8 maggio 2025: la pace entra in ufficio
Un anno fa, davanti a uno schermo, l’elezione di Leone XIV diventò una domanda semplice e immensa: vincere basta, o serve ancora costruire ponti?
Non ero in piazza San Pietro. Ero in ufficio. Parma. Ore 19.31. Una giornata di lavoro come tante: schermo acceso, schede aperte, urgenze, numeri, crisi, priorità. Poi il telefono. Un Angelo mi chiamò. «Hanno eletto il Papa».
Ci sono momenti in cui la Storia non bussa. Entra. Ricordo ancora quella frazione di secondo: il monitor, Rai2, il volto nuovo affacciato sul balcone, il bianco che interrompeva il rumore ordinario del giorno. E soprattutto ricordo la voce. Le prime parole. Pace. Non potere. Non vittoria. Non programma. Pace.
E in quell’istante accadde qualcosa di raro: la sproporzione assoluta tra il luogo e il significato. Un ufficio di Parma. Una scrivania. E la Storia. L’8 maggio non è una data qualunque. L’8 maggio 1945 l’Europa usciva dall’inferno della guerra.
L’8 maggio 2025, ottant’anni dopo, un nuovo Pontefice pronunciava ancora la parola più fragile e più necessaria del vocabolario umano. Pace. Forse è stato questo a colpirmi così profondamente: la sensazione che la storia, pur cambiando volto, continui a riproporre la stessa domanda. L’uomo userà il potere per dominare, o per costruire ponti?
Forse anche per questo, ascoltandolo, mi è nata dentro una poesia. Come se alcune parole, prima ancora di essere spiegate, sapessero attendere il loro tempo.
DENTE DI LEONE
Un fiore senza nome di un prato senza confine,
in un giorno senza tempo né dolore,
ha donato un seme al vento.
Lo ha portato in una terra a testa in giù,
cresciuto all’ombra della quina del Perù.
Ha insegnato, ha curato
malaria e solitudine,
delle anime terrene
l’eco ha raccolto in foglie pure.
Radici forti e miti,
nel profondo ancorato,
andino è diventato.
Giunta l’ora d’essere disboscato, dislocato,
voleva farsi pane e riso,
riso nel sorriso.
frate con valigia e cuore infranto,
in obbedienza è partito.
Sarà legna del Suo forno,
PONTEfice di pace.
Sarà mano con la mano.
Rileggendola oggi, mi colpisce soprattutto questo: il dente di leone non è un monumento. È seme.
Piccolo. Leggero. Quasi invisibile. Eppure attraversa confini. Cambia terra. Mette radici. Si lascia strappare. Riparte. Forse è proprio questa la grandezza di certe vite spirituali: non imporsi come pietra, ma offrirsi come seme.
Un Papa non ferma i carri armati. Non spegne da solo gli odi. Non annulla la fame. Ma può ancora fare qualcosa di immenso: ricordare che senza ponti anche le vittorie diventano rovine. Quella sera, da Parma, davanti a uno schermo, non ho assistito solo a un’elezione. Ho sentito una parola antica tornare nuova. Pace. E ho pensato che, dopo ottant’anni, la vera domanda è sempre la stessa.
Vincere basta? O serve ancora qualcuno capace di farsi seme nel vento?
Perché alla fine la storia, ogni volta, torna lì: alla scelta se essere pietra o ponte.
(Giuseppe Geneletti)
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