasto chiuso in casa, giravo da uno psicoterapeuta all’altro senza trovare soluzione. Avevo completamente smesso di indagare su di me e il mio corpo, non avevo piu desiderio ne dal punto di vista affettivo ne sessuale. I disturbi alimentari sono una cosa devastante, non li auguro a nessuno, anche se in fondo quei sintomi sono stati il trampolino per conoscermi più a fondo. Quelli per me sono stati anni interrotti: tutti i giorni erano uguali, cercavo di uscire ma con molta fatica. Forse è questo il motivo per cui mi sento più giovane dei miei 37 anni: perchè tante cose non le ho vissute. Ho iniziato di nuovo a vivere quando sono andato in comunità: li ho scoperto di essere una persona socievole, che ama stare in mezzo agli altri. Quando ho iniziato a stare meglio, infatti,  ho cominciato a interagire: ho proposto anche il giornalino della comunità».

Come va con i tuoi genitori?

«Per un periodo all’inizio ho abitato con i miei nonni materni, che hanno rappresentato delle figure molto importanti per me. Con i miei ho iniziato a vivere alle medie, per tanti anni non c’è stato rapporto. Quando ho iniziato a stare male però la situazione ha fatto si che anche loro si mettessero in discussione. Mi sono stati vicino come hanno potuto, hanno dovuto affrontare cose complesse: vedere un figlio consumarsi fino quasi a morire non dev’essere stato assolutamente semplice. Rispetto alla mia identità di genere è stato un cammino comune, perchè è un cammino che si fa necessariamente insieme quello della transizione. Loro stanno facendo con me questo percorso, nonostante le difficoltà iniziali soprattutto di comprensione (e in questo caso mi è stata molto d’aiuto la mia psicoterapeuta con sedute famigliari), e poi di accettazione: all’inizio per esempio facevano fatica a chiamarmi con il mio nome, e io magari mi arrabbiavo anche in maniera eccessiva, cosi si finiva per litigare. Ora però fanno parte dell’associazione Agedo, che è l’associazione dove genitori di persone omosessuali o transgender si confrontano e si aiutano tra di loro. Io ne vado molto fiero: è la dimostrazione che loro stanno facendo e hanno fatto un cammino insieme a me. So di avere attraversato tante fasi dolorose nella vita, e di essere rinato tante volte: ma quando al dolore arriva una risposta riesci a trovare il senso di tutto questo. Mi ritengo una persona fortunata, perché non sono stato mai lasciato solo».

Come hai scelto il tuo nome?

«Ho scelto Zen perché mi piaceva il suo concetto legato alla vita. A livello legale in realtà ho dovuto scegliere il nome Zeno, che però mi piace ugualmente. Con chi non conosco infatti mi presento come Zeno, e quando qualcuno mi dice “ che bel nome” sono ancora piu contento perchè rispondo “Eh, si l’ho scelto io!”. Tutti però mi chiamano Zen, è come se fosse un diminutivo».

Quale persona ti ha ferito di piu, e quale quella che ti ha reso felice?

«Tra quelle che mi hanno reso felice non c’è una sola persona, che ne sono diverse: magari hanno fatto parte solo di un pezzo della mia vita ma sono state ugualmente importanti, altre fanno parte ora della mia vita e mi fanno sentire a casa: per me l’attivismo con Arcigay, per esempio, è così. Ma tante altre persone mi hanno donato molto anche in un piccolo gesto: anche chi magari non capiva ma ci provava lo stesso. Chi mi ha ferito invece? Le persone che mi bullizzavano: quelle mi hanno fatto piangere parecchio. C’è stata anche una persona, con cui ho avuto una relazione recente, che ha un po’ giocato con la mia identità: e questa cosa mi ha parecchio ferito, è stato doloroso perché pensavo di essere amato per quello che ero ma alla fine non è stato cosi».

Cosa fai, ora?

«Per quanto riguarda il lavoro, tra poco inizierò a raccogliere i mirtilli come stagionale: è uno dei miei sogni vivere con l’agricoltura, poter gestire un appezzamento di terreno. Ci sto lavorando, ho un progetto e spero possa realizzarsi. Ora sono tornato a vivere di nuovo con i miei, ma l’idea è quella di avere una casa tutta per me».  A Laveno. Come ti trovi? «Con Laveno ho avuto un rapporto difficile, lì per molti anni mi sono sentito solo. diventando piu adulto però ne ho apprezzato la bellezza, la sua natura. Non mi sono mai nascosto però, anche in un paese piccolo. ho fatto talmente tanta fatica a partorirmi che per me è inconcepibile non vivere alla luce».

Stefania Radman
stefania.radman@varesenews.it

Il web è meraviglioso finchè menti appassionate lo aggiornano di contenuti interessanti, piacevoli, utili. Io, con i miei colleghi di VareseNews, ci provo ogni giorno. Ci sosterrai? 

Pubblicato il 01 Luglio 2022
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