Processo per stalking a Manfrinati, in aula la nonna di Lavinia: “Tutta la famiglia era angosciata”

Manfrinati non rende l’esame dal carcere di Busto Arsizio nel processo per stalking. Questioni procedurali alla base della decisione: parlerà una volta escussi i testi del pubblico ministero

Processo Manfrinati

«Voglio essere sentito secondo quanto previsto dal codice di procedura penale, quando saranno terminati i testi del pubblico ministero». Tono deciso, persino qualche sorriso ripreso dalle telecamere nel carcere di Busto Arsizio, ma non da riprendere, come richiesto dal legale al tribunale. L’attesa deposizione sotto forma di esame di Marco Manfrinati nel processo che lo vede imputato per stalking a Varese comincia con uno stop: mancava per giustificato motivo uno dei testimoni.

«Ritengo la mia presenza in video conferenza inutile», ha affermato l’imputato in collegamento dalla casa circondariale. Manfrinati ha chiesto di essere sentito solo dopo l’esame di tutti i testi; alle 10.30 passate il collegamento è stato staccato dopo un consulto con il legale: l’imputato ha poi per due volte salutato la corte augurando buona giornata.

In aula l’udienza è proseguita con l’escussione degli altri testi tra i quali la nonna di Lavinia Limido (nella foto) che ha raccontato del clima vissuto dalla famiglia: «Ho messo le telecamere e l’ho visto mentre mi bucava le gomme della macchina. Quando mia figlia Marta (Marta Criscuolo, madre di Lavinia ndr) e Lavinia venivano a casa mia erano angosciate dalla situazione: tutta la famiglia era preoccupata per quello che faceva Manfrinati. Una volta il cancello rotto, l’altra volta il lunotto dell’auto e il taglio delle gomme. Erano sempre in attesa che potesse succedere qualcosa».

L’udienza è poi proseguita con altri testi.

Ha parlato un amico di famiglia, un costruttore, che ha spiegato come Lavinia e la sua famiglia fossero così disperati che in almeno un’occasione egli si prestò per sorvegliare gli incontri fra la ragazza, il marito e il figlio in un bar di Varese: «Io dentro, al bancone a bermi un caffè, loro fuori. Li osservavo dalla vetrina. Lavinia mi aveva chiesto di tenerli d’occhio aveva paura di una reazione del marito».

Fra le testimonianze anche una dipendente della società di Fabio Limido (quella in via Ciro Menotti a Varese dove avvenne l’omicidio e il tentato omicidio che non sono parte di questo processo ndr), e un’avvocata anche lei amica di famiglia. Proprio la professionista che si prestò, dopo la fuga di Lavinia col figlio dalla casa coniugale di Busto Arsizio, a offrire assistenza all’amica ospitata nella sua casa in provincia di Como: «Mi ha fatto specie non aver mai sentito chiedere al figlio di Lavinia, in quei 20 giorni in cui li ho ospitati, dove fosse il papà», ha raccontato. «Lavinia era terririzzata, non si muoveva da casa e quando lo faceva si metteva una parrucca e girava con lo spray al peperoncino in borsa. Una situazione tremenda».

Un’altra testimone ha invece assistito ad una delle scene di assalto alla casa con l’imputato visto aggrappato al cancello dei Limido-Criscuolo, in via Albani a Varese.

La prossima udienza è calendarizzata per il prossimo 29 gennaio.

Fabrizio Busignani, il legale dell’imputato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito all’udienza di oggi se non che «spesso a prevalere è la narrazione dei fatti, non i dati oggettivi che li qualificano»

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Pubblicato il 27 Novembre 2024
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