La famiglia non è solo il luogo del problema, ma può diventare la prima risorsa della cura

A qualche giorno dall’incontro del 16 aprile a Palazzo Estense, gli psicoterapeuti Stefano Cirillo e Matteo Selvini riflettono sul ruolo dei genitori nella psicoterapia di adolescenti e giovani adulti: meno delega agli esperti, più presenza, dialogo e capacità di riconoscere il disagio

Generico 06 Apr 2026

Giovedì 16 aprile, con inizio alle 18.30, nella Sala Matrimoni di Palazzo Estense a Varese, l’associazione Essere esseri umani promuove l’incontro “La famiglia come risorsa fondamentale nella psicoterapia di adolescenti e giovani adulti”, con gli psicoterapeuti Stefano Cirillo, Matteo Selvini e Marta Zighetti.
Al centro della serata ci sarà una domanda molto concreta: che cosa possono fare i genitori quando un figlio sta male? Non solo quando accetta di andare in terapia, ma anche prima, dentro la vita quotidiana, nel modo di stare in relazione, di ascoltare, di non ritirarsi. (ingresso gratuito per iscriversi clicca qui)

In che modo la famiglia può diventare concretamente una risorsa nel percorso di un adolescente o di un giovane adulto in difficoltà?

Stefano Cirillo –
 Prima ancora della psicoterapia, i genitori devono continuare a sentirsi interlocutori importanti per i figli. Oggi si tende da una parte a dire che l’adolescenza dura sempre di più, dall’altra a considerare troppo presto i ragazzi già grandi. Invece anche a 17 o 18 anni hanno ancora bisogno di essere nutriti psicologicamente. L’adolescenza non è solo la fase dello svincolo: è anche un tempo in cui i rapporti significativi possono essere ripresi e corretti.

Matteo Selvini – Il rischio più comune è la delega. Un genitore preoccupato pensa subito di dover mandare il figlio in terapia. È una mossa comprensibile e affettuosa, ma a volte il ragazzo ha proprio bisogno di ritrovare vicinanza con i genitori, non solo di essere affidato a un esperto. Per questo coinvolgere attivamente la famiglia è spesso decisivo.

Quali sono gli errori più frequenti che i genitori fanno, anche in buona fede?

Selvini – Il primo è pensare che il problema sia tutto “dentro” il figlio. Alcune terapie individuali non funzionano proprio perché aumentano la distanza. Il ragazzo ci va per compiacere i genitori, ma non cambia nulla nella comunicazione familiare.

Cirillo – Un altro errore è pensare che i genitori debbano essere identici, perfettamente allineati. Non è così. Se esistono due genitori è perché portano differenze: accoglienza e tenerezza da una parte, autorevolezza e limite dall’altra. Non devono squalificarsi, certo, ma neppure diventare la copia uno dell’altro. E oggi resta ancora frequente il padre che si ritira e lascia tutto il campo educativo alla madre.

Ci sono situazioni in cui la famiglia rischia di essere più un ostacolo che una risorsa?

Selvini – Certamente. Proprio per questo è importante non vedere mai solo il ragazzo, ma anche il contesto in cui vive. Ci sono famiglie in cui emergono elementi di violenza, umiliazione, distruttività. In quei casi il lavoro serve anche a valutare come proteggere il figlio e come intervenire sul funzionamento familiare.

Cirillo – Se parliamo di un giovane adulto, a volte il percorso passa anche dal prendere atto che certi genitori non cambieranno. Ma se il ragazzo ha 14 o 15 anni il problema è diverso, lì bisogna trovare soluzioni concrete di tutela, perché un adolescente non può cavarsela da solo.

Quali segnali dovrebbero spingere i genitori a chiedere aiuto?

Selvini – Un indicatore fondamentale è questo: nei momenti di difficoltà il figlio considera i genitori un punto di riferimento oppure no? Spesso vediamo storie familiari in cui da generazioni si impara ad arrangiarsi da soli, a non chiedere aiuto, a non condividere il dolore.

Cirillo – Poi ci sono sintomi che non preoccupano affatto chi li vive, ma dovrebbero allarmare la famiglia: disturbi alimentari, uso di sostanze, forme di ritiro. In questi casi il ragazzo può pensare di stare bene così, mentre i genitori devono assumersi la responsabilità di muoversi.

E i social, il gaming, il mondo digitale? Sono solo un problema?

Cirillo – No, sarebbe sbagliato radicalizzare il giudizio. Ci sono situazioni di ritiro sociale in cui il mondo online peggiora l’isolamento, ma anche casi in cui rappresenta un ponte verso l’esterno. Ho visto ragazzi chiusi in casa costruire attraverso il gioco relazioni vere, che poi sono diventate amicizie reali.

Selvini – Il punto è che i genitori non dovrebbero limitarsi a demonizzare il telefono o i videogiochi. Dovrebbero provare a capire che uso ne fa quel figlio, entrare con curiosità in quel mondo, farne un’occasione di conoscenza.

Da dove si riparte, allora, per migliorare la comunicazione in famiglia?

Da una cosa semplicissima e oggi sempre più rara: stare insieme. Ci devono essere momenti condivisi, occasioni in cui la famiglia si incontra davvero. Perché la comunicazione non migliora con le formule giuste, ma con una presenza concreta, quotidiana, non delegata.

PER ISCRIVERSI ALLA SERATA (L’INGRESSO È GRATUITO)

Tutti gli eventi

di giugno  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

Pubblicato il 14 Aprile 2026
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.


Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.