Chris Galbiati a Materia: “Negli Stati Uniti il fentanyl uccide più delle armi”
Durante l’incontro a Castronno, il documentarista e youtuber ha raccontato la crisi sociale americana tra povertà, dipendenze e sanità privata, a partire dal suo viaggio nel cuore di Kensington Avenue
«Negli Stati Uniti il fentanyl uccide più delle armi da fuoco». Con questa affermazione netta, il documentarista e content creator Chris Galbiati ha aperto uno squarcio sulla realtà più cruda d’America, durante l’incontro ospitato martedì 7 aprile a Materia, nuovo spazio libero Varesenews di Castronno.
Galbiati, noto per i suoi reportage urbani dagli Stati Uniti pubblicati su YouTube, ha condiviso con il pubblico il lavoro svolto a Kensington Avenue, quartiere di Philadelphia diventato simbolo della devastazione provocata dall’epidemia di oppioidi. «È uno dei luoghi più degradati del paese. Si vedono corpi piegati a 90 gradi, persone che non distinguono più il giorno dalla notte, e nessuna struttura pubblica a sostenerli. È un abbandono totale», ha raccontato.
Il fentanyl – un oppioide sintetico 50 volte più potente dell’eroina – è al centro della sua denuncia: una sostanza che negli ultimi anni ha causato centinaia di migliaia di morti.
Orlando Mastrillo, giornalista di VareseNews e moderatore della serata, ha posto l’accento sull’assenza di servizi pubblici per le dipendenze negli Stati Uniti, facendo un confronto con il nostro sistema sanitario: «Negli Stati Uniti non esiste nulla di paragonabile al nostro SERT». Galbiati ha confermato: «Sì, mancano totalmente servizi pubblici strutturati. E spesso hai la sensazione che chi dovrebbe curarti, in realtà voglia solo accompagnarti finché consumi».
Tra i temi emersi anche il caso Mangione – l’uomo di origini italiane accusato di omicidio a New York – che ha diviso l’opinione pubblica americana. «Mi trovavo là quando è successo, e sono rimasto colpito dalla solidarietà ricevuta. Questo riflette una società spaccata, con enormi disuguaglianze e senza una rete assistenziale reale» ha osservato Galbiati.
Il racconto ha poi attraversato territori più personali. Galbiati ha descritto l’America che ha conosciuto viaggiando per lavoro nel periodo del Covid, quando ha iniziato a documentare aeroporti deserti e città ai margini: «Da lì è nato tutto. Ogni tre o quattro giorni cambiavo stato. E ho iniziato a raccontare quei luoghi dimenticati, che non vedi nelle cartoline: New Mexico, Alabama, quartieri periferici».
Con ironia e affetto, ha parlato della percezione comune sugli americani: «Quelli che ho conosciuto in questi anni sono come degli ‘orsetti’. Amano abbracciare, fare barbecue, bere birra. L’80% delle persone che incontri è semplicemente alla ricerca di una vita tranquilla. Ma non per questo sono superficiali: hanno una forte etica del lavoro e nessuna distinzione tra professioni nobili o umili, conta solo farle con passione. E nei bar, spesso visti come luoghi di solitudine – ha aggiunto Galbiati – ho trovato l’equivalente di uno psicologo con una birra in mano».
Il discorso è arrivato anche alla politica: «Trump è riuscito a parlare a una parte semplice dell’elettorato. Biden era impresentabile. L’America, così avanti in tante cose, non riesce più a produrre una vera classe politica».
Galbiati ha raccontato anche un aspetto curioso emerso durante i suoi viaggi: «Gli americani hanno una visione molto semplificata di ciò che accade fuori dai loro confini. Per molti, Parigi e Milano sono nella stessa regione, ma quando ci parli, trovi un interesse autentico. Non lasceranno mai il loro Paese, ma con l’età cominciano a guardare all’Europa con più curiosità».
A colpire il pubblico è stata infine la semplicità con cui ha raccontato l’origine del suo progetto: «Viaggiavo per lavoro nel settore della carta, prendevo aerei vuoti durante il Covid. Ho iniziato quasi per gioco: filmavo aeroporti deserti e raccontavo città. L’ambizione era che i video li vedesse mia madre. Poi ho capito che c’era un bisogno di verità, di raccontare l’America che non si vede nei film».
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