L’ultimo volo della CCCP
Natale 1991: l'Unione Sovietica si scioglie, lasciando un astronauta in orbita e una nazionale leggendaria in disgregamento. Tra fughe disperate e gravi difficoltà finanziarie. Il racconto di quei mesi che cambiarono l'hockey
(d. f.) Undicesimo e penultimo appuntamento con la terza serie di “Alla Balaustra”, la rubrica ideata e scritta da Marco Giannatiempo, curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura e alle storie dell’hockey su ghiaccio. In questa puntata torniamo a parlare di Russia, anzi di URSS, una costante di questa rubrica visto ciò che ha rappresentato quella scuola nel mondo di questa disciplina. Una URSS, però, al suo crepuscolo.
“Alla balaustra” ha cadenza quindicinale e viene pubblicata il primo e terzo lunedì pomeriggio di ogni mese anche se i recenti playoff hanno fatto slittare questa uscita. I venti racconti delle prime due stagioni e il box con le puntate trasformate in podcast sono disponibili in fondo all’articolo.
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C’è un momento in cui tutto cambia, o meglio, c’è una costellazione di istanti che, visti insieme, tracciano una linea che divide il prima dal dopo. Per l’hockey su ghiaccio sovietico, quella linea passò esattamente tra il 1991 e il 1992. Ma per capire davvero cosa significò, bisogna prima alzare la testa. Alzarla verso l’alto, verso l’orbita bassa della Terra.
UN UOMO SOLO, A 350 CHILOMETRI DI ALTEZZA
Il 19 maggio 1991, il cosmonauta e ingegnere Sergej Konstantinovič Krikalëv lascia il cosmodromo di Bajkonur a bordo della Sojuz TM-12. La missione sulla stazione spaziale Mir deve durare cinque mesi. Krikalëv è un professionista freddo, preciso, già veterano di un volo di 151 giorni. Sa stare nello spazio. Sa aspettare.
Non sa, invece, che non tornerà quando previsto. Non sa che il paese che lo ha mandato lassù starà per smettere di esistere.
Nelle settimane successive, la Terra continua a ruotare sotto i suoi oblò. Lui la guarda — le steppe del Kazakistan, le catene montuose del Caucaso, le pianure siberiane — e non vede nulla di diverso. Ma sotto, qualcosa si sta sgretolando. L’Unione Sovietica, già provata dalla glasnost’ di Gorbačëv, scricchiola lungo tutte le sue linee di frattura. Il budget per la cosmonautica viene tagliato. I voli di ricambio vengono ridotti. Krikalëv rimane lassù.
In ottobre, il comandante Arcebarskij rientra a casa con la Sojuz assieme a un cosmonauta kazako e a un austriaco, portati in orbita per ragioni più politiche che scientifiche. Krikalëv resta a bordo della Mir, con il collega Volkov, e continua i suoi esperimenti. Riceve notizie frammentate. Sa del referendum. Sa dei tentativi di golpe. Sa che qualcosa di enorme sta accadendo. Ma lui è lì, agganciato a una stazione spaziale che un paese sempre meno capace di pagarne i conti tiene ancora in orbita per inerzia e orgoglio.
Il 25 dicembre 1991, Michail Gorbačëv si dimette. La bandiera rossa viene ammainata dal Cremlino. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessa ufficialmente di esistere. Krikalëv, in quel momento, sta facendo un’ispezione tecnica a 350 chilometri di altezza.
Tornerà il 25 marzo 1992, dopo 311 giorni. Atterrerà nella steppa kazaka — non più sovietica, ora — portato fuori dalla capsula con le gambe che non reggono, come sempre accade dopo tanto tempo in microgravità. I giornalisti lo chiameranno “l’ultimo cittadino sovietico”. Lui sorriderà con la stanchezza di chi ha visto troppo e dirà che era solo un ingegnere che faceva il suo lavoro.
