Non versò il mantenimento all’ex moglie e alle figlie, assolto a Busto Arsizio l’ex consigliere regionale Buscemi
Secondo l'accusa non ha versato l'assegno di 3 mila euro al mese dal 2015 al 2021 ma per il giudice il fatto non costituisce reato. Dopo gli anni della politica avrebbe guadagnato poco
Si è difeso sostenendo di non avere un reddito sufficiente a garantire il pagamento dell’assegno di mantenimento dell’ex-moglie e delle due figlie Massimo Buscemi, ex-consigliere regionale di Forza Italia dal 2000 al 2015 e più volte assessore (per due volte eletto in provincia di Varese), e il giudice del Tribunale di Busto Arsizio lo ha assolto perchè il fatto non costituisce reato.
L’ex-politico, che aveva rimediato una condanna per falso ad un anno e sei mesi nel 2014, era stato portato in tribunale dall’ex-moglie con la quale aveva avuto le sue due prime figlie, anche loro parte civile nel processo, per non aver versato l’assegno di 3 mila euro al mese dal 2015 al 2021.
Secondo l’accusa e il difensore di parte civile (Tiberio Massironi) l’ex-consigliere regionale ed ex-dirigente di Publitalia avrebbe potuto sostenere la spesa in quanto nel 2013 avrebbe ottenuto oltre 480 mila euro di liquidazione dal Consiglio Regionale e avrebbe avuto alcune proprietà immobiliari.
Difeso dall’avvocato Antonio Argento, Buscemi non ha mai preso parte alle udienze ma ha depositato una memoria all’ultima udienza nella quale avrebbe spiegato la sofferenza provata a seguito della separazione dalla donna. Il difensore avrebbe poi chiesto l’assoluzione spiegando lo stato di difficoltà economica in cui avrebbe versato il suo assistito, presentando dichiarazioni dei redditi dal 2015 in poi da poche migliaia di euro all’anno.
Alla fine il giudice Cristina Ceffa ha deciso per l’assoluzione, specificando che per il periodo 2015-2016 è intercorsa la prescrizione.
Amare le conclusioni dell’avvocato di parte civile Tiberio Massironi: «Non so quali siano i dubbi del giudice ma lo leggeremo nelle motivazioni. Noi abbiamo una sola certezza: una sentenza del giudice dell’esecuzione civile che ha già acclarato un debito di 300 mila euro nei confronti della moglie e delle figlie. Se fosse stato indigente come ha sostenuto nel processo avrebbe potuto chiedere una rideterminazione dell’assegno ma non lo ha mai fatto in 9 anni».
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