L’Italia che ha smesso di pensarsi. Crisi, declino e futuro possibile
Intervista all'analista Alessandro Leonardi autore del libro "Italia e il suo futuro" che verrà presentato giovedì 12 febbraio alle 21 allo spazio libero di Materia a Castronno
Un Paese che ha perso slancio, visione e capacità di programmare il futuro. Da questa constatazione prende le mosse “L’Italia e il suo futuro” (Diarkos) , il nuovo libro di Alessandro Leonardi. Un’analisi lucida e documentata dei processi di lungo periodo che stanno trasformando la società italiana. Il volume sarà presentato giovedì 12 febbraio alle ore 21 allo Spazio Libero di Materia, a Castronno. Con l’autore dialogherà Nicola Zanardi.
Nel libro lei parte da una ricostruzione delle cause profonde del declino italiano. Da dove nasce questa crisi?
«È una crisi che ha radici lontane. Le diverse difficoltà del Paese, politiche, economiche, sociali e culturali, si alimentano a vicenda. Il sistema politico si è deteriorato nel tempo e uno dei segnali più evidenti è il calo della partecipazione, e non parlo solo di quella elettorale, ma anche sociale. I luoghi di aggregazione sono scomparsi e le varie attività online non producono gli stessi effetti sul tessuto democratico».
Si è passati da una democrazia “vivace” e sostanziale a una democrazia formale?
«Potremmo dirla così. Negli anni Sessanta e Settanta c’era una partecipazione diffusa. Oggi le elezioni esistono, ma il voto è spesso poco convinto. È una democrazia spenta, che si regge sulle procedure ma senza energia. A questo si accompagna un declino culturale ed economico. Stiamo assistendo a una perdita di produzione culturale e mediatica che si intreccia con l’arretramento industriale. Intendiamoci bene: l’Italia resta un Paese ricco, ma si è allontanata dalla frontiera tecnologica, cioè intelligenza artificiale, biotech, robotica. Il caso dell’automotive è emblematico, da leader europei siamo scesi a numeri marginali, con effetti devastanti sull’indotto».
È una situazione diffusa e omogenea del Paese o ci sono eccezioni?
«Ci sono territori che reagiscono. Facciamo un esempio molto concreto, quello delle due sponde del Lago Maggiore, tra Lombardia e Piemonte dove io vivo. Da una parte, la sponda lombarda, ci sono territori ancora industrializzati, con indotto, turismo, grandi aziende e un certo benessere diffuso. Dall’altra, a pochi chilometri di distanza, paesi che si svuotano, centri storici che cadono a pezzi, capannoni abbandonati. È uno spopolamento che non riguarda solo il Sud, ma anche aree del Nord che hanno ormai trend simili a quelli delle regioni più fragili del Paese. Vivendo in una bolla urbana o metropolitana, come accade a chi vive a Milano, spesso non ce ne accorgiamo, ma basta attraversare un ponte o spostarsi di dieci chilometri per vedere un’Italia che si sta desertificando, senza giovani, senza imprese e senza prospettive».
Questa riflessione apre un altro nodo centrale: l’inverno demografico del Paese.
«È una novità storica. Per la prima volta una popolazione sceglie volontariamente, e sottolineo volontariamente, di fare pochi figli. A questo si aggiunge l’allungamento della vita. La piramide demografica si è rovesciata. Il problema è che il nostro sistema economico e sociale è costruito sulla vecchia piramide e non viene adattato alla nuova. Questo comporta una paralisi, incapacità di affrontare le crisi e paura del futuro. Abbiamo perso la programmazione di lungo periodo. Un tempo la politica si chiedeva che Paese voleva costruire. Oggi prevale il breve termine».
È una crisi di identità?
«È anche una crisi di identità ed è paradossale, perché l’identità è una delle parole più usate oggi. L’Italia l’ha smarrita proprio mentre la rivendica».
Esistono margini di recupero?
«Certo, non tutto è perduto. Alcune aree tengono ancora, ma servono misure urgenti: prima di tutto fermare l’emorragia di giovani. In un Paese che invecchia, perdere capitale umano è un danno enorme».
Ma fare esperienza all’estero, soprattutto per chi studia, o non è anche un valore?
«Sicuramente, il problema però non è partire, bensì non rientrare. L’Italia attrae pochissimi ricercatori e professionisti stranieri e non riesce a richiamare chi se ne va. Questo impoverisce il sistema».
Che ruolo giocano i grandi trend globali?
«Sono decisivi. Se non li intercetti e non li governi, li subisci. Tecnologie come l’automazione e la robotica stanno avanzando rapidamente. Restarne fuori significa diventare marginali anche sul piano geopolitico».
E le nuove generazioni quali sfide dovranno affrontare?
«Saranno sfide enormi perché dovranno farsi carico del Paese. Dovranno ricostruire relazioni sociali, partecipazione e visione collettiva. C’è un disagio profondo, soprattutto nei più giovani, legato all’isolamento e alla difficoltà di vivere esperienze dal vivo».
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