LO STESSO CIELO, LO STESSO MOMENTO
Ora scendiamo dal cosmo al ghiaccio. Mentre Krikalëv galleggiava nell’orbita si consumava una trasformazione altrettanto radicale — e altrettanto irreversibile — per l’hockey su ghiaccio che aveva dominato il mondo per quasi quarant’anni. Il 1991 fu l’ultima stagione in cui le maglie rosse con la scritta CCCP scesero in campo come simbolo di uno Stato. Quelle quattro lettere — Союз Советских Социалистических Республик, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche — avevano rappresentato qualcosa di più di una nazionale sportiva. Erano state un’ideologia, un metodo, una filosofia del gioco elaborata da menti straordinarie come Anatolij Tarasov e Arkadij Černišev. Hockey collettivo, veloce, tecnico, radicato nella disciplina e nel sacrificio del singolo in nome del collettivo. Non a caso il sistema sovietico produceva linee intercambiabili di ali e centri come catene di montaggio: ogni giocatore pensava per la squadra, e la squadra pensava come un unico organismo.
Trentasette anni di storia. Diciannove ori mondiali. Sette ori olimpici. Il “Miracolo sul ghiaccio” del 1980 a Lake Placid — quando un gruppo di universitari americani batté la macchina rossa — rimase un’eccezione che confermava la regola. Per decenni, avere la CCCP sul petto aveva significato una cosa sola: vincere.
Poi era arrivato il mercato. Era arrivata la libertà. Ed era arrivata la NHL.
LA FUGA VERSO OVEST
La storia dell’apertura verso la NHL è, a suo modo, una storia di rotture silenziose prima che esplodesse tutto. I primi a muoversi erano stati quelli più coraggiosi — o più disperati. Alexander Mogilny era fuggito nel 1989, durante i Mondiali Juniores di Anchorage, Alaska: ventenne, lasciò i compagni nell’hotel e sparì. Raggiunse i Buffalo Sabres. Fu un atto che in patria equivaleva quasi alla diserzione — e per anni la Federazione sovietica lo trattò come tale.
Poi arrivò la crepa più grande. Nell’estate del 1990, Sergei Fedorov scomparve durante la Goodwill Cup di Portland, Oregon. Si presentò agli uffici dei Detroit Red Wings. Aveva 20 anni e il talento più puro del pianeta. I Red Wings lo sapevano — lo avevano selezionato al quinto round del draft 1989 sapendo che avrebbero dovuto aspettare, o sperare. Pavel Bure arrivò nell’autunno del 1991 ai Vancouver Canucks — giusto mentre Krikalëv stava aspettando che qualcuno venisse a riportarlo a casa. Bure era soprannominato “The Russian Rocket” per la velocità che non sembrava umana. In Russia guadagnava qualche centinaio di rubli al mese. A Vancouver avrebbe guadagnato più di chiunque altro nella storia dell’hockey russo.
Non erano fughe romantiche. Erano il sintomo di un sistema che si stava squarciando. Il patto implicito tra lo Stato sovietico e i suoi campioni — vi diamo strutture, allenatori, gloria nazionale, in cambio della vostra vita sportiva e della vostra fedeltà — stava cedendo su ogni fronte. Lo Stato non aveva più soldi. La gloria nazionale stava perdendo senso. E la NHL, dall’altra parte dell’oceano, offriva contratti che sembravano fantascienza.
LA STAGIONE CHE NON FINÌ COME ERA COMINCIATA
Ma il momento più emblematico — quello che stringe il cuore come poche altre pagine della storia dell’hockey — accadde a dicembre 1991 e gennaio 1992, durante i Mondiali Under 20. La squadra sovietica si presentò al torneo con la maglia della CCCP. Cominciò le partite come Unione Sovietica. Poi, il 26 dicembre 1991, mentre i ragazzi erano ancora in gara, Gorbačëv si dimise. L’URSS fu ufficialmente disciolta. Il torneo non era finito.
La squadra continuò a giocare. Finì il torneo come Comunità degli Stati Indipendenti — CSI, un nome che suonava provvisorio, quasi di scuse, come un’etichetta incollata su qualcosa di cui non si sapeva ancora il nome definitivo. Era la stessa cosa di quando Krikalëv era partito da un paese e sarebbe tornato in un altro: solo che qui, la trasformazione era avvenuta mentre i giocatori erano in pista.
