Molinari e la sfida dei servizi a Varese: «È qui che si gioca il futuro»
Dalle radici in oratorio alla guida dei servizi sociali: Roberto Molinari “figlio di Masnago, assessore per vocazione” traccia un quadro preoccupante: più povertà, famiglie fragili, minori in aumento. «Senza un cambio nazionale, i Comuni non reggeranno»
L’ufficio ha una grande terrazza con una vista mozzafiato. «Peccato che mi goda poco questo spazio, ma certamente da quando siamo qui a Villa Augusta la qualità degli spazi di lavoro è migliorata molto. Ancora di più per i cittadini che hanno bisogno dei servizi sociali. Trovano luoghi più accoglienti, frutto di una importante rigenerazione su cui il Comune ha investito seriamente».
Un’intervista lunga, densa, a tratti personale e a tratti politica. Roberto Molinari, assessore ai servizi sociali del Comune di Varese, racconta le radici, il percorso umano e amministrativo, ma soprattutto le sfide sempre più complesse che attendono le città italiane.
Roberto Molinari, c’è una cosa che colpisce nelle cose che scrive: si definisce “figlio di Masnago”. Perché?
«Perché lì sono cresciuto davvero. Io abitavo ad Avigno, ma a 14 anni, come dico sempre, sono rotolato a Masnago. Attraverso amici della scuola elementare ho incontrato una comunità ecclesiale con cui sono entrato subito in sintonia. Non era solo un gruppo di amici: era una comunità vera. Ricordo le vacanze organizzate insieme, eravamo anche in 150. Si viveva un’esperienza intensa: fede, amicizia, condivisione quotidiana. È lì che mi sono formato, che ho ampliato i miei interessi culturali. Per questo mi sento figlio di Masnago: è una radice identitaria, anche familiare, perché lì sono nati mia madre e i miei nonni».
C’è ancora quel senso di comunità o è cambiato in questi oltre 40 anni?
«Il senso di comunità esiste ancora, ma è diverso. Non può essere come 40 anni fa: sono cambiate le generazioni, le abitudini, la composizione sociale dei quartieri. Masnago però resta una realtà viva, una delle più dinamiche di Varese. Ha mantenuto una sua identità. E questo è fondamentale: l’identità dei quartieri è una risorsa per il modo di vivere la città».
Lei è molto riservato rispetto alla sua vita privata. Come vive fuori dal lavoro?
«Dire fuori dal lavoro è quasi improprio. Da quando sono in amministrazione, le ferie non so cosa siano. Le giornate sono lunghissime. La vita sociale si è ridotta molto. Però cerco di ritagliarmi spazi di riflessione: leggo molto, anche 30 o 50 libri l’anno, spesso più libri contemporaneamente. È il mio modo per continuare a pensare, studiare, scrivere. La dimensione familiare resta importante: mia madre, le mie sorelle, mia nipote. Mio padre purtroppo è scomparso cinque anni fa dopo una lunga malattia».
Ha iniziato a lavorare a 14 anni e ha fatto tutto il percorso di studi lavorando. Com’è stato?
«È stato duro, ma formativo. Lavoravo di giorno e studiavo la sera, ragioneria. Poi l’università. Significa rinunciare a molte cose che altri coetanei vivono. Ma mi ha fatto crescere in fretta. Alla scuola serale c’erano persone più grandi, con responsabilità diverse: entri presto nel mondo degli adulti. E poi c’era la comunità, che mi ha dato una direzione. Anche la scelta dell’obiezione di coscienza nasce da lì: 20 mesi nei servizi, prima educativi e poi sociali. Paradossalmente oggi faccio l’assessore nello stesso ambito in cui ho iniziato».
Poi si è laureato in Scienze Politiche a Milano. Che esperienza è stata?
«La laurea è stata un obiettivo importante, ma anche un’occasione vissuta a metà. Avrei voluto frequentare di più, vivere l’università pienamente. Ma lavorando e dovendo sostenere la famiglia non è stato possibile. Però l’obiettivo era chiaro: non restare a metà strada. E alla fine, con fatica, ce l’ho fatta».
Quando nasce la passione politica?
«Prestissimo. A 15 o 16 anni leggevo Sartre, Orwell, Fallaci. E poi la mia generazione ha vissuto il trauma del rapimento Moro: avevo 14 anni, lo ricordo perfettamente. In oratorio avevamo creato un gruppo di riflessione sociopolitica. Leggevamo “Aggiornamenti Sociali”. Da lì il percorso: Acli, sindacato, Democrazia Cristiana. È stato un avvicinamento graduale, ma profondo».
Lei è stato consigliere comunale e poi assessore da ormai molti anni. Che differenza c’è tra questi due ruoli?
«Da consigliere costruisci idee. Da assessore devi applicarle. E scopri i limiti: normativi, economici, organizzativi. E soprattutto ti confronti ogni giorno con i bisogni reali delle persone».

In questi anni com’è cambiata la situazione sociale a Varese?
