Giorgio Sassi, l’uomo che ha tradotto l’Inferno di Dante in dialetto varesino
Insieme a Maurizio Danelli è uno dei due autori del vocabolario del dialetto bosino parlato sulle sponde del lago di Varese
I Fiori del Male, e i sonetti di William Shakespeare. Alcune novelle del Decameron. E poi, leggete qui: «Nul mèzz du la mè esistènza/ma sun ritruvää in un buscàsc,/ché du la driza via g’avévi pü cuscènza».
Un incipit che anche i più digiuni di dialetto sapranno riconoscere quale più famoso della letteratura italiana di tutti i tempi, e quindi della letteratura mondiale, l’opera «dul Dante e ul Virgili», uscita dal lavoro di Giorgio Sassi, conosciutissimo a Bodio Lomnago per il suo impegno pubblico (in Comune) e culturale. Ma Sassi è, insieme ad un altro vernacoliere, Maurizio Danelli, uno dei due autori della pubblicazione a breve alle stampe per la rivista culturale Menta e Rosmarino: la stesura del primo dizionario di dialetto che può a pieno titolo dirsi varesino, o almeno di quello che si parla sulle sponde del lago.
Passisonaccia, quella del dialetto, nata e sbocciata proprio sulle sponde lacustri e che è fiorita e rifiorita in continuazione sulla punta della lingua di Sassi, classe 1947, conoscitore di una miriade di detti e proverbi dialettali. Fino all’idea di codificare tutti i significati delle parole conosciute, per lasciare un “segno“. «Il lavoro è pronto, finito, dalla “a” alla “z“. E verrà pubblicato poco alla volta su “Menta e Rosmarino”, rivista culturale che ha accolto il nostro progetto, decidendo di dare spazio al lavoro di questi anni».
Migliaia di significati, dunque, frutto di una vita di ascolto e di un idioma parlato ancora oggi, ma con minore frequenza di un tempo, sulle sponde del lago. Che non sembra tuttavia essere un territorio “chiuso“, un micro-mondo («fatta eccezione per Cazzago Brabbia, mondo a sè», spiega Sassi) bensì composto da diverse piccole patrie culturali che si distinguono le une dalle altre, magari da particolari che suonerebbero insignificanti ad una superficiale valutazione.
Del resto, «ul dialètt el gh’ha la sò andàna, el riva fina ’l sûn du la campàna», il dialetto arriva fin dove si sente il suono della campana. Le parole, che indicano di volta in volta significati man mano che si sgrana l’alfabeto, non sono tutte uguali. E dunque ecco l’artificio degli autori: «Abbiamo diviso il lago in due», spiega Sassi, «i termini dialettali saranno riportati con due diverse colorazioni nel testo, per indicare se esse si riferiscono al dialetto parlato nella sponda Nord del lago o in quella Sud».
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