Pochi mesi dopo, alle Olimpiadi invernali di Albertville 1992, la Squadra Unificata — CSI più le Repubbliche Baltiche a fare da sé — vinse ancora la medaglia d’oro. Fu l’ultimo atto collettivo di quella generazione, l’ultimo momento in cui i campioni formati dal sistema sovietico giocarono ancora insieme sotto una bandiera comune, per quanto improvvisata. Viktor Tichonov era ancora in panchina, anche se il suolo sotto di lui si stava sgretolando. Vinsero. Come avevano sempre vinto.
Ma tutti sapevano che era l’ultima volta.
IL PREZZO DELLA LIBERTÀ
Dopo Albertville, ogni Repubblica ex sovietica costruì la propria federazione. La Russia ereditò il palmares e il titolo sportivo della CCCP — per decisione IIHF — ma si trovò a gestire uno schianto economico brutale.
Le società storiche di Mosca — CSKA, Spartak, Dinamo — entrarono in crisi profonda. Il CSKA, che aveva vinto 32 titoli sovietici, sopravvisse solo grazie a un accordo con i Pittsburgh Penguins della NHL, che finanziarono la sezione giovanile in cambio del diritto di prelazione sui talenti. I campioni storici si trasformarono così in un vivaio per la lega capitalista che per decenni era stata il nemico ideologico.
I giocatori che rimasero in Russia lo fecero spesso perché non avevano scelta, o perché erano troppo vecchi per il salto. Quelli giovani, quelli con talento visibile, partivano. La stagione 1992-93 del campionato russo fu la prima edizione di qualcosa di completamente nuovo: stesse città, stessi palazzetti, stesso freddo, ma un mondo diverso. Niente più CCCP. Niente più macchina statale. Niente più sistema.
Ironia della storia: l’anno in cui la Russia vinse il suo unico titolo mondiale post-sovietico fu il 1993. Poi più niente, fino ad oggi. La macchina che aveva prodotto campioni per quattro decenni si era fermata, e riavviarla si sarebbe rivelato ben più difficile di quanto chiunque avesse immaginato.
L’EREDITÀ
Ci sono immagini che restano. La maglia rossa con la scritta CCCP, quella che vedete ancora oggi nelle fotografie in bianco e nero o nelle stampe appese nei bar di Mosca o di Detroit — perché sì, anche a Detroit la portano i collezionisti, come un pezzo di storia che vale più di qualunque divisa moderna.
Ci sono le storie dei giocatori che costruirono la NHL degli anni Novanta — Fedorov, Bure, Mogilny, Kovalev, Zhitnik, Konstantinov prima del tragico incidente del 1997. Russi che arrivarono con una tecnica di pattinaggio che i nordamericani non avevano mai visto, con una visione di gioco collettiva che sembrava quasi aliena in una lega abituata all’individualismo e alla fisicità.
E poi c’è Krikalëv. Che non ha mai giocato a hockey, ovviamente. Ma che incarna, meglio di qualunque metafora costruita a tavolino, quello che accadde in quei mesi straordinari: l’identità che svanisce mentre sei ancora in campo. Il Paese che ti ha mandato in orbita che non esiste più quando atterra la tua capsula. La divisa sul petto che porta un nome che il mondo ha smesso di usare.
Krikalëv tornò. Si riadattò. Volò ancora — sei volte in totale. Divenne il primo russo a bordo dello Shuttle americano, il primo uomo a entrare nella Stazione Spaziale Internazionale insieme a un astronauta americano. La sua storia finì con una collaborazione che nessuno avrebbe immaginato possibile quando era partito nel 1991.
L’hockey russo, a modo suo, fece lo stesso. Ci volle tempo — anni di disordine, di contratti spezzati, di talenti persi e di palazzetti che cadevano a pezzi. Ma i campioni formati dall’ultima generazione della CCCP cambiarono la NHL per sempre. Il loro lascito è nel modo in cui oggi si gioca a hockey in tutto il mondo: più tecnico, più veloce, più collettivo.
ALLA BALAUSTRA – Leggi le puntate precedenti
IL PODCAST – “Dalla Balaustra” è anche un podcast trasmesso su Radio Materia e disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. Nel box sottostante trovate tutte le puntate pubblicate fino a ora.
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