«Siamo passati dalla crisi economica post-2008 al Covid, fino al post-pandemia. Oggi vediamo aumento della povertà, emergenza educativa, crescita dei casi seguiti dai tribunali per i minori, esplosione della disabilità, invecchiamento della popolazione. E questi fenomeni stanno accelerando».
Lei ha detto che i Comuni rischiano di non riuscire più a garantire i servizi. È davvero così grave?
«Sì, ed è una preoccupazione reale. Nei prossimi quattro o cinque anni i Comuni rischiano di non riuscire più a garantire i servizi fondamentali ai cittadini. Non è un allarme astratto, ma la fotografia di quello che vediamo ogni giorno. Il Comune è il primo punto a cui le persone si rivolgono quando hanno un problema. Non vanno a Roma: vengono da noi. E se questo livello entra in crisi, entra in crisi tutto il sistema.
Da un lato abbiamo un aumento forte dei bisogni: più povertà, più fragilità familiari, più casi legati ai minori, più disabilità, una popolazione sempre più anziana. Tutto questo genera una domanda crescente di servizi. Dall’altro lato, però, le risorse diminuiscono. I Comuni subiscono tagli sulla spesa corrente, cioè proprio quella che serve per finanziare i servizi quotidiani: assistenza, educatori, sostegno alle famiglie. A questo si aggiunge un quadro normativo spesso inadeguato, che rende più difficile intervenire.
Ho l’impressione che a livello nazionale non si colga fino in fondo questa situazione. Si pensa di far quadrare i conti comprimendo le risorse agli enti locali, ma così si scarica il problema direttamente sui cittadini. Se non cambia questo quadro, noi non saremo più in grado di dare le risposte che oggi diamo, già con grande fatica. E questo non riguarda solo Varese, ma tutti i Comuni. La vera sfida è decidere che tipo di welfare vogliamo nei prossimi anni, perché il rischio è che sempre più bisogni restino senza risposta».
L’invecchiamento della popolazione è uno dei temi centrali. Come si può intervenire?
«È una delle sfide più grandi che abbiamo davanti e richiede un cambio di approccio culturale, prima ancora che organizzativo. Dobbiamo partire da un dato: l’invecchiamento della popolazione non è un’emergenza temporanea, ma una trasformazione strutturale della società. Da un lato bisogna investire sull’invecchiamento attivo, cioè creare le condizioni perché le persone restino autonome il più a lungo possibile. Questo significa prevenzione, socialità, attività, servizi che accompagnino le persone nel tempo e che aiutino anche a contenere, per quanto possibile, la spesa sanitaria. Dall’altro lato, però, dobbiamo fare i conti con situazioni di fragilità sempre più diffuse. Sempre più anziani sono soli, con pensioni basse e senza una rete familiare forte alle spalle. Il modello tradizionale, in cui la famiglia si faceva carico degli anziani, oggi è molto più debole. Per questo io penso che la risposta non possa essere solo pubblica. Serve rafforzare il rapporto tra ente pubblico, terzo settore e volontariato, che nei nostri territori rappresentano ancora una grande ricchezza. Dobbiamo costruire un sistema integrato, capace di dare risposte diverse a bisogni diversi. Il punto è che dobbiamo iniziare a ragionare oggi su quello che accadrà tra dieci o vent’anni. Perché il rischio, se non ci prepariamo, è di trovarci di fronte a una domanda enorme di assistenza senza avere gli strumenti per rispondere in modo adeguato».
E sul fronte dei minori e degli affidi?
«È un fronte sempre più complesso. Dopo il Covid abbiamo visto un’esplosione delle situazioni seguite dai tribunali, sia dei minori sia ordinario. Oggi a Varese abbiamo circa un centinaio di minori in carico diretto, con una spesa intorno ai 3 milioni e mezzo all’anno. Il problema non nasce adesso, ma è evidente un’accelerazione legata alla crescente fragilità delle famiglie: relazioni più conflittuali, separazioni difficili da gestire, maggiore fatica nel ruolo educativo. Gli interventi che ci vengono richiesti sono molto diversi: dal supporto educativo e al doposcuola fino ai casi più gravi in cui si arriva all’allontanamento del minore e all’inserimento in comunità, che resta sempre l’ultima soluzione, perché è una scelta molto pesante. C’è poi il tema del lavoro degli assistenti sociali, che operano in situazioni delicate e che andrebbero sostenuti di più, anche rispetto a una narrazione pubblica spesso semplificata. L’obiettivo resta sempre quello di riportare il minore in famiglia, quando è possibile. Ma servono tempo, risorse e continuità. Anche qui il punto è che i bisogni crescono e diventano più complessi, mentre le risorse non sempre sono adeguate».
Qual è stata la decisione più difficile che ha dovuto prendere in questi anni?
«Dire dei no. Dire a una persona che non puoi aiutarla con l’affitto. Dire che non puoi sostenere una retta. Mettere qualcuno in lista d’attesa. È un tormento, perché conosci il bisogno. Ma hai limiti oggettivi».
E invece la soddisfazione più grande?
«Le persone. Ho visto tanta umanità: associazioni, volontari, cittadini che si mettono a disposizione. Questo dà speranza. Dimostra che la solidarietà esiste ancora».
