Coen Porisini: «Varese non sarà una città universitaria: lo è già»
Da radioamatore a presidente del Consiglio comunale, il professore ed ex rettore dell'Insubria Alberto Coen Porisini racconta cinque anni a fare da arbitro in un campo dove avrebbe voluto giocare
«Io mi considero varesinissimo. Sono arrivato a Varese che avevo due, tre mesi al massimo. I miei primi ricordi sono quelli del primo appartamento in via Cesare Battisti. Ho sempre vissuto qui fino alla maturità, poi sono andato a Milano a studiare, e ci sono rimasto fino al 2001 per poi rientrare qui definitivamente».
Alberto Coen Porisini è sposato, senza figli, è stato protagonista di una fase storica della città e del rapporto con l’Università. Insegna all’Insubria dove è stato rettore dal 2012 al 2018. Ama la natura, la musica, la buona cucina e guarda con profondo affetto il territorio in cui vive tanto da arrivare ad impegnarsi anche nell’azione amministrativa.
Qual è stato il suo percorso?
«Ho fatto ingegneria al Politecnico, poi sempre lì il dottorato e a seguire sono stato un anno e mezzo negli Stati Uniti come postdoc in California. Al ritorno nel 1993 ho vinto un concorso da ricercatore a Milano e cinque anni dopo sono diventato professore associato all’Università di Lecce. Nel 2001 ho vinto il concorso da ordinario e l’Insubria mi ha chiamato perché stava nascendo il corso di laurea in informatica e io avrei garantito il massimo impegno con una presenza continua. Uno dei problemi delle sedi universitarie più piccole, specie agli inizi, è il pendolarismo dei professori. Io invece venivo per vivere e lavorare qui».
Quali sono le sue passioni al di fuori del lavoro e dell’impegno in Comune?
«La musica, prima di tutto. Senza musica non riesco a vivere. Negli anni milanesi ho anche suonato, il basso elettrico, facevamo blues. Mi piace la cucina e per necessità ho imparato a cucinare. E poi c’è una passione che coltivo fin da ragazzino: sono radioamatore. Purtroppo posso dedicargli pochissimo tempo, ma è una cosa che non ho mai abbandonato».
Cosa le hanno lasciato gli anni in California?
«È stata un’esperienza bellissima, sotto tanti punti di vista. Ero a Santa Barbara, all’Università della California, all’inizio degli anni Novanta: era il periodo in cui stava nascendo tutto ciò che oggi usiamo, tutta la tecnologia che ha cambiato le nostre vite. La Silicon Valley era lì, a portata di mano. Ho lavorato con persone molto brave sui temi che seguivo allora. Ma soprattutto ho cercato di uscire dal mondo prettamente accademico e vivermi la società americana dei giovani».
C’è qualcuno che considera un maestro, una figura che ha orientato la sua vita?
«Sicuramente il professor Carlo Ghezzi maestro accademico al Politecnico di Milano. Gli devo tantissimo: quello che sono diventato, lo devo in larga parte a lui. Lo vedo ancora, è un arzillo ottantenne molto in gamba. Poi ho un ricordo affettuosissimo di una professoressa del liceo, la professoressa Tosi, insegnante di matematica. Bravissima. Io ero bravo in matematica, mi bastava ascoltare e le cose mi entravano. Ma lei aveva una capacità rara: non ha mai lasciato nessuno indietro. Eravamo in diciotto allo scientifico, qualcuno faceva fatica, e lei ci ha tenuti tutti insieme, portandoci tutti alla maturità. Questa capacità di non abbandonare nessuno è una cosa di cui la scuola avrebbe ancora enorme bisogno».
C’è un posto a Varese dove va quando ha bisogno di pensare, di ricaricarsi?
