Cannabis light a Gavirate, arrestati e subito liberati: “Non era marijuana illegale”
L'azienda di Gavirate sequestrata dalla Guardia di Finanza di Bergamo replica: «Sostanza priva di capacità drogante, confezionata per clienti del settore cosmetico». Il GIP ha disposto l'immediata scarcerazione di tutti
Lo scorso 25 febbraio un’azienda con sede a Gavirate si è ritrovata al centro di un’operazione della Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Bergamo. Sei persone, tra cui l’amministratore della società, sono state arrestate. Nel capannone sono stati sequestrati oltre 216 chilogrammi di sostanza vegetale e altri lavorati. Il comunicato delle Fiamme Gialle parlava di «marijuana», di un «laboratorio clandestino» e di prodotti «occultati» in scatole cosmetiche per eludere i controlli dei cani antidroga all’aeroporto di Orio al Serio, da dove partivano le spedizioni verso l’estero (Foto di repertorio).
La notizia era rimasta sostanzialmente quella: un traffico internazionale di stupefacenti smantellato, un’azienda usata come paravento, sei persone in manette. Poi è arrivata la versione degli indagati. E il quadro è diventato molto più complicato.
«Non era marijuana»
L’avvocato Niccolò Vecchioni, che assiste i titolari dell’azienda, ha inviato alla nostra redazione un comunicato in cui contesta punto per punto la ricostruzione della Guardia di Finanza. «La sostanza vegetale rinvenuta appartiene alla cosiddetta cannabis light», scrive il legale, precisando che si tratta di «materiale non classificabile come sostanza stupefacente, in quanto privo di concreta capacità drogante». Per l’avvocato Vecchioni la qualifica di “marijuana” usata nel comunicato della GdF è quindi impropria, e a sostegno della tesi difensiva sarebbero già stati depositati presso l’autorità giudiziaria i certificati di analisi della sostanza.
Sul tema del confezionamento — uno degli elementi più enfatizzati dall’accusa — la difesa offre una spiegazione alternativa: le scatole con etichette cosmetiche non erano uno stratagemma per nascondere la droga, ma semplicemente la modalità commerciale ordinaria dell’azienda, che forniva i propri prodotti a clienti del settore cosmetico. «Tale qualificazione rispondeva a esigenze di classificazione doganale», spiega il comunicato, escludendo qualsiasi finalità di occultamento.
L’elemento decisivo: il GIP li ha liberati subito
C’è un dato che nell’articolo pubblicato il 17 marzo — basato sul comunicato della Guardia di Finanza — non compariva, e che invece cambia in modo significativo la lettura della vicenda: il Giudice per le Indagini Preliminari di Varese ha disposto l’immediata liberazione di tutti gli arrestati. Una decisione che, pur non equivalendo a un proscioglimento e pur lasciando aperto il procedimento penale, segnala che il quadro cautelare ritenuto necessario dalla GdF non è stato convalidato dal giudice.
Imprenditori in trappola nel vuoto normativo?
I titolari dell’azienda, che non abbiamo nominato in attesa dell’esito giudiziario, hanno raccontato di essersi trovati dall’oggi al domani in una situazione che definiscono assurda: imprenditori che avevano costruito un’attività, effettuato investimenti, operato in un mercato che ritenevano — e ritengono — legale, trattati improvvisamente come narcotrafficanti.
La loro storia si inserisce in un contesto nazionale che negli ultimi mesi ha travolto migliaia di aziende simili. La cannabis light — infiorescenze di canapa con THC entro i limiti di legge — ha operato per anni in Italia in una zona grigia normativa, tollerata di fatto ma mai compiutamente regolamentata. Poi, con il Decreto Sicurezza dell’aprile 2025, il governo Meloni ha equiparato le infiorescenze agli stupefacenti, criminalizzando dall’oggi al domani un settore che contava oltre tremila aziende e decine di migliaia di addetti.
Il risultato, però, è stato tutt’altro che lineare. Diversi tribunali hanno contestato l’impianto del decreto, disponendo dissequestri e assoluzioni sulla base del principio che senza effettiva capacità drogante non c’è reato. Il Consiglio di Stato, a novembre 2025, ha sospeso il giudizio e rimesso la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ritenendo possibile un conflitto tra la norma italiana e i principi del mercato unico europeo. La stessa difesa dell’azienda gaviratese, nel comunicato, fa riferimento a una pronuncia attesa dalla Corte Costituzionale italiana per il prossimo maggio, che potrebbe ridefinire ulteriormente il quadro.
Una vicenda ancora aperta
Il procedimento penale è in corso e spetterà alla magistratura stabilire le eventuali responsabilità penali su quanto contestato: se la sostanza sequestrata a Gavirate fosse cannabis light legalmente commerciabile o stupefacente a tutti gli effetti, se il confezionamento avesse finalità commerciali legittime o fosse funzionale a eludere i controlli, se i titolari abbiano operato nel rispetto della legge o l’abbiano violata.
Quello che questa vicenda racconta con chiarezza, però, è il prezzo umano e imprenditoriale di un vuoto normativo che dura da anni e che lo Stato non ha mai voluto — o saputo — colmare con regole chiare. Il confine tra imprenditore e trafficante, in questo settore, è diventato talmente sottile da poter dipendere da un certificato di analisi e dall’interpretazione di un giudice.
Il comunicato della difesa
“In relazione alla notizia relativa all’avvenuto sequestro di presunta sostanza stupefacente presso un’azienda di Gavirate in data 25 febbraio scorso, si precisa che alcune delle informazioni riportate nell’articolo comparso nell’edizione online della Vostra testata non corrispondono al vero.
In primo luogo, la sostanza vegetale rinvenuta appartiene alla c.d. cannabis light ed è stata impropriamente qualificata come marijuana. Si tratta, in realtà, di materiale non classificabile come sostanza stupefacente, in quanto privo di concreta capacità drogante.
Parimenti, non corrisponde al vero che tale sostanza fosse occultata: la stessa era semplicemente confezionata in scatole destinate a prodotti cosmetici, in linea con le modalità commerciali del settore. Tale qualificazione rispondeva a esigenze di classificazione doganale, atteso che i prodotti erano destinati ad aziende operanti nel settore cosmetico, e non è in alcun modo riconducibile a finalità di occultamento o a una destinazione verso il mercato clandestino.
A conforto di quanto sopra, sono già stati depositati presso la competente autorità giudiziaria i certificati di analisi, comprovanti sia la natura della sostanza sia la sua inoffensività per la salute pubblica.
Non a caso, il G.I.P. di Varese ha disposto l’immediata liberazione di tutti gli arrestati, tra cui l’amministratore della società e alcuni dipendenti della stessa.
Si confida, pertanto, in un favorevole epilogo della vicenda giudiziaria, anche alla luce della decisione della Corte costituzionale attesa per il prossimo mese di maggio, che si auspica possa fornire un chiarimento definitivo favorevole alle istanze degli operatori del settore.“
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