C’è una critica che le è stata mossa e che riconosce come giusta?
«Sì. La critica di non riuscire a risolvere i problemi è vera. Perché chi hai davanti ha un bisogno reale. Ma tu sei vincolato da leggi e risorse scarse».
Cosa pensa che Varese faccia meglio di altre realtà simili?
«La capacità di reagire, ad esempio durante il Covid. Abbiamo fatto tutto il possibile, anche andando personalmente a distribuire aiuti. E poi c’è stato il lavoro di rete: Comune, terzo settore, volontariato, università. Oltre 200 associazioni coinvolte stabilmente».

Qual è la vera sfida per il futuro della città?
«La vera sfida per il futuro della città sono i servizi, intesi in senso ampio. La domanda che io mi pongo sempre è: perché una persona dovrebbe scegliere di vivere a Varese, o decidere di restarci, o venire qui a costruire una famiglia? La risposta non può essere solo legata alla qualità ambientale, che pure è importante, o alla posizione geografica. Oggi la competizione tra territori si gioca sempre di più sulla capacità di offrire servizi adeguati ai bisogni delle persone nelle diverse fasi della vita. Parliamo di servizi educativi di qualità, di un sistema scolastico che funziona, di opportunità culturali, di una sanità accessibile, ma anche di un welfare locale capace di sostenere le famiglie, gli anziani, le persone fragili. Se una città riesce a garantire tutto questo, diventa attrattiva e trattiene le persone. Il punto, però, è che questa sfida si inserisce dentro un contesto complicato, perché mentre aumentano le aspettative e i bisogni, le risorse a disposizione degli enti locali tendono a diminuire. E quindi la vera difficoltà sarà riuscire a mantenere, e possibilmente migliorare, la qualità dei servizi anche in queste condizioni.Per farlo, credo che sia fondamentale rafforzare il lavoro di rete che abbiamo costruito in questi anni: la collaborazione tra ente pubblico, terzo settore, volontariato, sistema sanitario e mondo della formazione. Non possiamo più pensare che il Comune da solo riesca a rispondere a tutto.
In questo senso, la sfida non è solo amministrativa, ma anche politica e culturale: dobbiamo ripensare il modo in cui una comunità si prende cura di sé stessa. Se riusciamo a fare questo salto, allora Varese può non solo reggere, ma anche crescere. Altrimenti il rischio è quello di non riuscire più a rispondere in modo adeguato ai bisogni dei cittadini».
Guardando al futuro politico, quale sarà il suo impegno?
«Ci sarò sicuramente nel sostenere il centrosinistra nei prossimi mesi, anche in vista della campagna elettorale, a prescindere da quelle che saranno poi le mie scelte personali. Ritengo che questa esperienza amministrativa abbia dimostrato, in questi anni, di saper governare con serietà e con un metodo riconoscibile. Il metodo, per quanto mi riguarda, resta quello della moderazione intesa come capacità di dialogo, non come moderatismo. Significa ascoltare, confrontarsi, stare in mezzo alle persone e non chiudersi negli uffici, raccogliere i bisogni e tradurli in proposte concrete.
Credo che oggi il compito principale sia quello di contribuire a costruire una proposta politica credibile e condivisa, che parta da ciò che è stato fatto ma sia anche capace di guardare avanti. Il mio impegno andrà in questa direzione: favorire il confronto, aiutare a tenere insieme le diverse sensibilità e lavorare perché il centrosinistra possa presentarsi come una proposta seria e affidabile per la città».
E rispetto alle prossime elezioni, come si costruisce la proposta politica?
«Io penso che la proposta politica non si costruisca partendo dal nome del candidato, ma dalla coalizione e dai contenuti. Il punto di partenza deve essere un lavoro serio di analisi di questi anni: raccontare quello che è stato fatto, riconoscere ciò che ha funzionato, ma anche avere la capacità di individuare cosa va cambiato.
Parlo spesso di continuità e discontinuità. Continuità rispetto alle cose migliori che sono state realizzate, perché non si può ogni volta ripartire da zero. Ma anche discontinuità, perché i bisogni cambiano e quindi anche l’offerta politica deve evolvere. C’è poi un altro aspetto fondamentale, che è quello dell’allargamento della coalizione. Il centrosinistra può essere competitivo solo se riesce ad andare oltre i propri confini tradizionali, parlando anche a chi magari alle elezioni politiche fa scelte diverse, ma che a livello locale può riconoscersi in un’esperienza amministrativa concreta e affidabile.
Per fare questo serve un percorso, non una decisione calata dall’alto. Bisogna mettere intorno a un tavolo tutte le forze disponibili, condividere informazioni, costruire una visione comune. Solo dentro questo percorso può emergere anche la figura del candidato, che idealmente dovrebbe essere una sintesi riconosciuta da tutti. Se questo non accade, ci sono strumenti come le primarie, che possono essere utili, ma vanno costruite bene, con una logica di proposta e non di scontro. L’obiettivo non è scegliere un nome, ma costruire un progetto credibile per la città. E credo che questa sia la vera sfida dei prossimi mesi».
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