«Il posto che amo di Varese è il posto dove vivo. Quando sono tornato nel 2001 ho voluto una casa a Sant’Ambrogio, perché esci da lì e sei già nei boschi dentro il Parco del Campo dei Fiori. È il luogo dove riesco a ricaricarmi: quando ho le pile scariche, ho bisogno del contatto con la natura. Poi ho anche la fortuna di avere una casetta in Val d’Aosta, in mezzo alle montagne, dove vado appena posso. Sant’Ambrogio ha però qualcosa di unico: in un attimo arrivi al Sacro Monte, al centro della città, ci sono tutti i negozi e i servizi. Hai la dinamica del paese con tutta la comodità della città».

Lei ha visto Varese cambiare in trent’anni. Cosa l’ha sorpresa, e cosa ancora la delude?
«Quando avevo diciotto anni ero uno di quelli che diceva: a Varese non c’è niente, cosa ci sto a fare? Poi sono andato a Milano, in California, in giro per l’Italia, e mi sono reso conto che quando tornavo qui stavo bene. La città è molto cambiata rispetto agli anni Settanta: è arrivata l’università, che ha trasformato il tessuto urbano e sociale. E in questi ultimi vent’anni, da quando sono rientrato, la vedo in continua evoluzione. Si sta modernizzando, sta diventando un luogo migliore di quello che era. Difetti ce ne sono, come ovunque. Però vedo una città viva. Il problema, semmai, è che i varesini — come un po’ tutti — non riescono ad apprezzare le bellezze a cui sono abituati. Oggi c’è gente che viene a visitare Varese e i suoi dintorni. La vista dal lago, il Monte Rosa, il Campo dei Fiori, la città giardino immersa nel paesaggio prealpino: lo capisci quanto è bello solo quando sei stato un po’ lontano e poi ci torni».
E poi arriva l’impegno amministrativo. Come è nata la candidatura?
«Ho conosciuto Davide Galimberti quando si è candidato sindaco la prima volta. Avevo apprezzato il suo modo di fare, le sue idee, il tentativo di rimettere in moto una città che secondo me era un po’ ferma. Quando ho finito il mandato da rettore, gli ho detto: se ti serve una mano, chiamami. Poi è arrivato il Covid, si è fermato tutto. A un certo punto Davide mi ha chiesto se ero disposto a candidarmi. Me lo sono detto: perché no, raramente mi tiro indietro davanti alle sfide. Gli ho posto però una condizione: solo in una lista civica. Non ho mai avuto tessere di partito e non avrei mai preso voti in una lista di partito. In una lista civica di sostegno alla sua candidatura, ben volentieri. Nell’ordine erano state più votate: Ivana Perusin, Francesca Strazzi, Maria Paola Cocchiere, e poi il sottoscritto».
Come è stata l’esperienza da presidente del Consiglio comunale?
«Indubbiamente interessante. Mi sono reso conto della complessità di una macchina amministrativa come il Comune. Me lo immaginavo, avendo guidato l’università, ma il Comune è ancora più complesso. Ho capito che se uno vuole fare davvero l’assessore o il sindaco in una città capoluogo di provincia come Varese, quello è un lavoro a tempo pieno. Io non ero in grado di farlo: ho un lavoro cui non ho minimamente rinunciato, quello del professore universitario. Quindi mi sono trovato in un ruolo compatibile con il mio impegno accademico. Il mio compito è stato fare in modo che tutti abbiano voce, che il consiglio comunale funzioni nel rispetto delle regole, garantendo le prerogative delle minoranze e lasciando alla maggioranza il compito di amministrare. Ogni tanto mi sarebbe venuta voglia di intervenire nel dibattito politico e dire quello che penso davvero, ma ovviamente non l’ho fatto. Me lo tengo per me».
Un suo predecessore in quel ruolo è Roberto Maroni, già ministro dell’Interno e presidente della Regione. Da ex rettore a presidente del Consiglio: come legge questo passaggio?
«È vero, è un accostamento affascinante. Un rettore, a differenza di un sindaco, non si trova di fronte a dinamiche di maggioranza e minoranza nel senso politico del termine. Un buon rettore deve essere una figura capace di unire, di dare ascolto e voce a tutti. Non ha un compito propriamente gestionale nel senso politico, ma ha il compito di essere un punto di equilibrio e di garanzia. Quella parte — essere un punto di riferimento per tutti — è comune ai due ruoli. E chi pensa di fare il presidente del Consiglio in modo diverso, secondo me sbaglia».

Università e città: Varese vuole essere una città universitaria. Cosa manca ancora?
«Io su questo do una risposta un po’ controcorrente: una città universitaria è tale nel momento in cui c’è un’università. E l’università a Varese c’è. La presenza universitaria in città nasce addirittura negli anni Settanta, con i primi insegnamenti di medicina, poi economia, biologia, i primi semi di informatica. L’Università degli Studi dell’Insubria nasce formalmente nel 1998. Da allora, a occhio, abbiamo laureato almeno 30.000 persone e non mi sorprenderebbe scoprire che abbiamo già superato i 40.000. E nell’80 per cento dei casi l’università ha portato nelle famiglie la prima laurea. Ha avuto un impatto sociale enorme. Me ne rendo conto nella vita quotidiana: ho cambiato medico di base e la dottoressa che ho scelto si è laureata all’Insubria quando io ero rettore. Sono andato all’INPS e l’impiegato mi ha detto: “Professore, mi sono laureato in giurisprudenza quando lei era rettore”. Anche il sindaco si è laureato all’Insubria. La città universitaria la misuriamo così: nelle persone che troviamo sul territorio e che sanno cos’è l’università perché ci sono passate».
E allora qual è la vera sfida?
«Attrarre studenti da fuori. Noi siamo nati come università del territorio e questo è un valore enorme. Ma la transizione da università di prossimità ad ateneo con vocazione internazionale è già avviata. Abbiamo corsi di laurea magistrale in lingua inglese, dottorati frequentati da ragazzi di tutta Italia e di tutto il mondo. Per proseguire su questa strada, la città deve organizzarsi e dare i servizi necessari per accogliere chi viene da lontano. Non è solo un problema dell’università: è un problema che riguarda tutta la società. Uno studente che vive a Varese ma viene da Bologna o da Berlino deve trovare una città in grado di accoglierlo davvero».

Sul tema dell’internazionalizzazione: quanto è attrattiva Varese oggi?
«L’università può fare molto, perché è un polo attrattivo. Far venire giovani da altri paesi significa far conoscere questo territorio, e qualcuno magari si ferma e costruisce qualcosa qui, con una visione internazionale. Il problema, però, è sistemico: questo paese non è organizzato per dare occasioni. È una battaglia quotidiana. Faccio un esempio concreto: ogni anno ho studenti internazionali nel mio corso di magistrale in informatica in lingua inglese. Studenti Erasmus francesi non si perdono un’ora di lezione e al primo appello prendono trenta e lode. Ma uno studente che viene da un paese africano si è presentato all’ultima lezione del semestre, che iniziava a settembre e finiva prima di Natale, dicendomi: “Professore, ho avuto il visto solo la settimana scorsa”. La stessa cosa vale per i colleghi: ho relazioni con università in Algeria, mando lettere di invito, le devo rifare perché l’appuntamento per il visto salta. Non funziona così. Non può funzionare così».
Cosa vorrebbe vedere a Varese tra dieci anni?
«Mi piacerebbe vedere una città capace di sfruttare le occasioni che ha. C’è ancora l’annoso tema del collegamento con Milano, che penalizza Varese rispetto ad altri capoluoghi lombardi. Ma c’è un capitale enorme in termini di qualità della vita e di bellezze naturali e architettoniche. Su quello si può puntare. Il turismo sportivo è già molto cresciuto, stiamo entrando in circuiti interessanti. E poi c’è il tessuto imprenditoriale: per chi vuole fare innovazione, qui trova interlocutori. Le sfide dell’intelligenza artificiale, della sostenibilità, dell’industria 5.0 — su tutto questo, senza un’università si fa molta più fatica. Questo territorio ne ha due, di università. Dobbiamo lavorare in modo sinergico. Ecco cosa vorrei vedere tra dieci anni: una città che ha capito che questa è un’opportunità enorme, e ha scelto di non sprecarla».
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